
Era il tempo in cui Salvini prometteva di fare una legge per consentire di sparare a chiunque violasse il domicilio e le proprietà, quando mio padre, già novantenne, subì una rapina in cui due individui gli entrarono in casa e con le minacce gli portarono via alcune migliaia di euro.
Mio padre aveva reagito impedendo che gli sfilassero l’orologio e li aveva messi in fuga ma non aveva potuto impedire di essere derubato.
I giornalisti allora cercarono di fargli dire se non pensasse che avesse ragione Salvini e se anche lui non avrebbe volentieri sparato a quei ladri, se avesse potuto farlo.
Angelo, quinta elementare, rispose in modo mirabile che per lui la vita di una persona valeva molto di più di quello che gli era stato rubato, che mai avrebbe potuto sparare perché la sua coscienza non sarebbe riuscita a sopportare la responsabilità di aver ucciso un giovane per poche migliaia di euro.
Ho pensato a lui e alle sue parole, leggendo sui giornali della condanna a 17 anni del gioielliere di Asti, che ha inseguito e ucciso due rapinatori che avevano dato l’assalto al suo negozio con una pistola giocattolo.
La tragedia è avvenuta due anni dopo che Salvini, durante il primo governo Conte, insieme ai grillini e ai Fratelli d’Italia, aveva fatto approvare una legge con la quale, prendendo in giro gli italiani, sosteneva di aver resa legittima ogni tipo di difesa.
Invece non era e non può essere così, perché non è consentito farsi giustizia da soli, perché solo allo Stato compete di amministrarla, perché come recita l’articolo 24 della Costituzione “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”, e infine perché la legittima difesa deve essere comunque proporzionata all’offesa.
Salvini e i suoi alleati hanno raccontato una favola triste: che si potesse diventare pistoleri, farsi giustizia da soli e senza limiti e avere la legge dalla propria parte.
In senso morale e politico, a mio avviso, costoro possono essere considerati corresponsabili di queste vite distrutte; quelle dei ladri e anche quella del gioielliere giustiziere, condannato in base alla legge e a cui i giudici hanno riconosciuto persino le attenuanti.
Angiolino, pure duramente messo alla prova da una rapina in casa, aveva capito la mostruosità della propaganda salviniana e non era caduto nel suo tranello.
Stamani voglio ricordare la grande lezione di mio padre con immensa gratitudine.
Enrico Rossi

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