
Non c’è dubbio alcuno sul fatto che almeno in una certa epoca il nome di dio sia stato equiparato a quello del grande Pan. La storia più famosa che riguarda la figura del grande Pan è raccontata da Plutarco nel De defectu oraculorum (17, 419 B-E). In estrema sintesi, la vicenda narra di un pilota, Tamo, il quale giunto a Palode dalla poppa della nave guardando verso terra grida: Il grande Pan è morto. La notizia si sparge per Roma al punto che l’imperatore Tiberio manda a chiamare lo stesso Tamo e da lui apprenderebbe – secondo l’interpretazione di Plutarco – che si tratta del figlio di Ermes e Penelope.
E tuttavia, a distanza di millecinquecento anni circa, secondo quanto riportato da Giorgio de Santillana e Herta von Dechend nella loro monumentale opera dal titolo Il mulino di Amleto, Guillaume Bigot e Rabelais attestano la sopravvivenza di due diverse interpretazioni: per alcuni è morto il paganesimo, per altri è morto il Figlio di Dio. Così che, se la prima delle interpretazioni fosse diciamo corretta la figura del grande Pan caratterizzerebbe genericamente una situazione; mentre, se fosse corretta la seconda interpretazione, la notizia della morte del grande Pan sarebbe riferita alla morte specifica di un dio e nel caso alla morte del supposto Figlio del dio dei cristiani.
Per via di molti elementi che qui è praticamente difficile riassumere e senz’altro ancora impossibile riannodare, per mezzo della ricerca che continua, attraverso un unico filo conduttore (cfr. Il mulino di Amleto, capitolo 21), la vicenda della morte del grande Pan appare a mio parere in qualche modo legata alla testimonianza che Plutarco rende in un passo soprattutto dell’adversus Colotem:
Ma siccome è difficile comprendere e stabilire in quale modo e fino a che punto si possa far intervenire la provvidenza, succede che nell’opinione di alcuni il dio non c’entra per niente, per altri invece egli è la causa di tutte le cose senza eccezione. Ma né gli uni né gli altri tolgono la giusta misura. E dunque dice bene chi sostiene che Platone, presupponendo un elemento sottostante alla qualità in divenire – quello che viene chiamato oggi materia o natura – abbia liberato i filosofi da molte gravi difficoltà. Ma, a mio parere, molte difficoltà ancora più gravi sono state risolte da quelli che immaginarono il genere dei demoni, a metà fra dei e uomini, il quale istituisce in certo modo un rapporto reciproco fra noi e la divinità. Poco importa se tale teoria si debba ai magi e a Zoroastro, o venga dalla Tracia e da Orfeo, oppure dall’Egitto o dalla Frigia, come testimoniano le cerimonie di questi due paesi, pervase dal lutto e dal senso della morte sia nei riti orgiastici sia nei drammi sacri.
All’epoca di Platone, e principalmente a causa sua, Plutarco dice che sia avvenuto quello che potremmo definire un mutamento di prospettiva nella ricerca e quindi nella considerazione dell’Essere da parte dei filosofoi dell’epoca subentrati nel corso della tradizione ai sofoi che li hanno preceduti. Un mutamento di prospettiva tale da aver generato una nuova interpretazione circa la questione del rapporto tra dio e l’uomo: da un rapporto in certo modo di reciprocità a un rapporto di dominio-separazione.
E quindi, innanzitutto: reciprocità intesa in che modo?
Proponiamo qui che essa possa intendersi attraverso l’uso del termine divino, ovvero la possibilità che l’essere e in esso tutti gli enti rappresentino per gli uomini un mistero; ovvero la possibilità che il “sacro” (termine che a noi pare senz’altro più chiarificatore) sia sempre possibile. Di guisa che le storie letterarie dei nostri più antichi progenitori (come li definisce Aristotele) sono intrise di dei, uomini e semidei. Il grande Pan dunque rappresenterebbe il sacro inteso in questa accezione originaria e iniziale di divino, misterico, ignoto. E l’evento della morte del grande Pan potrebbe quindi rappresentare una “categoria” di situazioni nel quale ascrivere anche la situazione di cui ci dice Plutarco nel passo citato dell’adversus Colotem. A leggere l’intero capitolo 21 di cui si è detto, appare quanto meno verosimile l’ipotesi di un legame in Plutarco tra l’evento della morte di dio narrato nel De defectu oraculorum e l’evento del mutamento d’interpretazione dell’essere da parte dei filosofi, è detto da Platone in poi, nell’adversus Colotem.
Inoltre: in che senso il rapporto tra dio e l’uomo andrebbe inteso come un rapporto non più di reciprocità in qualche modo, bensì di dominio-separazione?
L’illustrazione e la risoluzione di questo quesito determinano il parere, che abbiamo letto, di Plutarco circa l’opportunità secondo egli stesso che sia piuttosto mantenuto un rapporto di reciprocità tra noi e la divinità. Plutarco, che vive ai tempi di Tiberio, e oltre, incrocia il suo destino con quelli che saranno poi detti i tempi di nascita del cristianesimo, che diviene religione di stato con l’editto di Tessalonica circa tre secoli e mezzo dopo (a.d. 380).
Rispetto al tema della morte di dio, con cui abbiamo aperto questa nostra riflessione, è possibile tuttavia cogliere ora un elemento-chiave della distinzione operata da Plutarco, il quale sottolinea e quindi evidenzia come la tesi legata al rapporto di reciprocità fra gli uomini e la divinità possa derivare dall’Egitto o dalla Frigia, a motivo – e questo è l’elemento che è messo in risalto – delle cerimonie di questi due paesi, pervase dal lutto e dal senso della morte sia nei riti orgiastici sia nei drammi sacri. E quindi, in conclusione: l’evento della morte (di dio) così come l’evento della morte (degli uomini). Potrebbe intendersi così, quella reciprocità di cui dice Plutarco.
Ciò ribadito, seguiamo invece l’ipotesi inversa del rapporto tra dio e gli uomini come di dominio-separazione. In una prospettiva storica, l’evento della morte, e in particolare del Figlio, di dio appare in qualche modo irreversibile. Il cristianesimo, essenzialmente con il senno di poi, finisce con il rappresentarne la causa primaria ed essenziale. Evento unico e irripetibile.
In quanto religione, il pensiero cristiano delocalizza e sposta il sacro nella trascendenza di dio e di contro il profano (dal greco pro–faino) nella prospettiva di ciò che Platone, attraverso la testimonianza di Plutarco, chiama materia o natura. Così che il rapporto di separazione si esprime piuttosto in termini di esclusione e non basta il pensiero dell’induzione mediante l’azione dello spirito, anche nella qualità di terza persona trinitaria, ad abbattere la “condizione” originaria della separazione tra dio e il vecchio o nuovo Adamo.
In vero, si tratta di un tentativo di recuperare la dimensione del sacro, che tuttavia non produce gli effetti probabilmente auspicati: sia perché lo stesso pensiero religioso in definitiva rinvia a una prospettiva escatologica della fine dei tempi sia perché, soprattutto, nell’attualità, in ciò che Severino definisce il tempo dell’attesa e di ciò che è atteso, sconta invece la stessa prospettiva di materialità o naturalità dell’essere di cui per l’appunto parla Plutarco. Il ché importa, semplificando e parafrasando una non più recente canzone di Baglioni, che dio non esisterebbe perché in tv non è mai apparso.
In altro modo a dirsi, entrano cioè in gioco, nell’intero discorso, quei “segnali molteplici”, per i quali Parmenide, all’incirca cinque secoli prima di Plutarco, dice che senza nascita è l’essere e senza morte, tutto intero, unigenito, immobile, ed incompiuto mai è stato o sarà, perch’é tutt’insieme adesso, uno, continuo. E Platone, pur dando origine a un mutamento del quadro interpretativo, non si è comunque potuto esimere dal presupporre un elemento sottostante alla qualità in divenire – quello che viene chiamato oggi materia o natura. Lo stesso farà Aristotele, nella Fisica e nella Metafisica.
E dunque, ritorniamo viceversa e restiamo letteralmente appesi all’elemento della storia, che abbiamo detto reciproco o del tutto comune alla divinità e all’uomo. E allora, troveremo piena conferma alle ipotesi qui formulate, attraverso anche e soprattutto la lettura del capitolo 21 citato: … Un lamento sulla dipartita di Kronos sarebbe stato appropriato anche in Grecia, dal momento che questi era stato detronizzato e soppiantato da Zeus … (cfr. anche Plutarco, De Iside et Osiride, 32, 363 E). E in fine concludere: … chiunque prende storicamente per buoni questi periodi di tempo, presuppone negli Egizi (e così pure nei Babilonesi, negli Indiani, ecc.) una forma mentis, anzi, una natura umana, particolarissima e fondamentalmente diversa dalla nostra, dimenticando con ciò che apparteniamo tutti alla stessa specie, l’homo sapiens.
Ma, evidentemente, così non è e quindi l’evento della morte di dio non rappresenta un fatto storico isolato, come alcuni vorrebbero farci credere, bensì un evento che nel tempo si ripete sempre uguale a se stesso. Soltanto “i nomi” dei protagonisti (o delle cose divenute che divengono, come dice lo stesso Parmenide, per mezzo di Plutarco) mutano.
Angelo Giubileo

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