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Quando la Mafia propro non c’entra

di Beppe Facchetti | 9 Ottobre 2017

Il nuovo codice antimafia che, quando si occupa specificamente di mafia, è certamente per molti aspetti migliorativo, diventa davvero indigesto quando prende l’occasione per allargarsi un po’ troppo, equiparando i corrotti, e financo gli autori di stalking, ai mafiosi. Una legge-manifesto, che invia proclami apparentemente severi (sequestro dei beni), ma di pessima qualità e difficile attuazione.

Qualcuno ha parlato di populismo giudiziario, noi potremmo definirlo un nuovo indizio di grillismo omeopatico, di concessione non solo alla cultura ma alla pratica del sospetto, che passa nel corpo vivo delle nostre istituzioni in dosi massicce che producono assuefazione, indebolendo l’organismo democratico.

Quello omeopatico è ben più pericoloso di quello originale, perché praticato da anti-grillini da comizio, critici a parole ma smaniosi di impossessarsi della componente emotiva per non lasciarla agli avversari, perché oggi i voti sono innanzitutto emozioni. Salvo poi che i grillini veri votano contro perché vogliono di più, sempre di più, rispetto ai loro imitatori. Che alla Camera sono stati ben 259, tutti della maggioranza, gli stessi che dieci minuti dopo hanno approvato un ordine del giorno che già mette in discussione le nuove norme anti corruzione.

Uno che di questa materia dovrebbe intendersene, Raffaele Cantone, ha inutilmente chiesto che fossero cassate, ma niente da fare: Rosy Bindi ha dichiarato che si voleva fare “un regalo all’Italia”.

In questo nuovo codice, salta la distinzione tra norma ed eccezione, scusate se è poco.

Tutto diventa prevenzione senza il filtro del giudizio in contraddittorio, che è un metodo giuridico accettato dalla cultura liberale quando è eccezionale, possibilmente temporaneo, in quanto giustificato da situazioni (l’estirpazione della mafia) che possono rendere accettabile il ricorso da parte dello Stato alla limitazione della libertà. Condizione quest’ultima che può intervenire solo per motivi molto precisi di estrema urgenza o dopo un lungo (in Italia fin troppo lungo) processo, svolto con tutte le garanzie a tutela dell’innocenza presunta dell’imputato.

Col nuovo codice non solo si salta tutta la fase processuale, e basta molto poco per consentire misure di sequestro patrimoniale, anche di intere aziende con tanto di dipendenti, fornitori, creditori e debitori, sulla base di indizi preliminari di sospetto associativo e in presenza di arricchimenti non spiegabili  (come se tutti i malavitosi, vedi Totò Riina, tenessero i beni al sole).

Valeva per i mafiosi, ora varrà per l’ipotesi di associazione a delinquere finalizzata a peculato, corruzione, concussione, peculato semplice, malversazione. E varrà anche per i responsabili di stalking, e di terrorismo internazionale: dove stia il loro arricchimento ingiustificato è difficile da capire, ma oggi si inseguono solo i reati da prima pagina ed è già andata bene che non si sono aggiunti altri reati utili per fare bella figura nei talk show della sera.

Che tutto nasca dalla semplice segnalazione di un Prefetto è una ulteriore fonte di preoccupazione. Basta il sospetto e il Magistrato farà fatica a respingerlo, bloccando anche beni aziendali. Ma un immobile si può restituire, in caso di errore. Un’azienda, che vive di reputazione, non si rende nuovamente disponibile come se nulla fosse. Nel frattempo non può più partecipare ad appalti, entra in una spirale senza vie d’uscita, muore.

E’ vero che corruzione e concussione sono reati odiosi, ma abbiamo avuto fin troppi casi in cui solo un lungo e meditato iter processuale ha restituito l’onore formale a persone e famiglie talora colpite da un vero tsunami mediatico-giudiziario. E’ di questi giorni il caso Mastella, dopo 9 anni e un Governo caduto, e quello di Penati, dopo 6 anni e la condanna preventiva innanzitutto del suo partito.

Ma qui erano processi. Il non-processo previsto dal nuovo Codice per colpire dei sospettati è molto più pericoloso, oltre che incostituzionale. E anche il fatto di far passar leggi contro la Costituzione perché tanto c’è la Consulta che provvederà, è un modo di logorare un’istanza di ultimo livello che già sta fin troppo sostituendosi al Parlamento (vedi leggi elettorali) e rischia domani di essere attaccata e vilipesa. Si fa in fretta a definire amici dei corrotti quelli che vogliono semplicemente garantire la legalità.

E infilare la mafia dappertutto è un torto fatto innanzitutto a chi la mafia l’ha combattuta davvero. Si veda la dabbenaggine di aver chiamato “Mafia capitale” un’inchiesta molto ridimensionata in cui i Giudici hanno escluso l’aggravante mafiosa, restata però in tutti i titoli di giornale e addirittura in una fiction sulla Tv di stato.

Non è senza costi generali l’aggressione superficiale allo stato di diritto, che sarà anche cosa noiosa perché formalista e scomoda, certo poco emotiva, ma è l’unica vera garanzia generale e non mutabile che tutela tutti.

Beppe Facchetti

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, autori, bindi, costi, costituzione, cultura liberale, dichiarato, governo, italia, misure, parlamento, patrimoniale, persone, processo, responsabili, rosy bindi, stia

Info Beppe Facchetti

Beppe Facchetti è stato deputato al Parlamento e responsabile economico del PLI. E’ attualmente vicepresidente di Confindustria Intellect, che federa le associazioni della comunicazione e della consulenza.

Ha sempre lavorato, in aziende, associazioni e istituzioni, nell’ambito della comunicazione d’impresa, materia che ha insegnato all’Università di Perugia e attualmente di Milano. Editorialista di politica economica per “L’Eco di Bergamo”, ha ricevuto nel 2015 la medaglia dell’Ordine per 50 anni di attività pubblicistica. Già membro della Giunta esecutiva dell’ENI, vicepresidente di Sacis Rai, ASM Brescia. Consigliere comunale, provinciale di Bergamo, candidato alla presidenza della Provincia per il centrosinistra.

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