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La lentezza che può uccidere

di Davide Giacalone | 16 Dicembre 2013

I comunisti non perdono oggi, ma persero sempre, perdendo il coraggio delle idee e conservando le poltrone.

diamounnomealfuturoLa cosa più facile da dirsi, tant’è che l’abbiamo detta tutti, è che con l’arrivo di Matteo Renzi, alla segreteria del Partito democratico, la sinistra rompe (finalmente) l’ancoraggio con la storia comunista. Vero, ma non è affatto scontata la portata della rottura. Né che sia definitivamente tale. Una cosa è la storia del comunismo e dei comunisti italiani, altra il radicamento del blocco sociale di cui furono espressione e cui restituirono protezione. Da questo punto di vista c’è da tenere conto del fatto che le regioni rosse, dove regge il blocco sociale, sono quelle in cui Renzi prende più voti.

Renzi è il primo, a rompere veramente. Prima di lui non incarnarono la rottura né Dario Franceschini (ora renziano, prima democristiano, ma subito dopo l’arrivo alla guida del partitone di sinistra immediato interprete di mitologie e iconografie del mondo comunista, compreso il giuramento sulla Costituzione, inevitabilmente “nata dalla Resistenza”, cosa che non è), né Guglielmo Epifani (che era socialista, ma anche capo della Cgil, sindacato a maggioranza comunista, nonché consegnatosi alla Fiom, rossa per antonomasia). Nessuno può chiedere a Renzi di rinnegare un’ideologia di miseria e oppressione, perché la cosa non lo riguarda. E, del resto, il fatto che se ne parli ancora, nel 2013, è il più clamoroso fallimento della classe dirigente che fu comunista, dato che i D’Alema, i Veltroni, i Bersani e compagnia stonante non sono stati capaci di chiudere una storia, che era anche quella di ciascuno di loro. Essi non perdono oggi: persero sempre, perché persero il coraggio delle proprie idee e della propria storia.

E’ un errore, però, credere che gli eredi di quella storia si debba cercarli solo fra i votanti per Gianni Cuperlo. Quelli potremmo definirli “nostalgici”, ma di una stagione che interamente condivisero con i tanti Peppone che da tempo vedono il pericolo dell’estinzione e si rivolgono al sindaco di Firenze per garantirsi la sopravvivenza. Non è affatto un caso che, nel discorso d’investitura, Renzi non abbia risparmiato critiche alla Cgil, perché sa che quella partita è ancora aperta. E sa che quegli avversari deve sconfiggerli ora, altrimenti sarà lui a uscirne cotto. Saprà fare altrettanto con le Coop? Saprà dire che l’interesse del consumatore è che ci sia concorrenza, sicché le licenze per l’apertura dei supermercati, nelle regioni rosse, non possono più servire per bloccarla? Oltre a Cavalli e ai finanzieri, farà visita anche a Capriotti? Renzi ha la stoffa per sparigliare, non ci rinunci.

La nostra politica è terribilmente lenta. I comunisti spariscono venticinque anni dopo il crollo del muro di Berlino e quaranta dopo la loro cancellazione dal resto delle democrazie europee. La lentezza è il vero nemico di Renzi. Osservi quel che sta succedendo nelle piazze. Ricordi di non avere potuto mettere piede a Genova, bloccata dai lavoratori dell’azienda trasporti (contro una privatizzazione che era falsa). Avverta il consenso di molti attorno alle piazzate di pochi. Percepisca il modo in cui il malumore e la paura si stanno spostando contro l’euro (e non che ne manchino le ragioni, ma manca la lucidità dell’interesse nazionale), così come contro tutto e contro tutti. A cavalcare questa roba si fa presto, cadendo prestissimo nel baratro. Per contrastarla servono scelte riconoscibili, nette e prudenti. Nel senso di togliere lestamente molta greppia ai lestofanti. Renzi non è partito lunedì, corre da tempo. E quella in cui si trova è una tappa intermedia. La lentezza può cancellarlo. La stabilità di un governo inesistente è l’esatto contrario di quel che serve. Credo lo sappia.

I comunisti non perdono oggi, ma persero sempre, perdendo il coraggio delle idee e conservando le poltrone.

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. natale

    19 Dicembre 2013 alle 19:49

    I comunisti, come li chiamate, sono quelli che per primi hanno mandato i figli a studiare all’estero. Andati in pensione giovani hanno cambiato regione e vivono di rendita, andando ogni tanto a fare un affaretto con i loro ex collaboratori. Molti ex sindacalisti poi diventati consiglieri di amministrazione di aziende inesistenti, parlamentari europei o italiani, etc. Di chi è la colpa di tutto questo, la nostra che in pensione non ci andremo per pagare i debiti che questi si stanno godendo.

    Rispondi

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