
Pur riconoscendo e stimando le capacità di Mario Draghi, non posso allinearmi del tutto alla sua visione sui tempi e sulle modalità di una completa unificazione europea. È un obiettivo che, se guardiamo alla realtà concreta, appare quasi impossibile da raggiungere in tempi storicamente brevi.
L’Europa è un mosaico di Stati con espressioni socioeconomiche troppo diverse tra loro. Paesi con economie trainanti e industrializzate convivono con realtà ancora fragili, spesso gravate da problemi strutturali che non si risolvono in una generazione. Non è soltanto una questione di PIL o di finanza pubblica, ma di culture politiche differenti, sistemi giuridici autonomi, tradizioni sociali radicate e priorità che cambiano da confine a confine.
Un’Europa davvero unificata dovrebbe prevedere un welfare comune, uguale per tutti i cittadini europei. Ma come immaginare una politica sociale uniforme quando oggi la spesa sanitaria, l’assistenza alle famiglie, la previdenza e persino l’accesso all’istruzione sono regolati da criteri così diversi nei vari Stati membri? Allo stesso modo, una fiscalità centralizzata implicherebbe la rinuncia a pezzi interi di sovranità nazionale, un sacrificio che nessun governo appare disposto a fare. E ancora, una gestione sanitaria europea, unica, coordinata e con risorse distribuite in modo uniforme, resta un miraggio che si scontra con sistemi nazionali consolidati da decenni, se non da secoli.
Parlare di tempi rapidi per una unificazione completa è più un esercizio teorico che una possibilità concreta. Non basterebbero cento anni, perché si tratta di trasformare non solo le leggi e le istituzioni, ma anche le mentalità, le abitudini, i rapporti di forza tra economie molto distanti tra loro.
Eppure, in mezzo a queste difficoltà, c’è un elemento che funziona e che, paradossalmente, è spesso sottovalutato: la moneta unica. L’euro è la vera conquista dell’Europa contemporanea. È ciò che tiene insieme Paesi così diversi, garantendo a ciascuno una protezione che, da soli, non avrebbero mai potuto ottenere.
In un mondo globalizzato, dove la speculazione finanziaria può mettere in ginocchio interi Stati in poche ore, avere una moneta che oggi vale più del dollaro significa sicurezza. Significa blindare economie deboli che, senza l’euro, sarebbero carne da macello per i mercati internazionali. Significa poter competere con giganti come Stati Uniti e Cina da una posizione di forza, non di fragilità.
Non è poco, è la differenza tra la stabilità e il baratro. Se oggi la Grecia, il Portogallo o anche l’Italia reggono la pressione di mercati sempre più aggressivi, lo devono in gran parte all’euro, non certo a un’ipotetica e ancora lontanissima unione politica e sociale europea.
Ecco perché, pur stimando Draghi, resto scettico. Una vera Europa unita resta un ideale, un progetto di lunghissimo corso. Nel frattempo, la nostra difesa più solida è la moneta comune, la sola che abbia dimostrato di funzionare concretamente. L’Europa politica potrà aspettare, l’Europa economica invece è già qui, e tiene in piedi tutto il resto.
Piero Terracina

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