“ Quando il mattone tira l’economia tira!”
Era il refrain sempliciotto d’un’Italia ancora rurale che nella costruzione di case vedeva il segno del benessere. Tempi andati, insieme alla loro verità retorica. Da De Amicis a Pascoli, a Pasolini e Pratolini, in tutti vince sempre l’immagine eroica del muratore, le sue forti mani intrise di calce che costruiscono il rifugio essenziale, mani che si inerpicano e innalzano, non di rado scivolando via dalla vita o perdendo l’integrità anche in lievi inciampi, e spesso alle intemperie prima della pausa di mezzogiorno, col gavettino di pasta fredda sotto un riparo di fortuna.
Anche senza ricorrere ai maestri comacini, essere bravi muratori era un’arte, e non a caso la libera muratoria si rifece alle simbologie di quell’arte.
Tempi andati, il muratore artigiano non esiste più, o al massimo si spende per porzioni di lavoro dove la macchina non ha spazio. Ma non è questione di macchina, il muratore non è il solo operaio artigiano ad essere scomparso, tanti mestieri morti si potrebbero ricordare.
Il muratore è più che scomparso, il muratore sopravvive grazie alla sua metamorfosi dopo la rinuncia alla misura, e il muratore senza misura è caricatura del costruire e costruisce caricature. Così da atto meritevole dell’esistenza umana il costruire case, archetipo d’ogni costruire, entra pian piano in una zona d’ombra, diventa un costruire sospetto, quasi equivoco, che è ormai sintomo del costruire collettivo in ogni campo, qua e ora.
Il muratore, come ciascuno di noi, ha perso la sua misura nel costruire inutile, nel dare corpo non più a ciò che va abitato, ma a ciò che va posseduto, venduto e ancora posseduto. In ciò il muratore non è più un costruttore, ma un vero usuraio della materia, e le città e le campagne sono gravate da questa usura, dove la sacra necessità del rifugio è espropriata da un affare proiettato nel tempo, in cui ciascuno vuol mangiare. Imprese edili, immobiliaristi, lobbies guidate dalla criminalità, sofisticati apparati e agenzie colluse con le università, e tutto il sottobosco di attività animali in cui si è degradato il costruire, tutti costoro vogliono costruire e mangiare sempre di più.
E i muratori senza misura annusano il bottino, lasciano a ragione l’impresa, si riuniscono in bande, comprano camioncini e il resto occorrente, e dove non è stato devastato corrono a devastare.
L’avidità del costruire trasforma in nuovi campi nomadi i terribili villaggi che infestano campagne e periferie urbane, senza misura e destinati a pochi anni di vita, presto sopraffatti da altri campi nomadi senza misura.
L’affare collettivo di comprare, vendere e ricomprare case, con cui gli italiani sobillandosi a vicenda tentano stupidamente di supplire alla miseria di stipendi e salari, non può fermarsi davanti a nulla, e se la domanda di acquisti e affitti si indebolisce, anche l’emigrazione clandestina va bene purché a breve termine la domanda riprenda vigore. Il muratore usuraio di calce e mattoni è entrato in ciascuno di noi, la sacralità dell’abitare ciò che si possiede è infettata, e per nascondere il misfatto anche l’apologia dell’accoglienza fa brodo.
Il costruire per abitare tenta di rifarsi il trucco nel costruire per accogliere, ma è un costruire senza misura, una metastasi che la metamorfosi del muratore propaga senza limite alcuno.
L’unica vera rivoluzione italiana sarebbe il blocco ventennale di ogni edilizia abitativa, ora e subito chiudere dovunque i cantieri, se occorre “manu militari”.
Un sogno!
E poi quale leader farebbe questa rivoluzione senza finire inquadrato nel cannocchiale di un Manlicher-Carcano e nel dito sul grilletto d’un italico Oswald?
Marzio Siracusa

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