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EXPO: nessun bicchiere d’acqua è gratis

di Giacomo Lev Mannheimer | 22 Febbraio 2015

forse lo sarà per quei forestieri che verranno a visitare l’Expo, ma non certo per la collettività lombarda, la quale non ha certo scelto di offrire l’acqua ai milioni di visitatori attesi per Expo.

È di pochi giorni fa la notizia che nei padiglioni dell’Expo di Milano, che aprirà i battenti fra pochi mesi, sarà fornita acqua “gratuita” per tutta la durata dell’evento grazie alle case dell’acqua, cioè impianti che distribuiscono acqua proveniente dall’acquedotto tramite appositi erogatori, con in aggiunta la possibilità di refrigerarla o renderla frizzante. In pratica, fontanelle 2.0 che distribuiscono acqua gratuita con consumi di plastica ed emissioni di Co2 ridotte a zero.

Apparentemente, tutto bellissimo. E tuttavia, come spesso accade, il diavolo sta nei dettagli. Come qualunque persona di buon senso può immaginare, 32 impianti che pompano acqua microfiltrata in mezzo alla pianura padana non possono essere “gratis”: qualcuno che paga c’è sempre. In questo caso, il costo è di circa 850.000 Euro (IVA esclusa) per la realizzazione e fornitura degli impianti. A realizzarli e gestirli sarà la CAP Holding S.p.A., il colosso pubblico dell’acqua di Milano e hinterland, partecipato dagli enti locali della zona. Chi paga le case dell’acqua, pertanto, siamo tutti noi.

Il messaggio che trapela dal ricorso alle case dell’acqua, secondo cui queste sarebbero preferibili sotto ogni punto di vista all’acqua in bottiglia, è ingannevole. Non solo perché l’acqua che sgorga dagli erogatori non è gratis, ma anche in quanto l’acqua distribuita, diversamente dal messaggio con cui la si presenta, non è alternativa a quella in bottiglia. Un messaggio, quest’ultimo, ribadito anche per le case dell’acqua dell’Expo, ad esempio nell’articolo sul Corriere della Sera ed. Milano del 12 febbraio scorso, e sulla cui attendibilità si rinvia a due paper dell’Istituto Bruno Leoni di Serena Sileoni prima e di Luciano Capone poi.

Quanto alla gratuità, forse lo sarà per quei forestieri che verranno a visitare l’Expo, ma non certo per la collettività lombarda, la quale non ha certo scelto di offrire l’acqua ai milioni di visitatori attesi per Expo. Perché tutti i contribuenti dei comuni che partecipano a Cap Holding e che non hanno intenzione di andare a visitare i padiglioni di Expo dovrebbe pagare quel servizio?

Insomma, gli obiettivi sottesi all’installazione delle case dell’acqua in Expo potrebbero anche essere meritevoli. In concreto, però, non pare trattarsi di un servizio pubblico fornito alla collettività ed è pertanto discriminatorio farlo pagare a tutti i cittadini; viceversa, sarebbe stato più corretto addebitare il prezzo al costo del biglietto dell’esposizione. Presentare l’acqua come equivalente a quella in bottiglia eccetto che per la modalità di erogazione, inoltre, è fuorviante. E mostrare entusiasmo, di fronte a tutto ciò, non è propriamente facile come bere un bicchier d’acqua.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giacomo Lev Mannheimer

Giacomo Lev Mannheimer (Milano, 1989) si è laureato in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi sul Partenariato Pubblico-Privato (PPP). Come praticante avvocato, si occupa prevalentemente di diritto amministrativo, diritto pubblico dell’economia e diritto della concorrenza.
Per l’Istituto Bruno Leoni è autore del Focus “I libri non sono tutti uguali. Il caso dell’IVA sugli e-book” e – con Serena Sileoni – del Focus “Città metropolitane: una nuova tappa di una storia infinita”. Scrive inoltre regolarmente su Leoniblog e collabora con diverse testate online.

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