Ci sono, hic et nunc, lontano dal potere ‘alto’ – che vuol dire ormai: ‘astratto’ – sangue e intelligenza da iniettare, da mettere vieppiù in circolo?

In seconda pagina parla Giorgio Squinzi (Stabilità e capacità di governare di Nicoletta Picchio), leader della più importante Associazione degli imprenditori d’Italia: “Siamo delusi da quello che è uscito dalla legge di stabilità”. Più che deluso, sembra un po’ depresso. Ogni giorno si parla di imprese che chiudono, di imprenditori che gettano la spugna – alcuni perfino si suicidano… è un’ecatombe – considerando anche quanto non affiora alla ‘superficie’, ciò che i quotidiani non riportano. Il Governo Letta non ha preso misure adeguate per il rilancio dell’economia ovvero, dice Squinzi, “a fronte di alcune nostre visioni non c’è stato recepimento da parte del governo”. Che sia il caso (finalmente) di ‘pensare’ e di fare qualcosa di straordinario, che so: una proposta, una iniziativa choc, per esempio? No, Squinzi è un manifesto di pazienza: “Aspettiamo nei prossimi mesi, vediamo che succede”. Che cosa potrà mai succedere, nei prossimi mesi? Parole davvero sconfortanti perché ritraggono un soggetto della rappresentanza che rischia di “rappresentare” sempre di meno; tracciano un abbrivio di progressiva autoriduzione in cui la difesa della dignità (e di uno spazio economico ma anche politico) è scambiata con la funzione del sismografo che registra, con numeri sempre più aridi (perché a furia di ripeterli sembrano non dire più alcunché), lo sfilacciamento del tessuto economico. Non fautori di un grande terremoto ma fotografi impotenti di tanti quotidiani cedimenti.
Per fortuna non è tutto così e l’occasione per rianimarsi (almeno un po’) arriva a pag. 17, con la rubrica “Impresa e territori” dove è in primo piano la proposta degli industriali di Pordenone (Un patto per sviluppo e lavoro di Luca Orlando): “Io ci conto. Naturalmente bisognerà fare la notte, ma secondo me si farà, anche con la Cgil”. Chi parla è Michelangelo Agrusti, Presidente della locale Unione Industriali. Ciò che propone non è né inedito né originale: un patto con i lavoratori, molto pragmaticamente, per scambiare tutela occupazionale a fronte di moderazione salariale e flessibilità. Quante volte ne abbiamo sentito parlare, in ogni angolo del Paese? E quante volte ha realmente funzionato? Ma questa proposta potrebbe fare di Pordenone – si scrive – un “laboratorio per la nuova competitività industriale”. Può darsi che non sarà sufficiente ad arrestare la progressiva desertificazione in atto ma perlomeno è il segno di una vitalità, di una volontà di reazione, di un ottimismo pervicace che non rimanda all’azione salvifica di un governo (che non ci sarà), che non reclama soluzioni dall’alto.
E’ questa ancora, malgrado tutto, la forza dei territori?
Ci sono, hic et nunc, lontano dal potere ‘alto’ – che vuol dire ormai: ‘astratto’ – sangue e intelligenza da iniettare, da mettere vieppiù in circolo?
Scontando le parole d’ordine, i vessilli e le battaglie – tutte fasulle – anche del recente passato, chi vuole essere fautore di novità deve trarne tutte le immancabili conseguenze.

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