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La morte di Mafalda di Savoia Assia : una tragedia italiana

Riscoprire la tragedia di Mafalda di Savoia-Assia significa compiere un passo avanti nella conciliazione della memoria storica, con quanto può derivarne nella vita quotidiana.

di Aldo A. Mola | 27 Agosto 2018

Il 28 agosto 1944 la principessa Mafalda di Savoia (“Muti”, in famiglia), consorte di Filippo Landgravio d’Assia, morì dopo una tardiva amputazione del braccio sinistro, ustionato sino all’osso,  per fermare la cancrena generata dagli spezzoni di bombe anglo-americane che l’avevano ferita. L’intervento ebbe luogo nell’ambulatorio improvvisato nel postribolo del campo di concentramento di Buchenwald. Il 24 precedente migliaia di fortezze volanti partite da basi remote bombardarono a tappeto le Officine Gustloff e i dintorni. Churchill, in visita a Napoli, voleva dare una lezione alla Germania, già piegata dalla sconfitta inflittale dai sovietici a Kursk. Nessuno immaginava che al bordo del campo vivesse la figlia di Vittorio Emanuele III, catturata a Roma il 22 settembre 1943 per ordine di Hitler e lì detenuta dal 8 ottobre. “Povera foglia frale…” la Principessa lasciò  la vita terrena.

 

Riscoprire la tragedia di  Mafalda di Savoia-Assia  significa compiere un passo avanti nella conciliazione della memoria storica, con quanto può derivarne nella vita quotidiana. Più serenità, più responsabilità. Ne scrisse l’imperiese Renato Barneschi in “Frau von Weber”  nel 1982 (poi, Bompiani, 2006), seguito dal bel saggio sulla “Regina della Carità”, come Elena venne definita. Il 18 marzo 1983 morì a Ginevra Umberto II, iniquamente condannato all’esilio perpetuo dalla Repubblica italiana: una condotta abbietta nei confronti del Re Gentiluomo, che volle con sé nel feretro il regio sigillo. Deposto nell’Abbazia di Altacomba, antico sepolcreto della Casa, a quel modo  il Re mandò il suo ultimo messaggio agli italiani: dovevano e debbono farsi carico della propria storia, tutta.

Il mònito non fu raccolto.  Eppure basta rievocare di Mafalda di Savoia-Assia per chiudere finalmente la sterile polemica retrospettiva contro la Casa, che sin da Carlo Alberto di Savoia-Carignano, sul trono dal 1831, legò le sue sorti alla lotta per indipendenza, unità e libertà degli italiani. Pagando molto.  Nella carne. Ne fu esempio lo stesso Carlo Alberto, che il 23 marzo 1849, la sera della battaglia di Novara abdicò e partì per il Portogallo, ove si spense, consunto, il 28 luglio, appena cinquantunenne. Al protomedico Alessandro Riberi, mandatogli dal figlio, Vittorio Emanuele II, bisbigliò quasi scusandosi: “Le voglio bene, ma muoio”. Suo  nipote, Umberto I, fu assassinato a Monza il 29 luglio 1900, poco dopo aver insediato il governo liberal-progressista guidato dall’ottantenne Giuseppe Saracco, presidente del Senato. E quindi fu la volta di Vittorio Emanuele III, che abdicò e partì per l’Egitto il 9 maggio 1946, e, di lì a poco, di suo figlio, Umberto II, appunto, che lasciò la Patria per il Portogallo il 13 giugno 1946. Senza ritorno.

 

Vicende dimenticate, deformate da letture faziose, con cesure,  censure  e ampie zone d’ombra.

Fra le molte rimane ingiustificabile il lungo oblio riservato a Mafalda. La sua vicenda basta da sola a dire quanto una livorosa  polemistica  non vuol sentire né ammettere: nel dramma della seconda guerra mondiale Casa Savoia fu tutt’uno con le famiglie italiane anche nella sofferenza e   nel lutto.

Un anno prima della tragica morte, il 28 agosto 1943, Mafalda  era partita da Roma per raggiungere la sorella, Giovanna, consorte dello zar dei bulgari, Boris III, che rientrato da un tempestoso incontro con Hitler, ammalò d’improvviso (probabilmente avvelenato perché non approvava le misure contro gli ebrei e intendeva sganciare il proprio paese dall’alleanza con i tedeschi) ed era ormai agonizzante. Suo marito, sposato nel Castello di Racconigi il 23 settembre 1925, dopo l’attentato del 20 luglio 1944 al Fuehrer  era  in stato d’arresto. Il viaggio di rientro in Italia per la principessa Mafalda fu un’odissea. Alla stazione di Sinaia, in Romania, venne informata della svolta in atto in Italia (proclamazione dell’armistizio, trasferimento della Casa Reale e del governo in Puglia) e invitata a rimanere. Proseguì per raggiungere i figli, a Roma, forte del suo rango. L’aereo predisposto per il suo trasferimento da Budapest a Bari atterrò a Pescara. Da lì raggiunse fortunosamente Roma. Mafalda si riteneva al sicuro proprio per il rango di Prinzissin, che agli occhi dei nazisti, ferocemente antimonarchici, era invece un’aggravante, come ricorda Frédéric Le Moal nella biografia di Vittorio Emanuele III (Gorizia, LEG). Mentre il figlio maggiore, Maurizio, già in Germania, era a portata  di mano di Hitler,  la regina Elena lasciando Roma ne aveva affidato molto fiduciosamente i figli minori, Enrico, Otto ed Elisabetta, al sostituto segretario di Stato della Santa Sede, Giambattista Montini, che però presto li allontanò perché, accampò, sopraggiungevano nipoti suoi.

Pertanto anche i principini d’Assia finirono a loro volta in Germania. Nella Città Eterna caduta sotto il controllo di Kappler,  Mafalda finì in un tunnel  senza uscite. Si fidò dei germanici sino a recarsi alla loro ambasciata ove (le era stato assicurato) sarebbe stata chiamata al telefono  dal consorte Filippo. Lì, invece, venne arrestata (22 settembre 1943).  Nel campo di  Buchenwald, che aveva per insegna “A ciascuno il suo”, Fu assegnata  alla  stanza 9 della baracca 15.

Come centinaia di migliaia di connazionali ignari della sorte dei loro cari (dispersi, prigionieri,…), i sovrani, il principe ereditario Umberto e tutti i suoi famigliari e amici rimasero in angosciosa attesa di notizie della principessa, prigioniera in mani studiatamente crudeli. Della sua atroce fine dettero notizia i  giornali,  con commenti ingenerosi e inopportuni,  il 14 aprile 1945. Scrissero crudamente  che Mafalda di Savoia-Assia era morta per le ferite riportate nel bombardamento del lager in cui era rinchiusa. L’aiutante di campo di Umberto di Piemonte, Luogotenente del Regno, ne informò subito il generale Paolo Puntoni, aiutante di campo di Vittorio Emanuele III, affinché  i sovrani “non leggessero la tremenda notizia sui giornali”. Puntoni ne riferì subito al Re. Nel Diario annotò che il sovrano “come sempre (…) non lasci(ò) trapelare alcun turbamento” e continuò la conversazione in corso con Brunoro De Buzzaccarini. Solo un quarto d’ora dopo, Vittorio Emanuele III  s’appartò per riferirne alla Regina. Ma quell’informazione era davvero esatta? Seguirono settimane di angoscia, sino a quando il 2 maggio, proprio quando in Italia  cessò la guerra, tramite  i canali informativi della Santa Sede, venne  la conferma. Quando ne ebbe certezza, il Re  assunse “quell’atteggiamento che, per chi non lo conosce a fondo, può sembrare cinico; e io so  – scrisse Puntoni –  che egli soffre terribilmente…”. Liberati, come il padre, al crollo del nazismo, Maurizio ed Enrico d’Assia furono poi ripetutamente a Villa Jela, ad Alessandria d’Egitto, ove Vittorio Emanuele III prese dimora dopo la partenza dall’Italia per l’esilio (9 maggio 1946). Lo ricordò Tito Torella di Romagnano in  “Villa Jela” (Garzanti).

 

Della morte della principessa (vittima della deportazione, del bombardamento anglo-americano, del forse voluto ritardo nella cura delle gravissime ferite) non si doveva parlare tra fine della guerra e referendum istituzionale. La morte di Mafalda in campo di concentramento provava che Casa Savoia aveva combattuto e pagato la sua opposizione al dominio nazista. Dal settembre 1943 la Corona aveva trasformato il conflitto in lotta di liberazione, ancora una volta ponendo a servizio della Patria  le persone dei sovrani, i loro figli e i loro beni.  Doveva  rimanere misconosciuta  la figura di Mafalda, delicata e forte a un tempo, atrofica come il padre ai muscoli degli arti inferiori e tuttavia  attivissima, dedita alla beneficenza generosa e discreta, come sua madre, Elena.  Per quotidiani ed  emittenti radiofoniche  incitanti all’odio e al disprezzo nei confronti di Casa Savoia, la morte di Mafalda in un campo di concentramento nazista sparigliava le carte. Lo stesso valeva per la sorte della figlia minore dei sovrani, Maria, di cui ha scritto la principessa Maria Gabriella di Savoia  in La vita a Corte in Casa Savoia. Né se ne poté scrivere dopo il referendum fu frutto di migliaia di brogli largamente documentati in  documenti mai confutati.

Il silenzio su Mafalda coprì due altri aspetti della verità. Anzitutto  la pietas di padre Herman Joseph Tyl. Quando riconobbe la salma della Prinzessin, con sollecitudine egli la sottrasse al forno crematorio, cui era destinata, e la fece avviare a Weimar ove venne sepolta, sia pure come “donna sconosciuta”. Nel lager del resto la Principessa era stata registrata sotto il nome di  “frau von Weber”. Sette  marinai di Gaeta internati a Weimar però ne riconobbero la sepoltura e la segnarono. Fu la conferma della fraternità nel dolore, propria dell’identità italiana. Ma anche questo doveva passare sotto silenzio, come  ha ricordato anche Mariù Safier nella oggi introvabile biografia di Mafalda, scritta con penna lieve e ricchezza documentaria in Mafalda di Savoia Assia dal bosco dell’ombra poi arricchita in Mafalda di Savoia Assia. Un ostaggio nelle mani di Hitler (Bastogi).

 

Settantadue anni dopo il cambio istituzionale del giugno 1946 e mentre l’assetto istituzionale scricchiola per tracotanza di due vicepresidenti e l’evanescenza del presidente del Consiglio, la straziante sorte di Mafalda di Savoia-Assia s’impone quale parte integrante della storia dell’Italia del Novecento. I sovrani, il principe  ereditario, tutta Casa Savoia portarono il lutto al braccio, come milioni  di connazionali. Erano gli stessi che all’inizio del secolo avevano scommesso su un progresso ininterrotto, senza traumi bellici, ma  poi fecero i conti con la grande guerra e nel ventennio seguente fronteggiarono  la grande depressione economica  con l’IRI, le bonifiche, il rilancio industriale e manifatturiero,  sempre nella certezza che il lavoro premia più delle avventure. La concordia deve prevalere sull’odio, sull’invidia di classe, sulle falsità spacciate per storiografia.

Quell’Italia commise vari errori, e anche gravi. Ma in una monarchia statutaria responsabile degli errori non è il re solo (né, meno ancora, un sovrano isolato quale fu Vittorio Emanuele III, tuttora in attesa di una biografia scientifica) sibbene l’intera dirigenza, che ne fu quanto meno corresponsabile. Osò dirlo Aimone di Savoia-Aosta con la franchezza tipica della sua Casa: e fu a sua volta costretto all’esilio. Lo ricorda anche Amedeo di Savoia in Cifra Reale.  Il ricordo della figlia del Re morta nel campo di sterminio ove  s’ergeva la  Goethe Eiche, la Quercia di Goethe, costituisce dunque un invito a riflettere sulla storia italiana del Novecento con passione, perché si tratta di pagine dolenti, ma finalmente senza pregiudizi né paraocchi. Casa Savoia, ne emerge con chiarezza, fu tutt’uno con ogni altra famiglia dell’ “itala gente da le molte vite”. Il martirio di Mafalda ne è appunto il suggello.

Vanno aggiunte poche altre osservazioni. Con la Grande Guerra crollarono gli imperi di Russia, Turchia, Austria-Ungheria e Germania. Il Regno d’Italia rimase l’unica monarchia costituzionale rilevante nell’Europa di terraferma. Vittorio Emanuele continuò la “grande politica” degli avi, con il conferimento del Collare dell’Ordine della Santissima Annunziata e alleanze dinastiche. A parte le nozze della primogenita Jolanda (“Anda”) con il conte Carlo Calvi di Bergolo (non gradito dalla Regina Madre, Margherita di Savoia), nel 1925 “Muti” andò in sposa al Langravio d’Assia, Filippo, che operava per traghettare la Germania dal caos postbellico: un luterano. Giovanna, terzogenita, sposò  l’ortodosso Boris III, zar dei Bulgari. La Santa Sede non gradì né l’uno né l’altro matrimonio e interpose clausole medievali. Ma il Re, che nel 1896 aveva sposato l’ortodossa Elena di Montenegro, pensava anzitutto all’Italia nel difficile quadro europeo (l’URSS non era un amico…) e e alla libertà di coscienza di tutti i regnicoli. Nella  sua difficile opera non venne affatto aiutato. Un re in solitudine (come Vittorio Emanuele III drammaticamente fu dal 1938 in poi) è un paradigma per i presidenti sotto assedio  dei tempi nostri. Fu il caso di Giovanni Leone e di Francesco Cossiga.

Quale sorte attende Sergio Mattarella? Tocca agli italiani dotati di senso della storia, alimento del senso dello Stato, rimboccarsi le maniche e coniugare l’oggi con il lungo corso dell’Italia unita.

E’ significativo che nell’anniversario della sua tragica morte Mafalda di Savoia venga ricordata a Pamparato, due passi da Vicoforte ove dal dicembre 2017 riposano le salme dei suoi genitori: luoghi di pace e di meditazione.

 

Aldo A. Mola           

 

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, anniversario, bari, battaglia, concordia, conti, disprezzo, europa, figlio, genitori, germania, giornali, governo, grande guerra, guerra mondiale, italia, la germania, lavoro, misure, napoli, nazisti, notizia, opposizione, persone, presidente del consiglio

Info Aldo A. Mola

Nato a Cuneo nel 1943, Aldo Alessandro Mola è stato preside in alcuni licei dal 1977 al 1998. Nel 1980 riceve la medaglia d’oro di benemerito della scuola, della cultura e dell’arte. Docente di storia contemporanea all’Università degli Studi di Milano, è, dal 1986 direttore del Centro per la storia della Massoneria, e, dal 1992, contitolare della cattedra “Pierre-Théodore Verhaegen” dell’Université libre de Bruxelles.
È direttore del Centro Europeo Giovanni Giolitti, presidente del comitato cuneese dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano, dell’Associazione di studi sul saluzzese e del Centro studi e ricerche “Urbano Rattazzi” di Alessandria. Interessante anche il suo ultimo saggio, Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922, da cui si scopre che la «marcia su Roma» dei fascisti in realtà non sarebbe mai avvenuta.
Editorialista del quotidiano Il Giornale del Piemonte e coordinatore editoriale de Il Parlamento italiano 1861-1992, Mola ha organizzato numerosi convegni di studi, specialmente per il Ministero della Difesa (Garibaldi, generale della libertà nel 1982, e la serie Forze Armate e Guerra di Liberazione). Direttore di collane di storia per vari editori, è, dal 1967, autore di saggi. Nel 2004 riceve il Premio alla Cultura dalla Presidenza del Consiglio dei ministri.
Monarchico, è presidente di quella Consulta dei Senatori del Regno che sostiene Amedeo di Savoia-Aosta nella disputa sulla successione, e da anni sollecita il rientro in Italia delle salme dei sovrani Vittorio Emanuele III, che è tumulata ad Alessandria d’Egitto nella Cattedrale di Santa Caterina, della moglie Elena, sepolta a Montpellier, e di Umberto II e Maria José, seppelliti ad Altacomba, in Alta Savoia.

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Commenti

  1. Luigi

    11 Aprile 2019 alle 16:30

    Gent.mi,
    in merito alla vicenda della Vita e morte di Mafalda di Savoia, di cui il libro istituzionale, in giacenza i ogni biblioteca della penisola, autore Renato Barneschi, Rusconi, Milano 1982, la cosa che più mi ha colpìto ed è impressionante è la medesima sorte del coldato di fanteria Gino Delfanti classe 1923 nostro contadino in CastelMantova a Campremoldo sotto a 15 km. da Piacenza e la sorte della Principessa di Savoia, secondogenita di re Vittorio Emanuele III°.
    Gino Delfanti l’8 settembre 1943 indirizzato in treno da Fiume per non andare in Russia, diretto a Flossembourgh, Mafalda da Udine il 28 agosto, diretta a Buchenwald.
    Gino, n.123674 di internato ancora impresso nella sua memoria e da me intervistato per il quotidiano locale di Piacenza, Libertà nel 1992 circa;
    quindi in merito alle vicende che interessarono 7 milioni di europei, tutti caricati in treno verso la Germania, ho voluto pensare di organizzare un pranzo/cena con ‘menù di nozze’ di Mafalda, menù che appare nel libro citato per il suo matrimonio del 23 settembre 1925.
    Inoltre la documentazione scritta e riportata dall’autore Barneschi, mi ricordano troppo bene i racconti di mia suocera, nata nel 1930 e proprietaria del castello, attorno al quale abitava Gino il contadino.
    Ma la cosa sarà anche degna di formare un Cenacolo di supporto ai pranzi/cena che si organizzeranno.
    Ringraziando.
    dr. Luigi Fresch n. a Piacenza il 6.7.1953,giurista, traduttore e interprete diploma presso Istituto Puskin a Mosca 1988/89per la lingua russa, oltre al francese scolastico e presso l’école Alliance rue Raspail di Parigi e inglese.

    Rispondi
  2. Luigi

    11 Aprile 2019 alle 13:44

    Ho letto il libro di Renato Barneschi édito da Rusconi a Milano 1982;
    la particolarità mia personale è che ho fatto un raffronto fra quello che
    un semplice soldato di fanteria dell’esercito italiano, da me intervistato
    e con pubblicazione su Libertà di Piacenza nel 1992 circa,
    abbia avuto la medesima sorte della Principessa Mafalda,
    Gino Delfanti il nome del nostro contadino a Campremoldo Sotto provincia di
    Piacenza finito a Flossembourgh, a Buchenwald la Principessa secondogenita del re Vittorio Emanuele III°.
    Il resto spero di metterlo ancor più in evidenza nel Cenacolo e promozione ‘Menù di nozze’ 23 settembre 1925 in ricordo di Mafalda di Savoia, in corso di organizzare, dal momento che nel libro di Berneschi, risulta anche il menù delle nozze di Mafalda a Racconigi.
    Ringrazio molto se tutti gli interessati e motivati, prendono contatti col sottoscritto.
    dr. Luigi Freschi, n. a Piacenza il 6.7.1953; giurista, già praticante legale a suo tempo, interprete e traduttore diploma all’Ist. Puskin in lingua russa oltre al francese scolastico e all’Ecole Alliance rue Raspail Paris e inglese

    Rispondi

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