Nelle settimane scorse sono intervenuto in Consiglio comunale di Milano nel dibattito sulla situazione delle aziende municipalizzate e controllate, che sono risultate tutte rispondenti ai parametri un po’ cervellotici imposti dalla riforma Madia. Ho espresso nell’occasione il sincero entusiasmo di chi pensa di averla scampata bella perché la legge che sta dietro la necessità di presentare in Consiglio una ricognizione/razionalizzazione costituisce in realtà uno dei principali tentativi di infilare nel serbatoio degli Enti Locali e di queste aziende una robusta dose di zucchero al posto del carburante.
La legge Madia, per quanto sia stata palesemente scritta da qualcuno che non ha mai visto di persona né un’azienda, né probabilmente un’Amministrazione più grande di un Comune di 20 mila abitanti, è una legge che ha l’evidente scopo di impedire che le municipalizzate o le partecipate abbiano una vita normale.
Alcune assurdità sono state neutralizzate, come la mobilità interna del personale su base regionale tra le Municipalizzate, una specie di mostro giuridico, ma soprattutto operativo del tutto privo di senso che avrebbe potuto impallare quelle poche assunzioni che sono possibili ancora nelle nostre Municipalizzate: si pensi che su questa base per assumere un amministrativo in una società di Milano si sarebbe dovuto prima scorrere la graduatoria contenente gli esuberi, per esempio, delle municipalizzate di Mantova o Sondrio. Il che avrebbe voluto dire chiamarli tutti attraverso notifica, aspettare quindici giorni minimo per sapere se sono disposti a trasferirsi (già meglio che nel caso delle Province, dove la lista è nazionale e gli interpellati possono essere da Mazara del Vallo a Trafoi..). In pratica, con una lista di dieci persone non disponibili al trasferimento sarebbe occorso circa un anno prima di poter rivolgersi al mercato del lavoro cittadino e riuscire così finalmente a coprire la necessità aziendale.
Ne sono rimaste purtroppo molte altre, come i limiti che vengono dati all’agire all’estero per le municipalizzate, una norma “ad aziendam” per impedire all’Atm di concorrere alle gare per il trasporto urbano all’estero, mettendo a rischio anche la redditizia attuale gestione della metropolitana di Copenhagen, in linea con il disegno di assorbimento dell’azienda dei milanesi nel Leviatano Fs- Anas, un appaltificio da 8 miliardi di euro, che speriamo venga smontato nella prossima imminente legislatura nazionale.
Il fatto che a questa setacciata Milano se la sia cavata bene, aiutata dal fatto che le proprie aziende sono tutte in attivo e buona gestione da anni, è un motivo di sollievo anche se il pericolo non è certo definitivamente superato, proprio perché le leggi inutili diventano dannose molto rapidamente.
Non pretendo che i legislatori conoscano Cornelius Castoriadis e tutta la sua analisi sulla società burocratica, ma qualcuno che spieghi loro che la superfetazione legislativa e normativa porta normalmente alla morte dell’organismo amministrativo nei corridoi romani proprio non si trova più?
Il Comune di Milano non è certo al riparo da questo pericolo : il meccanismo di paralisi progressiva indotta verso i Comuni, in particolare quelli più virtuosi, tornerà prepotentemente già nell’imminente sessione di bilancio.
Franco D’Alfonso (http://www.mu-me.it)

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