L’Italia è sempre più in ritardo con la storia. Ogni anno che passa ne perde due, tre, dieci. Gli altri Paesi vanno avanti, l’Italia è al palo. Manca completamente di programmazione di lungo periodo. Sempre più lontana dall’Europa e dai suoi alleati postbellici, USA e Gran Bretagna, giace immemore e incapace di capire quanto occorre fare oggi per i prossimi trenta-quarant’anni. Si trastulla sul costo-beneficio corrente anziché intravvedere e costruire il Futuro, a differenza di quanto fecero i padri fondatori della Nuova Italia, che in pochi anni crearono un’immensa rete di ferrovie, strade e porti di interesse europeo. Così il Paese ristagna, arretra e sprofonda tra imprevidenza nella gestione delle sue infrastrutture e ricorrenti calamità naturali. Andrà sempre peggio se non si recupera cultura, filosofia e storia, alimento dell’umanesimo e delle scienze, veri pilastri portanti di qualunque Comunità. Oggi occorre dotare l’intero territorio di internet superveloce e sicuro, anziché intermittente e gestito da malandrini. Questa è l’autostrada universale, già ora urgentissima. Invece immense plaghe sono collegate a fatica o addirittura per niente, come fossimo fuori dal mondo. L’Italia di Guglielmo Marconi e di Enrico Fermi è il passato remoto. Imperversano chiacchieroni e fattucchieri, votati e portati al potere da creduloni che alla scienza antepongo gli ex voto e i miracoli, l’oroscopo alla volontà. Del resto il presidente del Consiglio in carica accampò un curriculum arricchito da bellurie vanitose che suscitarono sorrisi perplessi se non perplessità. Un suo vicepresidente, Luigi di Maio, privo di arte ma molto di parte, il 28 maggio 2018 chiese l’incriminazione del Presidente della Repubblica, seguito a ruota da una valchiria di borgata, perché Sergio Mattarella intendeva (come intende) salvare l’Italia dal baratro dei “no tutto”e tenere l’Italia in quell’Europa che oggi è l’unica ancora di salvezza, proprio perché, male che vada, ci commissarierà e ci salverà dall’infantilismo dilagante. Il “caso Atlantia” è sotto gli occhi di tutti. Meglio subire per qualche tempo una “tata” severa che precipitare in un abisso senza fondo, dimentichi che la sovranità andò perduta una volta per sempre con l’iniquo Trattato di pace del 10 febbraio 1947, lettura obbligata anche per il ministro dell’Interno, che (gli piaccia o meno) per poteri effettivi viene molto dopo quello degli Esteri e della Difesa.
Malgrado tutto, questa Italia ha più risorse di quanto dicano governo e “media”. E’ l’amalgama di un popolo forgiato nelle secolari lotte contro invasioni, scorrerie, dominazioni straniere. Lo scordiamo perché si campa di cronaca spicciola, Ma vi sono terre che ci credono e lo insegnano. Lo ha fatto il comune di Reino, in provincia di Benevento, nell’antico e sempre vivido Sannio, con il convegno su “La Grande Guerra che cambiò il mondo”, doveroso omaggio ai 160 reinesi schierati in prima linea nel 1915-1918 e ai suoi 16 caduti: una iniziativa fortemente voluta e orchestrata dal sindaco, Antonio Calzone, anche in omaggio a due concittadini, il vicecomandante dell’Arma dei Carabinieri, Massimo Jadanza, e il generale Antonio Zerrillo, già capo del Progetto Centenario del Comando Esercito Piemonte, partecipi all’incontro con relazioni magistrali.
A Reino passa il tratturo Pescasseroli-Candel cantato da Gabriele d’Annunzio. Lì, anzi, i pastori sostavano a lungo e abbeveravano gli armenti. E’ a due passi da memorie santifiche (Pietrelcina) e tragiche (Casalduni, Pontelandolfo), da Morcone, presepe nel presepe, affacciato sull’immensa valle del Tammaro, con l’occhio vigile alla displuviale che separa la Campania dall’Adriatico. Tante, troppe volte di lassù irruppe il “nemico”, quando non salì dalla costa tirrenica dopo aver devastato paesi e luoghi sacri (compresa l’Abbazia di Montecassino). Lì la memoria dei saraceni e dei turchi è vivida, come quella di “alleati per caso”, “liberatori” per interessi loro. Lo si coglie nello sguardo soffuso di storia millenaria del marchese Andrea Jelardi, che guida alla visita del Museo della Pubblicità nell’avito palazzo in San Marco dei Cavoti, o nel silenzio degli orologi da campanile affidati al Comune dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, in mostra in un austero palazzo, spesso chiuso per carenza di fondi.
Il Sannio insegna quanto sia antica profonda e unitaria la storia del paese Italia.
In duemila e cinquecento anni sono stati due soli gli artefici delle Grandi Vie tra l’Italia e l’Europa: i Romani e Napoleone Bonaparte. Imperatore dei Francesi, questi imparò a pensare in grande leggendo non già i pamphlets di sfasciacarrozze aspiranti rivoluzionari ma i classici greco-romani. Le strade e i codici napoleonici sopravvissero alla sconfitta di Waterloo. L’antica Roma consolidò ogni sua avanzata con nuove strade. I loro nomi ricordano i Consoli e i Cesari, che le aprirono superando difficoltà enormi per i mezzi dell’epoca. Quei nomi (Appia, Emilia, Aurelia, Domizio…) rimangono, al pari del Codice Giustinianeo. Costate fatiche immense, quelle grandi opere impiegarono anche prigionieri di guerra, perché quelle erano le regole del tempo, piaccia o meno alla sensibilità odierna, povera di senso della storia. A differenza dei loro avversari, arroccati ai margini del Tempo e via via soggiogati, i Romani crearono una rete che per la prima e sinora unica volta edificò l’Europa mediterranea, dalla Manica alla Palestina, da Gibilterra al Mar Nero. Non vi è più stato nulla di uguale.
Roma si affermò di secolo in secolo: guerre, alleanze, creazione di “colonie”, abitate in gran parte da cittadini di pieno diritto o “federati”. Di rado Roma sterminò i vinti. Non ne aveva motivo. Le popolazioni delle terre annesse erano la principale risorsa per l’espansione del suo dominio, come in omaggio a Caio Ottaviano Augusto scrisse il “padano” Publio Virgilio Marone nell’ Eneide. I Romani perdonavano i sottomessi, governavano col rigore lungimirante della legge e “debellavano i superbi”, cioè i riottosi, abbarbicati nella rete del passato remoto. Mai contagiati dal monoteismo (uno o trinitario), da costumanze condizionanti l’alimentazione e da precetti che inibiscono la procreazione nell’età più fertile (quella giovanile, la più propizia per la schiatta), i Romani furono ligi alla “filosofia della prassi”, che non è ideologia ma storia in fieri. Nessuna indulgenza verso idealismi e velleitarismi, né verso fatui moralismi, drappi rilucenti su corpi decrepiti.
In circostanze estreme i Romani ricorsero a misure eccezionali. Vittoriosi a Zama nella seconda guerra contro Cartagine (202 a.Cr.), decisero di dominare la “Liguria”, perché da lì era passato l’esercito di Annibale con tanto di elefanti e l’aiuto dei Galli, sempre corrivi ad assecondare dominatori di passo diretti contro l’odiata Città Eterna. Nel 181 a. Cr. i consoli Publio Cornelio Cetego e Marco Bebio assalirono i Liguri Apuani. Impreparati e chiusi nella tenaglia tra la costa e i monti, si arresero. Sentito il Senato, i consoli ne decisero il trasferimento in massa nel Sannio, ove, dopo tre guerre in mezzo secolo contro la fortissima popolazione (326-271 a. Cr.), la Repubblica possedeva un ampio territorio. Malgrado suppliche e (pare) il suicidio per protesta di un’intera comunità, circa quarantamila Liguri Apuani di libera condizione, con mogli e figli, vennero tradotti (o deportati, secondo sensibilità odierne), parte a piedi e parte in nave sino al litorale campano, passando per Benevento, la terra due volte al centro della grande storia: per la vittoria dei Romani contro Pirro (275 a. Cr.) e quella di Carlo I d’Angiò contro Manfredi di Svevia (1266).
All’arrivo i capifamiglia ebbero 150.000 denari d’argento per provvedersi del necessario e mettere a frutto i poderi loro assegnati da appositi esperti. Fu una vittoria non su un nemico ma sulla tentazione di “fare il deserto dove dicevano di portare la pace”, come poi scrisse Tacito. I consoli celebrarono il successo in Roma. “Furono i primi che ottennero quell’onore senza aver combattuto” scrive lo storico Tito Livio, un altro “padano” cultore della Grande Roma. “Davanti al cocchio trionfale procedette soltanto la vittima per il sacrificio, un animale; non ci furono prigionieri o prede da sfoggiare, né altro che potesse essere donato ai soldati”.
Successivamente due consoli costrinsero alla resa altri 7000 liguri alle bocche del fiume Magra e li trasferirono nel Sannio. Nel tempo non si registrarono tensioni tra Sanniti e Liguri. La loro comunità venne rinforzata da veterani, ebbe una certa autonomia e sussidi per provvedere soprattutto all’infanzia, La “Tabula alimentaria” (101 d.Cr.) attesta i sussidi assicurati dall’imperatore Marco Ulpio Traiano a sostegno della popolazione. L’ “itala gente da le molte vite” (cantata dal grande Giosue Carducci) era ormai salda. Aveva una storia che affondava radici nella memoria: unità nella diversità originaria. Recenti ricerche sul Dna della popolazione del Sannio ha confermato l’esattezza della narrazione, la coniugazione liguro-sannitica. Lingua, leggi, servizio militare, lavoro forgiarono un destino che resse anche durante le guerre gotico-bizantine, quando anche Napoli sembrò perduta per sempre.
Poi, d’un tratto, dei Liguri Apuani stanziati in quel lembo di Sannio si perse traccia. Gli storici non hanno dubbi: la distruzione va imputata ai Saraceni, le cui orde infestarono a lungo quella che era stata tra le terre più amene della Campania. Perciò, scrivono le guide, la località venne detta Macchia Saracenorum.
Con la proclamazione del Regno d’Italia i Sanniti non ebbero dubbi nella scelta dei propri rappresentanti al Parlamento nazionale: il generale Federico Torre (Benevento, 1815- Roma,1892), deputato per un quarto di secolo e poi senatore; il massone Leonardo Bianchi, docente di neuropsichiatria a Napoli, scienziato di fama mondiale; il principe Ferdinando Ruffo; Vincenzo Bianchi, figlio di Leonardo. Una sola volta Reino fu sul punto di avere un deputato locale: Alfonso Meomartini, che ottenne 1003 voti contro i 1005 del rivale Bianchi. Di quest’ultimo a Reino si è quasi persa memoria. Il Palazzo Meomartini, invece, è sede del Comune, restaurato dal sindaco Antonio Calzone, un amministratore di lungo corso che crede nell’unità d’Italia e nella “filosofia della prassi”, suo nerbo: dai tratturi millenari alle infrastrutture recenti, il cui intreccio costituisce prova della vitalità del Paese. All’ingresso del palazzo comunale fa bella mostra una biblioteca. V’è bisogno di ricordarlo oggi, con l’occhio a quanto va fatto per le prossime due generazioni, memori dei versi carducciani:“Tutto che al mondo è civile,/grande, augusto, egli è romano ancora”, la Roma dei consoli, dei Cesari, delle vie che fecero dell’Italia il fulcro dell’Europa mediterranea.
L’Italia odierna e ventura merita però di meglio rispetto a un presidente del Consiglio quale Giuseppe Conte, che, docente di diritto in una Università, chiede condanne immediate ed esemplari, perché “non si possono attendere i tempi della giustizia…”. Dinnanzi al populismo attualmente dilagante e devastante, meglio una stagione di “commissari”, anche perché, sic stantibus rebus, in carenza di “senso dello Stato”, svaporato da tempo, nessuna persona responsabile per risalire la china proporrebbe “più Stato”.
Aldo A. Mola

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