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La maschera di bronzo

Il governo italiano farebbe bene a dimettersi, non perché abbia perso il referendum, non c’è nessun dovere costituzionale che lo imponga, ma perché in solo dieci giorni ha perso i suoi principali riferimenti di politica estera. L’onorevole Meloni era andata, quasi fosse un funzionario d’ambasciata, ad assistere alla giornata di insediamento del presidente Trump e si atteggiava a mediatrice, mai ce ne fosse bisogno, fra Stati Uniti ed Europa. Adesso è ridotta all’eroica difesa del Vaticano.

di Riccardo Bruno | 15 Aprile 2026
Giorgia Meloni in Campidoglio per la cerimonia d’insediamento del presidente Trump

Il governo italiano farebbe bene a dimettersi, non perché abbia perso il referendum, non c’è nessun dovere costituzionale che lo imponga, ma perché in solo dieci giorni ha perso i suoi principali riferimenti di politica estera. L’onorevole Meloni era andata, quasi fosse un funzionario d’ambasciata, ad assistere alla giornata di insediamento del presidente Trump e si atteggiava a mediatrice, mai ce ne fosse bisogno, fra Stati Uniti ed Europa. Adesso è ridotta all’eroica difesa del Vaticano.

Prima ha ritenuto illegale la guerra americana in Iran, poi ha rifiutato le basi ai bombardieri americani, infine ha appunto giudicato inaccettabile l’aggressione verbale contro il pontefice. Dove sarebbe la mediazione promessa? La posizione dell’onorevole Meloni è la stessa del premier spagnolo Sanchez, che per lo meno ha il pregio della coerenza. Senza nemmeno contare che il ministro degli Esteri Taiani in Libano contesta la politica di Netanyahu, fino a ieri un partner privilegiato. Taiani, il protagonista dell’osservare i consessi internazionali altrui su Gaza.

Non bastasse in Ungheria ha appena perso Orban, al quale il governo italiano era aggrappato, nonostante quello appoggiasse Putin. All’Italia resta giusto il sostegno a Zelensky, quando, o sei amico di Orban, o lo sei di Zelensky. C’è pure Salvini che vuole riaprire al gas russo, come dice di fare anche l’Eni, l’ideatrice del piano Mattei, altro capolavoro dei governo. Mai fosse questa la linea, verrebbe meno la decantata amicizia con Kyiv. Un rovesciamento totale della politica estera, ad un anno dalle elezioni, non si era mai visto da parte di un governo della Repubblica. Bisogna risalire ai governi monarchici del secolo scorso per trovare qualcosa del genere, al governo Salandra, o a quello Badoglio.

Il governo Meloni ancora nemmeno si è accorto della peculiarità della situazione. Posto di fronte al voltafaccia clamoroso, potrebbe restare impassibile come una maschera di bronzo. Avrebbe finalmente sposato completamente la posizione europea, rinunciando a qualunque velleità. Sarebbe rinsavito insomma. Non fosse che l’Europa conta in Spagna e nella vicina Inghilterra dei leader socialisti. In Germania un cancelliere popolare, che al limite potrebbe andare d’accordo con Taiani, mentre in Francia c’è ancora l’odiato Macron, che si intende con Renzi. Una volta perso il riferimento statunitense e israeliano, riassorbito quello ungherese, tanto varrebbe per l’Italia un nuovo governo, in sintonia piena con quelli nel resto del continente. Tanto è vero che la proposta di sospendere il patto di stabilità, per affrontare la crisi di Hormuz, l’ultima ideona dell’onorevole Meloni, non trova finora nessun eco negli altri paesi comunitari. L’Italia non è isolata. È proprio all’angolo, nella speranza di veder sospesa la procedura per deficit eccessivo.

Il governo italiano si era a lungo pavoneggiato ritenendo di essere al centro della politica internazionale, di voler promuovere l’unità dell’Occidente. In vero, fa rimpiangere il governo Goria, che pure aveva immediatamente spedito la flotta nel Golfo persico per contribuire al processo di stabilizzazione dopo la guerra fra Iran ed Iraq. La marina da guerra italiana si era scontrata con successo con i pasdaran e tornò ammirata e decorata. L’Italia di Meloni non ci pensa proprio ad una seconda missione nel Golfo. Preferisce restare nell’Unifil a prendere schiaffi dallo Stato ebraico e ha pure un ministro della Difesa che lamenta di non essere in grado di rispondere adeguatamente, se sotto attacco. L’Europa e gli Stati Uniti devono avere la stessa direzione di marcia, aveva detto l’onorevole Meloni nelle sue comunicazioni al Senato. Lei stessa con il suo governo non tiene il passo di nessuno dei due continenti. È giusto un intralcio.

Riccardo Bruno

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l’Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all’Ufficio esteri del PRI diretto dall’onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l’Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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