
A Ein al-Duyuk, poco fuori Gerico, dieci uomini mascherati entrano di notte in una casa dove dormono quattro attivisti stranieri di cui tre italiani . Non cercano terroristi, non parlano di sicurezza, non agiscono in risposta a una minaccia. Entrano, pestano, derubano. Quando se ne vanno, tre italiani e un canadese hanno il volto gonfio, le costole doloranti, i documenti spariti. È un episodio che colpisce perché coinvolge volontari stranieri, ma la verità è che non racconta niente di nuovo: è la fotografia più recente di un fenomeno che ha radici profonde e che oggi sta raggiungendo una maturità pericolosa. La violenza dei coloni non è più un incidente isolato: è il prodotto storico, politico e ideologico di un movimento nato più di cinquant’anni fa e trasformato nel tempo in una forza autonoma, capace di imporre una propria agenda sul terreno.
La storia comincia nel 1967, quando Israele conquista la Cisgiordania e Gerusalemme Est nella Guerra dei Sei Giorni. Da quel momento, una parte significativa della società israeliana interpreta la nuova geografia come un ritorno alla “terra promessa”: non solo un fatto militare, ma una missione. Nascono i primi insediamenti, a volte come postazioni strategiche dell’esercito che poi diventano comunità civili, a volte come esperimenti di giovani laici o religiosi convinti che la Giudea e la Samaria non dovessero mai più essere abbandonate. All’inizio, il movimento dei coloni è un mosaico ideologico: c’è chi sogna di riportare vita ebraica in luoghi biblici, chi parla di sicurezza nazionale, chi usa gli insediamenti come laboratorio sociale. Ma la dimensione pionieristica si trasforma rapidamente in infrastruttura: strade, case, scuole, quartieri, centri commerciali. Nel giro di pochi decenni, piccoli avamposti diventano città-colonia da decine di migliaia di abitanti.
La svolta politica degli anni Settanta consolida il fenomeno: il governo inizia a incentivare apertamente l’espansione, tramite agevolazioni economiche, programmi residenziali e un uso sistematico delle leggi militari per confiscare terre palestinesi. Ciò che inizia come un progetto motivato dalla fede o dalla sicurezza si trasforma in un’architettura di colonizzazione strutturale. Il numero dei coloni cresce, le comunità si moltiplicano, gli avamposti “illegali” vengono regolarizzati retroattivamente, e la distinzione tra Stato e movimento di insediamento si assottiglia sempre più.
Con il passare degli anni, il movimento cambia volto. Accanto alle famiglie moderate e ai residenti attratti dai prezzi bassi, emerge una generazione radicalizzata, fatta di giovani che crescono in comunità dove la legge religiosa ha più peso di quella civile, dove il palestinese non è un vicino con cui convivere ma un intruso da respingere, e dove lo Stato israeliano viene percepito come troppo timido, troppo laico, troppo esitante nel rivendicare tutto il territorio. In questi ambienti proliferano gruppi che si considerano avanguardie spirituali e difensori della terra: si organizzano pattuglie, si costruiscono avamposti senza permesso, si pratica una violenza quotidiana e capillare, fatta di intimidazioni, incursioni, vandalismi, incendi, attacchi durante la raccolta delle olive.
Col passare degli anni, la distinzione tra autodifesa e aggressione diventa irrilevante. L’idea stessa che la legge valga per tutti viene erosa. I coloni più estremi iniziano a gestire la sicurezza nel proprio perimetro come se fossero un esercito parallelo: fanno ronde, controllano vie di accesso, entrano di notte nei villaggi palestinesi per “dare lezioni”, spesso armati. L’IDF, quando interviene, lo fa tardi, male, o con atteggiamento passivo. In alcuni casi, soldati e coloni collaborano; in altri, i coloni ignorano apertamente gli ordini militari. Il confine dell’autorità si fa poroso.
Il risultato è un ecosistema dove la violenza non è più un eccesso, ma un linguaggio. In molte zone della Cisgiordania, la presenza di gruppi di coloni estremisti ha un ruolo preciso: rendere la vita dei palestinesi insostenibile, erodere la loro presenza, spingerli a lasciare villaggi, case, terre. È una strategia che non viene sempre esplicitata, ma è evidente nei fatti: campi bruciati, bestiame sgozzato, ulivi sradicati, aggressioni ricorrenti, raid contro contadini disarmati. Molti analisti israeliani parlano apertamente di “trasferimento strisciante”: un processo lento, continuo, che cambia la geografia senza dichiararlo.
È dentro questo quadro che si inserisce la notte di Ein al-Duyuk. Dieci uomini mascherati non sono un episodio casuale: sono il prodotto di un sistema che da anni tollera, normalizza e legittima la violenza dei coloni più radicali. Un sistema in cui una minoranza estremista è diventata, in alcune aree, la voce dominante. E dove lo Stato — per calcolo politico o per impotenza — ha rinunciato al monopolio della forza.
La gravità dell’aggressione contro stranieri sta nel fatto che mostra quanto questi gruppi si sentano intoccabili. Non temono la legge, né la stampa, né la diplomazia. Agiscono come se fossero titolari della sovranità in quei territori, come se proteggessero una frontiera che non è geografica ma ideologica. La loro logica è semplice: se la terra è nostra per diritto divino, ogni mezzo è legittimo per difenderla — anche a costo di ridurre la violenza a metodo politico quotidiano.
Il movimento dei coloni non è un blocco unico: dentro ci sono persone per bene, moderati, cittadini normali. Ma la sua evoluzione storica, favorita da decenni di politica ambigua, permissiva o apertamente favorevole, ha creato un sottosistema autonomo che oggi rappresenta una delle sfide più destabilizzanti per Israele stesso. Perché ogni atto di violenza impunita non indebolisce solo il diritto dei palestinesi: logora anche la capacità dello Stato di applicare la legge, di controllare il territorio, di decidere la propria politica senza essere ostaggio di minoranze armate.
La notte di Ein al-Duyuk non è un errore, né una deviazione. È il punto di arrivo di una storia iniziata nel 1967, cresciuta negli anni Settanta, consolidata negli anni Ottanta, normalizzata negli anni Novanta, e radicalizzata negli ultimi due decenni. E finché il movimento dei coloni non verrà ricondotto dentro il perimetro della legge — non quella biblica, ma quella civile — la violenza continuerà a essere il linguaggio dominante in quelle colline contese.
Israele non può permettersi di ignorarlo. E il mondo non può fingere di non vedere.
Nico Kir

Lascia un commento