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La montagna e il topolino della difesa Ue

Crisi economica e finanziaria hanno portato a una riduzione delle spese europee per equipaggiamenti, ma non è stata avviata nessuna collaborazione europea.


di Michele Nones | 10 Gennaio 2016

Le due Direttive del 2009 sugli acquisti pubblici di prodotti per la difesa e la sicurezza e sui trasferimenti intra-comunitari di equipaggiamenti militari hanno previsto per il 2016 una verifica dei risultati conseguiti.

Parafrasando il proverbio italiano si può già anticipare che la montagna (l’Unione europea, Ue,) ha partorito un topolino (un finto mercato europeo della difesa): a distanza di più di sei anni l’Europa è rimasta frammentata in 28 mercati nazionali.

Per quanto riguarda le acquisizioni, si può stimare che la quota di mercato europeo soggetta a competizione in base alla Direttiva 2009/81 arrivi, forse, al 15%. I casi di mancata applicazione delle regole della competizione europea sono uscite dalla porta (riducendo il ricorso all’articolo 346 del Trattato che consente di derogare quando siano in gioco “gli interessi essenziali della sicurezza” degli Stati membri) per rientrare dalla finestra (le eccezioni previste dalla Direttiva per tener conto delle specificità del mercato della difesa).

Agli Stati membri è stata, infatti, lasciata la possibilità di non fare competizione per gli acquisti tramite organizzazioni internazionali e accordi governo-governo, per necessità militari urgenti e per programmi europei di nuovi equipaggiamenti, per programmi nazionali di ricerca e sviluppo fino ai dimostratori tecnologici, ecc. Il tutto, però, sottoposto all’esplicito impegno a non utilizzare queste eccezioni per aggirare la normativa europea e, in qualche caso, al previsto vaglio della Commissione.

Rinazionalizzazione delle acquisizioni
È pur vero che crisi economica e finanziaria hanno portato a una riduzione delle spese europee per equipaggiamenti, ma lo è altrettanto che non è stata avviata nessuna collaborazione europea e che sono stati finanziati solo programmi nazionali.

Questa “ri-nazionalizzazione” delle acquisizioni è avvenuta e sta avvenendo sotto gli occhi di tutti e della stessa Commissione che sembra impotente di fronte alle forzature messe in atto dagli Stati membri e persino a espliciti comportamenti di mancato rispetto della Direttiva come la richiesta di offset a fornitori europei.

Emblematico è il caso della Polonia: dopo aver fatto una gara internazionale per nuovi cinquanta elicotteri multiruolo chiedendo esplicitamente un piano di compensazioni industriali, il Ministro della Difesa polacco ha recentemente dichiarato che il contratto assegnato ad Airbus potrebbe essere cancellato in caso di mancato accordo sugli offset. E questo è solo il caso più eclatante.

La disomogeneità della difesa Ue
Fra le altre cose, non si è considerato un problema di fondo dell’Ue, quello della sua disomogeneità. Un sistema complesso per le acquisizioni di equipaggiamenti militari è già presente e gestibile nei grandi e medi paesi, ma non in quelli più piccoli. Per far fronte alle loro limitate esigenze avrebbero dovuto essere previste efficaci alternative, come regole semplificate o, meglio, il supporto di organismi europei come EDA o OCCAR.

Per quanto riguarda i trasferimenti intra-comunitari, il sistema previsto dalla Direttiva 2009/43 non sta funzionando e acquisire un prodotto in un altro Stato europeo comporta ritardi ed extra-costi, oltre a rischi per la sicurezza degli approvvigionamenti (visto che non c’è alcuna garanzia, ma nemmeno un esplicito impegno politico, di non interferenza sulle autorizzazioni necessarie).

Una parte dei problemi è derivata dai ritardi nell’implementazione della Direttiva da parte degli Stati membri (definizione delle liste dei prodotti soggetti alla Licenza Generale e delle procedure per la certificazione delle imprese, istituzione di efficaci sistemi di controllo sulle esportazioni) anche perché ci si è dimenticati, anche in questo caso, che molti piccoli paesi non hanno alcuna esperienza in questo campo, né interesse a investire risorse umane e finanziarie per affrontare problemi che di fatto non li riguardano.

Un’altra parte dei problemi è derivata dall’aver voluto (per motivi politici) e dovuto (per motivi giuridici) lasciare molte responsabilità agli Stati membri, in primis quella di stabilire le liste dei prodotti che, grazie alla Licenza Generale, potrebbero essere trasferiti senza una specifica autorizzazione: ogni paese ha fatto le sue liste creando invece che un mercato comune, una vera e propria Torre di Babele.

D’altra parte, l’aver affidato ai responsabili dei controlli il compito di applicare un sistema che, di fatto, ne riduce competenze e “poteri”, costringendoli a cambiare buone e cattive abitudini, si è dimostrato fallimentare, incontrando ostacoli e resistenze non ancora superati.

Direttive del 2009 non ancora applicate
Tutto questo è dipeso sicuramente da alcuni punti deboli delle due Direttive, ma soprattutto dall’atteggiamento di gran parte degli Stati membri che, dopo averle approvate, sembrano essersene rapidamente pentiti, mettendo in atto forme di resistenza passiva e, in alcuni casi, anche attiva. Quello che sembra soprattutto essere venuta meno è però la capacità e la volontà della Commissione.

In altri termini il sistema si sarebbe dovuto basare su un bilanciamento fra corretto comportamento degli Stati membri e monitoraggio da parte della Commissione che, come “guardiana dei Trattati”, avrebbe dovuto assicurare, a tutela di tutti e in particolare degli Stati “virtuosi”, il rispetto degli impegni presi.

A questo proposito non è fuori luogo ricordare che le normative europee sono il frutto di un processo di approvazione che coinvolge la Commissione Europea (designata dal Consiglio e votata dal Parlamento europeo), il Consiglio Europeo e il Parlamento Europeo: rappresentano, quindi, le nostre leggi, non quelle di qualcun altro. Il che non vuol dire, evidentemente, che non possono essere migliorate, ma che, nel frattempo, devono essere rispettate.

Per inciso va anche ricordato che queste due Direttive furono definite con un forte impegno della Presidenza semestrale francese dell’Ue, senza il quale non si sarebbe probabilmente arrivati da nessuna parte, ma, negli anni successivi, anche la Francia sembra aver cambiato posizione. L’obiettivo di una piena attuazione delle due Direttive è stato, per altro, ribadito anche nei due Consigli Europei dei capi di Stato e di governo del dicembre 2013 e del maggio 2015, ma per ora resta ancora molto lontano.

Se chi deve far rispettare le regole non lo fa, non ci si può, d’altra parte, aspettare che tutto funzioni. E la Commissione resta evidentemente distratta: nel pacchetto di procedure di infrazione del 2015 approvato a dicembre, nessuna riguarda il settore difesa. Se non si vuole minare la credibilità della Commissione e della stessa Unione Europea, sarebbe bene ripensarci.

Ma parallelamente bisognerebbe prevedere una politica di incentivi per i programmi di collaborazione europea, a livello fiscale (eliminazione dell’IVA e non calcolo ai fini del Patto di Stabilità) ed economico (finanziamento di ricerca e sviluppo di apparati “duali”, finanziamento per l’acquisto di nuovi equipaggiamenti, acquisizione da parte di organismi europei di equipaggiamenti “duali” per gestire, svolgere e supportare le missioni internazionali decise dall’UE e le stesse attività dell’Ue, come il controllo delle frontiere esterne). Oltre al “bastone” è indispensabile anche la “carota”.

 

Pubblicato in : Primo pianoTag: anni, commissione, commissione europea, costi, crisi, crisi economica, dichiarato, finanziaria, fini, francia, governo, mercati, mercato, ministro della difesa, missioni, organizzazioni, parlamento, pentiti, processo, responsabili, stati membri, sviluppo, unione europea

Info Michele Nones

Michele Nones è Direttore del programma Sicurezza e Difesa dello IAI.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Claudio Fogazza

    10 Gennaio 2016 alle 21:37

    L’ Europa politica non esiste – rimangono solo le iniziative singole degli Stati – urge una politica estera e di difesa europea – un unico esercito – un’ unica frontiera – attualmente l’ Italia è la prima potenza militare e la Germania l’ ultima

    Rispondi

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