In Occidente, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la strategia dei partiti dell’area di sinistra ha poggiato sul fatto che la terza parte meno ricca progredisse e avanzasse anche nel nostro Paese fino al punto di raggiungere ed eguagliare i livelli di benessere e quindi di ricchezza di quella che allora veniva definita la classe media. L’epiteto veniva ereditato direttamente dall’esatto omologo statunitense della middle class, e pertanto assunto spregiativamente dalla sinistra tradizionale dell’epoca perché immediatamente oggetto dell’“invidia sociale” di cui ancora ci parla Adam Smith in La ricchezza delle nazioni e perché modello di business and usual, allora forse ma solo in apparenza più di oggi, della società capitalistica statunitense, che nei fatti del mondo intero aveva riportato un netto e maggiore successo all’esito del secondo conflitto mondiale.
Nel corso di mezzo secolo, codesta stessa strategia si è in parte realizzata ma non al punto da impedire l’avanzata di una nuova forma di capitalismo essenzialmente attivo e quindi ancora produttivo. Durante tutti questi anni, le sinistre hanno coltivato l’illusione che fosse viceversa possibile vivere al soldo di un’economia “non-a somma zero” e che pertanto il capitalismo stesse per giungere al capolinea. In estrema sintesi: che non fosse più necessario produrre per vivere e, in pratica, che le risorse bastassero a ciascuno e fossero tali da permettere a tutti un consumo adeguato e soprattutto “razionale” dell’immensa energia del pianeta.
Ma, la realtà si è mostrata come sempre diversa. Infatti, anche la ragione – immaginata e così descritta da Platone e da Pitagora all’origine della polis, è vittima e complice di quella “astuzia” (hegeliana) o “impulso” (plutarcheo) dell’essere (parmenideo), in perenne trasformazione, secondo anche le diverse modalità intese nel passato più lontano dell’ess-ente (greco) o più vicino dell’esser-ci (heideggeriano). Qualcosa che rivive negli stessi “animal spirits” (keynesiani) e molto meglio si adatta all’essenza del capitalismo statunitense. E allora (chiarisce una volta per tutte Parmenide): “di via resta soltanto una parola che è” e, data la trasformazione (aristotelica) delle cose, ricorre perennemente il tempo in cui la più antica dea della giustizia, Nemesi, prepara e ottiene, sempre, la propria ri-vincita (cfr. G. de Santillana-H. von Dechend, Il mulino di Amleto).
Così che chi, nell’attualità, pensava che il capitalismo fosse moribondo o addirittura morto, deve necessariamente ricredersi. Infatti, importa poco o nulla quel che ribadisce, a esempio, Piketty e cioè che la concentrazione della maggiore ricchezza e quindi del capitale sia oggi in pochissime mani, tra cui Amazon, Apple, Google, Microsoft, Visa, Facebook, etc. L’eterna questione, invece, riguarda piuttosto il fatto che ogni società o organizzazione umana è per sua natura destinata a una divisione per classi diverse di lavoratori. Così come emerge anche dall’iniziale esperienza del Covid-19 diffusa a livello globale.
L’automazione e il relativo processo – avviato, consolidato e ora confermato dall’esperienza del Covid-19 a livello globale – ha già prodotto e alimenterà una nuova divisione del tessuto organizzativo tra classi di lavoratori capaci di sfruttare in tutto o in parte le potenzialità derivanti dalla nuova organizzazione della cosiddetta “economia della conoscenza” e viceversa i lavoratori capaci di disporre soltanto della propria forza-lavoro, che, ed è questa la novità propria del tempo in questione, è tuttavia già resa accessibile e disponibile, in gran parte e tendenzialmente crescente, dall’I.A. (Artificial Intelligence).
In Il racconto degli dei, scrive Giulio Guidorizzi che tra gli dei e gli uomini vivono, secondo il dettato degli antichi greci, mostri ed esseri speciali e, più di tutti, tra questi, l’Araba Fenice. Ma, sottolinea l’autore: “L’Araba Fenice non è un mostro, ma un uccello meraviglioso simbolo d’immortalità, forse l’animale mitico più famoso del mondo antico”. Dalle cui viscere, dopo morto, rinasceva comunque la vita.
Un processo in qualche modo simile al volo della Nottola di Minerva, che il filosofo dell’“astuzia della ragione” prendeva a esempio per dire che la filosofia può spiegare la realtà solo al termine del suo processo di realizzazione. Così che, è forse anche superfluo ripeterlo, “di via resta soltanto una parola che è”.
Angelo Giubileo

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