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La grande sfida di Donald Trump

La creazione di posti di lavoro o riportare il lavoro in America, come dice il neo presidente, è la vera, enorme sfida.

di Gerardo Coco | 30 Gennaio 2017

Meno male che il 45° presidente americano si chiama Donald Trump. Un presidente non allevato come i predecessori in un partito, è uno che nella vita ha lavorato, sa come funzionano le cose e, proprio perché non proviene dalla politica, non deve ricambiare favori a nessuno. E’ per questo motivo che l’establishment lo detesta. Trump ha capito la cosa fondamentale: la politica è una palude da ripulire a fondo e nel discorso inaugurale ha voluto sottolineare che la sua elezione non ha avuto nulla a che vedere con il rituale del trasferimento di potere tra partiti, i soli a prosperare nella palude mentre le fabbriche chiudono e i posti di lavoro evaporano. La sua elezione, ha affermato, è il trasferimento dei poteri al popolo. Parole da abile populista, si dirà, ma è un fatto che Trump oggi esiste per i danni enormi commessi dalla sinistra progressista, il più grave dei quali è aver ignorato la classe lavoratrice. La creazione di posti di lavoro o riportare il lavoro in America, come dice il neo presidente, è la vera, enorme sfida. Perché se fallirà in questo obiettivo difficilmente fra quattro anni sarà rieletto, con il rischio che il partito democratico riprenda il sopravvento magari guidato da una Michelle Obama. Nel qual caso, Addio per sempre America.

Trump da anni ha compreso che la “narrativa” della crescita economica americana era una bufala e sa bene che il suo paese si è deindustrializzato dopo decenni di politiche folli che hanno toccato il culmine con Obama. Apple è un’azienda americana ma tutti i componenti della gamma dei suoi prodotti, dall’iphone all’ipad, dall’ipod al macbook provengono dall’Asia. Fornitori e subfornitori di aziende come Ford, Chrysler e Tesla Motors sono acquistati al di fuori degli usa in 60 paesi tra cui e in maggior parte in Asia. Da Walmart il più grande retailer statunitense, tra migliaia di merceologie, non si trova un prodotto made in usa. Lo stesso facendo lo shopping on line su Amazon. Purtroppo, insieme ai prodotti, sono espatriate anche le professionalità che li creano, soprattutto quelle ad alta qualificazione.

Dunque Trump è ben consapevole che la supply chain industriale americana è stata trasferita all’estero e, insieme, una parte cospicua del Pil con la conseguenza, tra l’altro, del collasso della base imponibile a livello, locale e federale. Nello stesso tempo la riforma sanitaria obamiana, mentre ha ingrassato le compagnie di assicurazione, ha dato un colpo mortale alle piccole medie aziende. Oggi, quasi 50 milioni di americani vivono di sussidi. La situazione è tragica e Trump ha promesso un’inversione di rotta.

Purtroppo l’inversione di rotta rischia di far infrangere l’America contro un enorme scoglio. Lo scoglio del protezionismo. Crede il neo presidente di riportare il lavoro a casa scatenando guerre commerciali con i partner e, in particolare con la seconda potenza mondiale, la Cina accusata anche di manipolare la sua valuta a danno dell’America?  Ma chi nel mondo attuale non manipola la valuta? Non ricorda, Donald, che sono stati proprio gli Stati Uniti a fare scuola in questo campo? Non ricorda che fu proprio un suo famoso  predecessore nel 1971 a violare gli accordi monetari e dare inizio alle guerre e instabilità valutarie? Non è stata la Cina o la cosiddetta globalizzazione ad aver rubato i posti di lavoro all’America. E’ l’America stessa ad averglieli ceduti in un lento quanto inesorabile e subdolo processo innescato clonando valuta a volontà invece di produrre. Lo scambio USA-Cina non è stato: prodotti americani contro prodotti cinesi ma: debito statunitense contro prodotti cinesi. Non è questa la causa del deficit commerciale permanente americano rispecchiato dai trilioni di riserve accumulate dalla Cina di cui ora questo paese si sta liberando? Chi stampa denaro per importare invece di produrre per esportare, pagando in tal modo le importazioni, vive al di sopra della propria capacità produttiva e finisce per darla in appalto al partner finanziatore. E così è accaduto. Certo i bassi salari della Cina e di altri paesi emergenti hanno amplificato la crisi di destrutturazione ma quando l’America era grande, cioè fino agli anni 60, il salario e la produttività del lavoratore medio statunitense erano i più alti del pianeta e questo fu il motivo della leadership industriale degli Stati Uniti, oggi perduta.

Dio non voglia che Trump imbocchi la strada del protezionismo come il suo predecessore Herbert Hoover che, verso la metà del 1930, firmando la Smoot-Hawley, un provvedimento di tariffe doganali aggravò la depressione, impastoiò il commercio internazionale, aumentò i costi di importazione, colpì il consumatore e ridusse le esportazioni. Le conseguenze del protezionismo sono sempre disastrose e portano a vere e proprie guerre, quelle che Trump con la sua politica di distensione, vuole evitare. Nessuno ha mai vinto con le guerre commerciali e Trump non pensi di essere più scaltro e intelligente dei suoi predecessori.

Trump ha solo un modo di ricostituire la supply chain e far ritornare il lavoro in America: renderla fiscalmente più competitiva. Come? Eliminando le tasse sul reddito delle imprese e spostandole sui consumi. Non tassare chi impiega capitali e chi rischia, significa aumentare la domanda di lavoro e quindi l’occupazione. Tassare le imprese, invece, significa diminuire la domanda di lavoro e penalizzare l’occupazione. Solo eliminando le tasse Trump può ricostituire il tessuto di piccole imprese distrutto dal fisco. Sono le piccole imprese a creare la maggior parte del lavoro in un paese, non quelle grandi. Tagliare le tasse sui redditi significa permettere alle piccole imprese di diventare medie, e alle medie di diventare grandi, liberando tutte le energie creative nel sistema industriale. Parallelamente, Trump dovrebbe, tassare le imprese che non producono valore aggiunto all’interno ma all’estero. La misura può apparire odiosa ma è l’unico modo di evitare l’imposizione di dazi e non contravvenire alle regole dell’Organizzazione mondiale del commercio che supervisiona gli accordi commerciali.

Il neo presidente dovrebbe ricordarsi che l’America divenne la più grande potenza mondiale proprio perché fino al 1913 non esistevano le tasse sui redditi ma solo sui consumi. Dovrebbe inoltre ricordarsi che a partire da 1945 i politici giapponesi, per ricostruire velocemente l’economia distrutta dal conflitto mondiale eliminarono le tasse su investimenti, guadagni in conto capitale, profitti, plusvalenze, interessi e rendite perché compresero chiaramente che tutto il capitale esentato dalle tasse sarebbe stato automaticamente reinvestito nell’economia. Il che avvenne e il Giappone prosperò fino al 1970. La rivoluzione che Trump deve fare è di ritornare alle origini non solo tagliando tasse ma anche quella spesa pubblica che rende prospera “la palude” e questo sarà il compito più difficile e impopolare perché gran parte dell’elettorato campa su sussidi ormai considerati diritti acquisiti ma che, non Trump, ma la crisi mondiale revocherà dovunque.

La transizione pertanto sarà molto dura ma Trump ha fatto l’errore di non dirlo chiaramente a un elettorato che dopo decenni di politiche distruttive si aspetta miracoli. Il rischio, pertanto, è che, per salvare capre a cavoli, accontentare questi e quelli, perda di vista l’obiettivo fondamentale diventando il presidente di un nuovo establishment ammantato di anti-estabishment.

Gerardo Coco

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, anni 60, apple, capitali, cina, conto capitale, costi, crisi, danni, discorso, estero, fisco, globalizzazione, lavoro, leadership, michelle obama, mondo, obama, partito democratico, populista, posti di lavoro, processo, scambio, scuola, spesa pubblica

Info Gerardo Coco

Laureato in economia all’Università Bocconi di Milano ha proseguito gli studi economici e finanziari al Politecnico di Huddersfield (UK). Ha una vasta esperienza in economia internazionale. Ha lavorato per diverse multinazionali in posizioni di responsabilità e ha costituito negli Stati Uniti una fondazione riconosciuta dalle Nazioni Unite per lo sviluppo economico nei paesi emergenti. Ha tenuto conferenze sullo sviluppo alla Columbia University di N.Y. al MIT di Boston e alle Nazioni Unite. E consulente industriale e membro del comitato scientifico dell’università Unimeier di Milano dove insegna di economia e finanza.

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Orazio Covolo

    4 Febbraio 2017 alle 17:49

    Gent. Coco, grato di sentirla.
    Sono un suo lettore, ma come si ricorderà dai miei passati interventi “bannati o no” non siamo e ne mai saremo sulla stella lunghezza d’onda.
    In merito alla Fed, ha ragione a dire quanto ha detto nella prima parte della sua risposta… peccato che non si allarghi a spiegare il perché e il per come è stata creata. Ovvero è stata creata dopo aver abilmente concepito quello che avvenne nel 1907, poi proseguito anche nel 29…. per cui parlare di fortuite coincidenze, lo trovo alquanto incredibile.
    A parte la storia, che ovviamente ci divide nelle sue interpretazioni, non mi convince neppure il fatto che affermi il non legame tra tasse e banche centrali. Mi ha fatto l’esempio della Florida, ma anche qui ci sono dei distinguo tra tassazione societarie e tassazione sul reddito delle persone fisiche che spaziano dal 10% al 39%, a carico di quest’ultime.
    Ritornando alla FED è ovvio anzi fin troppo ovvio che c’è una tassazione, e qui mi rifaccio addirittura ad una intervista con Ben Bernanke, Presidente della Banca Centrale USA, la Federal Reserve (FED), in diretta TV su CBS nel 2013 – https://www.youtube.com/watch?v=4EqgIBVsQvA nella quale indirettamente ammette senza nominarla che la tassazione ha altri fini.
    Sull’ultima sua affermazione, stranamente e felicemetente mi trova d’accordo… del resto stiamo ben vedendo che il sistema PONZI, non sta più in piedi.
    Distintamente.

    Rispondi
  2. Gerardo Coco

    2 Febbraio 2017 alle 16:32

    La Federal Reserve (Fed) è nata per controllare l’offerta monetaria, il mercato finanziario e per puntellare il sistema bancario in caso di crisi. Fu progettata nel 1910 e fondata nel 1913 a seguito il panico bancario del 1907.
    Si legga un mio vecchio articolo su questo blog http://www.pensalibero.it/le-banche-centrali-e-la-coesistenza-degli-opposti/ dove spiego il funzionamento della bc. Capirà che i principi del suo funzionamento erano più sani di quelli attuali.
    La coincidenza delle date è solo una coincidenza. Lei dimentica che gli Stati Uniti si stavano preparando alla guerra e dopo c’è stata la Grande Depressione che ha cambiato il funzionamento del sistema..
    In ogni caso la sua osservazione sulla mia affermazione non è pertinente. Non esiste un legame necessario tra tasse e banche centrali. Esiste invece tra tasse e dimensione dello stato. Negli Usa non si pagavano tasse sui redditi (e ancor oggi non si pagano in Florida) perché lo stato era poco invadente.
    Ovvio poi che le banche centrali siano guidate da considerazioni politiche e che facciano gli interessi di banche e finanza; com’è ovvio che gli interessi degli stati non siano quelli della società civile di cui dovrebbero essere espressione.

    Rispondi
  3. Orazio

    1 Febbraio 2017 alle 18:48

    In merito alla dichiarazione da Lei fatta che riporto : Il neo presidente dovrebbe ricordarsi che l’America divenne la più grande potenza mondiale proprio perché fino al 1913 non esistevano le tasse sui redditi ma solo sui consumi.
    Bene, guarda caso nel 1913 è nata la FED, la quale essendo una banca privata che è poi in quegli anni diventata banca di stato, ovvero non pubblica ha fatto i SUOI INTERESSI, che non sono quelli del popolo Americano.
    Osservazioni?
    Non ci voleva un genio andare a cercare FED E ANNO 1913

    Rispondi
  4. Orazio

    1 Febbraio 2017 alle 18:42

    Come al solito… e non è la prima volta che vengo bannato in merito ad un mio punto di vista.
    Sarà per questo che nessuno scriva mai sui suoi pezzi.
    Forse perché sono meno “genitili ” di me?

    Rispondi
    • Redazione

      3 Febbraio 2017 alle 06:17

      E come al solito devo risponderle che qui nessuno banna nessuno. Quando il commento contiene un link deve essere approvato manualmente, poiché motli commenti spam ne contengono. Naturalmente non è detto che lo si possa approvare tempetivamente. Infatti questa mattina è stato pubblicato. Claudio Tirinnanzi

      Rispondi
      • Orazio Covolo

        4 Febbraio 2017 alle 15:34

        Difficile credervi… siete gli UNICI, CUI MI TROVO A NON TROVARE IL MIO COMMENTO.
        UN CASO?
        si ripetuto.

        Rispondi

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