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La mia Firenze……..

A proposito della libreria Edison, divagazioni sugli effetti della globalizzazione su Firenze. E che almeno, nel nuovo negozio ci sia un commesso fiorentino che dia di bischero a quelli che fanno la coda per accaparrarsi l’iPphone 1,2 o 3.

di Pierluigi Costa | 5 Ottobre 2012

Era l’inizio degli anni ’90 e cominciammo a preparare gli scatoloni per traslocare dal nostro studio sul Lungarno Corsini. Era stata la sede, dalla metà degli anni trenta, dello storico studio Baroni, Porcinai e Tempestini, poi rimasta a mio padre. Lì, insieme al babbo, avevo iniziato a lavorare mentre frequentavo ancora l’Università, nella seconda metà degli anni ’70. Ed ogni giorno era una gioia, da qualsiasi parte arrivassi, attraversando il centro o arrivando dall’oltrarno, godere dell’unicità di Firenze. Non solo per i suoi monumenti; ma per i suoi negozi, le sue botteghe, le abitazioni, gli uffici, con un “mix di funzioni” (avrebbe detto qualche professore in Facoltà) che solo la storia unica di quel luogo e di quella gente aveva potuto determinare.

Poi qualcosa si spezzò; si ruppe l’equilibrio e proprio al principio degli anni ’90 iniziò la globalizzazione. E’ vero, l’uso della parola è molto più recente, ma la standardizzazione sulla base di un modello globale, imposto dall’esterno, iniziò proprio allora. Le grandi firme della moda internazionalizzata cominciarono ad aprire le proprie vetrine nel centro di Firenze.

Gli affitti, non solo dei negozi, salirono vertiginosamente ed in molti fummo espulsi dal centro di Firenze. Vane risultarono le norme, i regolamenti, i vincoli, tanto che c’è da chiedersi se non sarebbe stata meglio la totale libertà del mercato. I vincoli sui locali storici, sui cinema (dal quale deriva quello della Edison), la residenza come funzione privilegiata: tutto sostanzialmente inutile.

Il centro di Firenze cominciò ad assomigliare sempre di più ad un qualsiasi altro centro di una qualsiasi altra città europea. Ora forse solo la crisi lo trasformerà di nuovo.

Certo anche le librerie ne fecero le spese, una vera ecatombe. Per la verità una era già sparita qualche anno prima: la Beltrami. Ci aveva lavorato la mamma, in amministrazione, tanti e tanti anni prima, quando ancora era frequentata da Papini e da Soffici. In qualche modo i contatti con la mia famiglia si erano mantenuti e con cadenza regolare mandavano libri d’arte, freschi di stampa, in visione, tra i quali il babbo sceglieva sempre qualcosa da tenere. Forse è iniziato così l’amore per i libri: dal profumo che emanava da quelle pagine patinate.

Più tardi iniziò la frequentazione delle librerie, la scoperta dei tascabili.

Un incipit ti conquistava ed era amore per sempre per quell’autore: diventava quasi un punto di principio leggere tutto quello che aveva scritto. E così fu prima: “Noi eravamo contenti del nostro quartiere….” E più tardi: “Siamo a riposo, nove chilometri dietro il fronte…”. E ancora: “Poi veniva la brutta stagione. Alla fine dell’autunno, in un solo giorno, cambiava il tempo…..”. E molto più tardi: “E’ cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente….” . E poi : “Erano i giorni della peste di Napoli…..” . Come avrei fatto senza librerie. Entri in libreria, cammini tra gli scaffali, un nome di colpisce, oppure il colore di una costola. Prendi il libro, lo sfogli. Leggi l’inizio o una pagina a caso. Lo rimetti a posto, Ne prendi un altro. La vera assoluta libertà.

Certo sull’iPad se ne possono leggere migliaia di libri. Ma come scegliere? Posso cercare una cosa che già so di voler leggere; oppure una suggerita da altri, magari imposta.

Ma dai! direte………“think different”; come recitava la pubblicità della Apple sul finire degli anni ’90.

Siete proprio sicuri?

Think.

Qualche giorno fa, nella sala di attesa di uno studio medico avevo, proprio accanto, una bella signora, di qualche anno più giovane di me, ben vestita. Dopo qualche minuto apre la borsa e tira fuori un… iPad.  Un po’ incuriosito non posso fare a meno di sbirciare e….. si era messa a fare le parole crociate. Vi rendete conto? Mi veniva voglia di dirle: guardi che per quanto possa essere leggero l’iPad, in borsa è sempre più pesante della Settimana Enigmistica e forse costa anche qualcosina in più.

Different.

Alla Facoltà di Architettura, negli anni settanta più del 50% di studenti e un buon 20% di professori e assistenti portava l’eskimo verde. Mi faceva orrore. Il non essere irregimentato e massificato diventò il mio principio base.

Ma avete visto in televisione la coda per l’ultimo iPhone? Il personale del negozio, tutti con la stessa identica monturina, schierati  ad applaudire il primo, fortunato cliente, a battergli il cinque. E allora non ti resta che sperare che nel futuro negozio in Piazza della Repubblica ci sia  almeno un dipendente fiorentino doc, che dentro di sé, mentre entra il primo fortunato cliente della lunghissima coda per accaparrarsi il primo iPhone6 o 7 o 8, o iPod, o iPad ultimo tipo, dentro di sé, dicevo, pensi: “ecco iPrimo bischero”.

Pubblicato in : Primo pianoTag: amministrazione, anni, anni settanta, apple, architettura, borsa, cinema, crisi, firenze, futuro, globalizzazione, mercato, professori, repubblica, studenti

Info Pierluigi Costa

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Marzio Siracusa

    6 Ottobre 2012 alle 08:54

    Beh, direi che lo scempio è iniziato molto, molto prima, addirittura con l’ultima ondata degli intellettuali maestri che venivano dal contado e che incontrando a Firenze triestini e anglobeceri sognavano d’essere a Parigi o Vienna, inizio questo d’un brutto pasticcio, reiterato dalla Firenze dei Pavolini, dalla Firenze resistenziale e lapiresca, e poi da quella alluvionata fino all’apoteosi dell’attuale Firenze scarpettara, sempre più “romana”, un po’ lenona un po’ levantina, tutto meno che un laboratorio per il nuovo.

    Rispondi
    • Pina Vicario

      14 Ottobre 2012 alle 21:34

      Lavoro con i libri, dunque non amo molto la condizione in cui il libro è stato in breve tempo relegato. Se una libreria chiude è come se una porta della cultura fosse sbarrata per sempre. Ma se tutte le librerie chiudono che cosa ci rimane? Quando si entra in una libreria, ci si sente subito ricchi. È quella ricchezza che non avrai mai neanche se possiedi miliardi. È quasi una magia.
      L’usa e getta di questo mondo globalizzato ha inquinato tutto e continuerà a inquinare fino a che resteremo sommersi. Una stampante che funziona benissimo, non puoi utilizzarla più perché non trovi in commercio le cartucce. Devi cambiare la stampante. Oggi il libro elettronico fa status, come una volta la borsa firmata o il cellulare. Ecco perché tanti fanno la coda per comprare le ultime novità. Forse l’uomo è diventato troppo piccolo, per capire dove andrà a finire.

      Rispondi

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