Piove, piove e piove. L’Ombrone è a un pelo da casa mia. Per far finta di nulla ho scritto un nuovo episodio di Ernesto. Questa volta con la sua magica bicicletta scopre una lettera dei nonni al tempo della “Grande guerra”.

Solo perché Ernesto amava alzarsi prestissimo nei giorni di riposo, osservò quel volo. Aveva già fatto colazione e decise che una buona pedalata sulle strade deserte lo avrebbe reso felice. Chiuse casa dopo avere dato aria alla stanza da letto, rassettò la cucina, e sortì.
La sua bici era pronta: ripose i muri di cartone che sostenevano il tetto con sopra due coperte di lana ruvida, nell’astuccio dietro al sellino, inforcò il mezzo e partì.
Pedalare non era assolutamente faticoso, almeno non in salita perché il mezzo raddoppiava la potenza d’ogni pedalata che Ernesto le imprimeva con agilità, mentre quando era in discesa non aveva bisogno di frenare perché la bici rallentava sempre nella giusta misura. Era più in pianura, semmai, che doveva dare il suo contributo sui pedali. Tutta l’energia prodotta, era recuperata per l’uso della sua abitazione dove non mancava mai l’acqua calda, la luce o il riscaldamento senza mai pagare bollette esose.
Doveva però controllare i contatori e appena finito il suo giro mattutino scese in cantina per rilevare i dati di consumo. La cantina non era molto ordinata e le scatole o i pochi oggetti che la occupavano erano sparsi senza precisione.
Col gomito Ernesto urtò una piccola scatola su di una mensola che scivolò giù ruzzolando con un suono metallico che attrasse la sua attenzione.
Non era stata più tra le mani d’uomo chissà da quanto tempo. Era arrugginita e le scritte di quella latta erano appena comprensibili.
Ernesto l’aprì ed estrasse un cronometro. Vi era annodato un cinturino di pelle incartapecorito ed era senza il vetro, ma con le lancette intatte. In fondo alla scatola c’era una lettera ripiegata in quattro parti. Il foglio ingiallito e fragile, si schiuse tra le dita d’Ernesto, mentre l’inchiostro sotto la luce della lampada emerse sbiadito ma d’elegante grafia. Era ben scritta. Doveva essere stata una mano giovane e colta, ma di chi era? Sicuro pensò Ernesto “ era della nonna Amabile”. La nonna paterna.
Ernesto ricordò, si soffermo sul cronometro, poi riprese la lettera e nel farlo scivolò un altro foglio a terra che Ernesto prontamente raccolse ed aprì per leggere. La data segnava l’anno 1918, ed era indirizzata alla nonna.
“ Cara Amabile, ” Cominciava così, “ non trovo le parole giuste per scriverti che il tuo sposo e fratello mio carissimo, è caduto sul fronte. Null’altro io riesco a scriverti oppresso dal dolore e dalla fatica. Sappi che s’è battuto e mai vile ha onorato la nostra causa e la famiglia. Ti porgo la lettera che tu spedisti amorosa e lieta di quella romanza Mozartiana, che tanto gli piaceva ascoltare cantata da te a casa. La colsi dalle sue dita e so, che lesse nei suoi ultimi istanti per consolazione.
Tuo fedele cognato Ettore “
Ernesto restò sorpreso del ritrovamento: sapeva del fatto che suo nonno aveva sposato Amabile pochi anni dopo che la Grande Guerra era finita. In casa di tanto in tanto si rammentavano gli eventi della famiglia e sapeva Ernesto di avere perduto suo zio Renato al fronte, ma non aveva mai letto le lettere e mai prima le aveva trovate pur sapendo che da qualche parte erano state conservate. Chissà perché dall’oblio erano così riemerse. Ernesto lesse anche l’atra lettera, serbandosi per dopo quella della nonna.
“ Mia cara Amabile, ora che tu me lo chiedi con così tanta insistenza, ti racconterò l’evento che ci rattrista e mai pace dà al nostro cuore se non la speranza un giorno di ritrovarlo con i nostri cari. Partimmo dunque, tu sai quando. Sul fronte, eravamo assegnati al medesimo reparto. Si combatteva come artiglieri e parecchi danni si procurò al nemico. Per motivi eccezionali ci trovammo in trincea a difendere le nostre posizioni. In diverse scaramucce e assalti ci si era ben difesi e resistemmo assieme a tutti gli altri nostri compagni sul fronte anche al massiccio assalto austriaco. Io e Renato saremo dovuti rientrare nel nostro reparto, ma il comando stava per organizzare una decisiva offensiva. Ci dovemmo fermare in quelle trincee umide e fredde, ed era il meno. Tu sai che ai comandi ricevuti non c’è diniego. L’ordine di prepararsi sarebbe arrivato dopo pochi giorni e lì attendemmo l’ora. Sapevamo tutti che cosa a noi attendeva e il pensiero nostro era rivolto a te, alla mamma al nostro signor padre. Non ci mancò il coraggio, che tuo marito infondeva alla mia anima e a quei giovani soldati che chiedevano “ Signor tenente, ce la faremo?” quasi dovesse garantire lui per tutti loro. Che lunga attesa mia cara Amabile e in quale lampo di tempo è passato, oggi che ti scrivo. Fummo pronti, baionetta in resta e via al momento del segnale. Si procedette subito innanzi, tuo fratello alla mia sinistra poco indietro. Attraversammo un bel tratto di prato tra le buche delle cannonate fatte dall’artiglieria e tra il filo spinato dove molti caddero come foglie strappate, portate via dal vento e trattenute da rami spinosi, inerti e gelidi, come se sbattute sui cespugli. I proiettili scendevano incontro a noi come grandine e la severa tempesta con i suoi ruggiti e lampi, pareva nulla al confronto. Si arrivò ad un tratto dove il filo spinato era intenso e noi lo superammo, ma Renato per un accidentale motivo, all’ultimo restò appeso e scivolò in dietro poi si girò su di un fianco ed io vidi cambiarli espressione, mentre scendeva a terra. Io ebbi paura perché il fuoco nemico era violentissimo. Tremavo o era la terra che mi sobbalzava sotto i piedi. Caddi in un’altra buca per ripararmi. In una vicina c’era tuo marito, ma non potevo soccorrerlo. “ Sei ferito? Renato…Renato! Dio mio Renato!” “ No, Ettore, solo un graffio” Le bombe dei cannoni, i proiettili, mischiati al ghiaccio fischiavano nelle orecchie e nulla si poteva fare… le esplosioni si propagavano a ripetizione, i boati inseguivano i lampi, e la testa era tra le gambe, annichiliti dal terrore e solo l’anima cercava conforto tra sibili continui frenetici, senza pausa delle ogive sparate dalle mitragliatrici. Nessun grido varcava di un metro dalla propria gola, nessuno poteva sentire o ascoltare quello strazio, sovrastato dall’empio tuono. Parevano irreali, quei soldati che cadevano sotto il cielo nero privo di stelle. Erano corpi dritti, lunghi come candele per poi saltar in aria a brandelli. Oh dove ritrovare la mia anima, dove il canto felice dove la tua romanza di Mozart che io riscrivo qui per sua epigrafe.
Porgi amor qualche ristoro
AL mio duolo, a’ miei sospir.
O mi rendi il mio tesoro,
O mi lascia almen morir.
Un rivo di sangue si stemperò nel fango che ancora gelò il mio, appena lo ritrovai disteso.
Con fraterna pietà mia Amabile che ti descrivo ciò che non vorrei aver fatto mai, ti abbraccio.
Tuo Ettore. “
Un po’ di quel gelo e il pianto colse Ernesto che ripose con cura l’epistola dei nonni in quella scatola di latta. Poi la ripose sullo scaffale dove pensava d’averla trovata. Tornò di sopra e chiuse l’uscio dietro di se.

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