Due episodi recentissimi, in America il primo, a Roma il secondo, ci illuminano con i fatti sui nodi attorno ai quali è aggrovigliata la politica italiana.
In USA i due candidati che si sono sfidati per la designazione all’interno del partito democratico, dopo mesi di battaglie senza esclusione di colpi, hanno deciso di unire i loro sforzi contro il candidato repubblicano Donald Trump. Hilary Clinton e Bernie Sanders hanno dato l’annuncio nel corso di un comizio tenuto assieme nel New Hampshire. Non è stata, da parte di Sanders una capitolazione, perché Hilary si è impegnata a fare suoi parecchi punti che avevano caratterizzato come socialista l’avversario. Clinton ha detto che si impegnerà per l’energia pulita, la riduzione dei costi dell’università fino ad eliminarli per le famiglie che guadagnano meno di 125.000 dollari all’anno, la riforma del sistema di finanziamento della politica, i controlli su Wall Street, la promozione delle aziende che non esportano posti di lavoro, la revisione dei trattati commerciali che penalizzano i lavoratori americani, la costruzione di un’economia che includa tutti, invece della «woodoo economics di Trump che favorisce solo i ricchi». E Sanders ha rimarcato che si tratta della “piattaforma più progressista nella storia del partito”. E’ evidente che l’accordo aumenta le possibilità di successo dei democratici nella corsa alla Casa Bianca. E, se vinceranno, Sanders potrà beni dire di non avere fatto invano la sua corsa conclusasi con la sconfitta di misura, ma condotta in maniera tale da suscitare entusiasmo tra i giovani americani.
Per la politica italiana è un esempio cui guardare, dopo due anni di attività legislativa condotta a suon di decreti, mozioni di fiducia, minacce di scioglimento anticipato delle Camere. Clinton e Sanders hanno messo in piazza i loro accordi; sapere su cosa sono basate le intese che hanno consentito a Renzi di guadagnarsi una maggioranza che gli elettori non avevano dato al PD è, nella migliore delle ipotesi, un mistero.
Insegnamenti più diretti si possono ricavare dal secondo episodio. Tutti abbiamo seguito le vicissitudini sconcertanti della formazione della Giunta Comunale di Roma, varata proprio allo scadere ultimo del termine. Eppure, Virginia Raggi ed i Cinque Stelle hanno vinto da soli. Con un sistema elettorale che ha assegnato loro un vistoso premio di maggioranza.
Ma davvero dobbiamo ancora credere che i sistemi elettorali con tanti marchingegni per gonfiare le maggioranze, mortificare le minoranze, e con trappole, ostacoli e sbarramenti sono decisivi per garantire buoni governi?

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