
C’è ovviamente e giustamente una paura da Covid che corre per tutta l’Italia. Magari non la vedi nelle grandi piazze delle grandi città animate di giorno e deserte di sera ma la riscontri e la tocchi con mano e occhi sensibili nei piccoli borghi, nei paesi di campagna, tra montagna e pianura. Dove si è in pochi, dove ci si conosce un po’ tutti, dove il farmacista è il cognato e il medico è un amico del nonno e il fornaio è il cugino della zia insomma è più facile partecipare ad un timore collettivo. E partecipare al dolore, ai lutti, all’ansia.
L’Italia è lunga e varia e questa sofferenza da pandemia lo dimostra in ogni giorno, in ogni ora. Ci sono le grandi emergenze delle grandi metropoli e poi ci sono le piccole emergenze (ma sono grandi per loro) di piccoli centri, dei paesi di montagna, delle valli dove il virus ha preso piede contro ogni immagine di tutela, almeno sognata, del paesaggio e della natura incontaminata. Il virus contamina anche l’idea di paesaggio.
Ebbene c’è un paese, un borgo, dell’Italia centrale, quella che è nota per le sue cartoline da torri e dolci pendii, rocche e piazze medievali, dove il borgo abitato si fonde con il campo coltivato, c’è questo paese che si chiama Castiglione come tanti altri Castiglione e dove gli abitanti colpiti dal virus sono 5, cinque in tutto, in tutti questi mesi. Una inezia si direbbe. Eppure mi riportano che in questo paese-borgo simbolo dell’Italia del paesaggio sono più che attenti ai contatti e alle relazioni: nel senso che stanno in casa e non aprono a nessuno.
Il sindaco manda regolari comunicazioni sull’andamento della pandemia nei luoghi da lui governati e anche se i numeri si contano sulle dita di una mano c’è molta partecipazione ed apprensione. Molte seconde case vuote durante la settimana si aprono (per ora) nel fine settimana per i proprietari che arrivano dalle vicine città. Ormai si conoscono e non diffidano più di tanto.
Ma colpisce questa differenza di approccio: nella grande città è stato magari difficile sradicare la moda della movida anche solo per un po’ di settimane, invece qui, nei borghi tranquilli tra valli e pianure tra monti e colline, sono già chiusi in casa senza decreto, stanno alla finestra e chiedono a distanza all’interlocutore di che cosa abbia mai bisogno. Barricati in casa per paura. E mascherinati dagli occhi alla gola Immaginatevi, mi telefona una testimone, che cosa può essere successo nel piccolo paese quando hanno saputo che il farmacista era positivo. “Tu c’eri andata ieri? No ma io l’altra mattina ma lui non c’era, c’era la sua vice” “Eh ma io avevo due mascherine e sono stato distante ribatte il marito”.
Nei borghi è così, si condivide di più, si partecipa di più, si soffre più insieme e si sta attenti se una finestra ha una luce o quella luce rimane spenta, si sta attenti al suono di una sirena e si freme fino a quando non passa dalla via o dalla stradicciola per capire dove possa andare, e si partecipa a distanza ma con calore umano comunitario alle difficoltà, alle ansie e poi alle gioie dei ritorni. Perché non può piovere per sempre.
La grande paura può trasformarsi in attenzione e solidarietà, condivisione di luci e problemi. Un giorno di primavera in uno di questi borghi di pianura arrivò un’ambulanza e portò in ospedale una nonna per problemi di salute che nulla avevano a che fare col Covid.
In quella stagione in cui anche negli ospedali era facile contagiarsi la nonna prese il virus. I vicini ma anche i lontani di casa (che in un paese non sono mai troppo lontani) non smisero mai di pensare o pregare, di riflettere e preoccuparsi per lo stato di salute di quella nonna. Sono passati mesi e la nonna è tornata, indebolita ma sulle sue gambe un po’ meno sicure ma ben sui piedi come si dice. La paura è stata tanta ma a volte a pensar bene si aiuta il bene.
Questa emergenza si dice allunghi le distanze tra chi può e chi può meno. Ma sembra anche segnare diversità sociali e visioni del mondo delle relazioni tra la campagna e la grande città, tra il borgo e la metropoli, tra il paesino e quartiere metropolitano. Sarà urgente appena possibile riflettere sui modelli di vita inseriti nei contesti urbani, sub urbani e di campagna.
E’ probabile che abbiano ragione quei pensatori, tra cui tanti architetti del benessere e non solo dell’edilizia, che dicono che lo star bene dipende anche dallo spazio che hai davanti agli occhi e dalla sensazione di comunità che hai attorno.
Ci sta che ci sia la grande paura nei piccoli borghi perché è il segno ulteriore di comunità partecipata.Fabrizio Binacchi

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