
L’altra mattina El Mundo ci ha regalato qualche ora di inquietudine. Secondo il quotidiano spagnolo, l’intelligence americana avrebbe raccolto informazioni su un possibile piano russo per colpire Francia, Spagna e Italia con droni Gerbera. Verrebbero lanciati dal Mediterraneo, magari da mercantili, nascosti nei container. Il Gerbera è un velivolo leggero: diciotto chili, pochi chili di esplosivo, un’autonomia fra trecento e seicento chilometri. Partendo dal mare raggiungerebbe buona parte delle nostre città costiere.
La notizia va maneggiata con prudenza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha scritto che l’allarme «non serve a nessuno e non trova alcuna conferma». Fonti italiane hanno riferito all’Ansa che nessuna segnalazione è arrivata per i canali operativi, d’intelligence o diplomatici. Trasformare un’indiscrezione in un allarme di guerra sarebbe irresponsabile. Ma il problema interessante comincia proprio qui.
Anche senza El Mundo, sappiamo che la Russia conduce contro l’Europa una campagna che la stessa Nato chiama «azioni ibride aggressive contro gli Alleati»: sabotaggi, incendi, cyberattacchi, interferenze elettroniche, disinformazione, violazioni dello spazio aereo. Ieri anche l’intelligence danese ha avvertito che cresce il rischio di un attacco russo limitato contro la Nato.
Shashank Joshi, responsabile della difesa dell’Economist, lo ha spiegato in una conversazione con Yascha Mounk: nulla indica che Mosca prepari un’invasione convenzionale di un paese Nato. Il rischio immediato è un altro: l’espansione di operazioni tenute di proposito sotto la soglia che farebbe scattare la risposta dell’Alleanza.

Per decenni la deterrenza atlantica si è retta su una domanda semplice: che cosa succede se i carri armati russi passano il confine? La risposta si trova nell’articolo 5 del trattato: un attacco contro uno è un attacco contro tutti. Ma se i carri armati non arrivano?
Se esplode una fabbrica di munizioni, viene tranciato un cavo sottomarino, un aeroporto chiude per droni di origine incerta? Se un piccolo drone parte da un mercantile che è già lontano quando comincia l’indagine? Quanto bisogna essere sicuri dell’autore prima di reagire?
L’ambiguità non è un difetto dell’arma, è il suo pregio strategico. Costringe chi è colpito a scegliere fra due risposte scomode. Se non reagisce, la provocazione ha funzionato. Se reagisce senza prove, diventa lui quello che provoca l’escalation. Il vero bersaglio non è l’aeroporto: è la decisione politica che viene dopo.
Non è un’ipotesi di scuola. Nella notte fra il 4 e il 5 agosto, all’aeroporto di Lipsia/Halle, è stato trovato un drone carico di esplosivo accanto ad alcuni Antonov ucraini usati anche per trasportare materiale militare. La procura federale considera possibile la pista russa; Mosca nega. A quasi due mesi di distanza, il caso sta esattamente dove la guerra ibrida vuole collocarlo: abbastanza grave da allarmare, non abbastanza chiaro da imporre una risposta.
La strategia russa, allora, potrebbe non consistere nel superare la linea rossa, ma nel camminarci sopra. Un passo, vedere che succede, poi un altro. Ogni episodio, preso da solo, sembra troppo piccolo per una crisi internazionale. La somma, però, abitua l’Europa all’idea che il suo territorio possa essere violato di continuo, senza che arrivi mai il momento in cui dire: qui è cominciata la guerra.
La Nato è nata per impedire a un esercito nemico di attraversare una frontiera. Settantasette anni dopo deve imparare a difendere una frontiera che l’avversario si guarda bene dall’attraversare. Se per attacco intendiamo le divisioni russe in Estonia o in Polonia, oggi nulla dice che sia imminente. Se intendiamo invece l’uso deliberato di strumenti militari, clandestini, informatici e informativi per danneggiare, intimidire e dividere, la guerra è già cominciata.
Marco Taradash

Lascia un commento