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La giustizia nei calzini

Considerazioni da antico avvocato su “Il Sistema” di Palamara e Sallusti. E soprattutto una domanda: come mai solo adesso è scoppiato questo putiferio. Era ormai da molto tempo cosa nota che qualcosa non andava nel mondo giudiziario.

di Carlo Eugenio Casini | 3 Febbraio 2021

Non ho ancora avuto modo di leggere il libro di Sallusti e Palamara sulla magistratura; è ormai introvabile e dovrò attenderne la ristampa.

Ho avuto però modo di seguire eventi televisivi ove i due autori, per non dire protagonisti, hanno ampiamente rappresentato il contenuto dell’opera.

Non entro dunque nei dettagli, voglio prima documentarmi direttamente alla fonte.

Ritengo di poter comunque svolgere alcune riflessioni.

La prima che mi viene in mente è di natura storica. Ricordo che nel lontano 1968, in piena rivoluzione non solo studentesca, ebbi modo di assistere ad un comizio di Roberto Marmugi, allora candidato per il Partito Comunista alle successive elezioni. Era un ottimo oratore, si comprendeva benissimo che aveva trasferito nelle sue allocuzioni la precisione e la compostezza del suo mestiere di tipografo.

Tra i vari argomenti che svolse, mi colpì questo concetto; rivolgendosi ai suoi uditori disse che per conquistare il potere non era assolutamente necessario imbracciare il moschetto e fare una rivoluzione cruenta; la soluzione era molto semplice; che gli attenti compagni facessero studiare legge ai loro figli per poi farli diventare magistrati; in tal modo avrebbero potuto realizzare una rivoluzione legittima e senza spargimenti di sangue.

Questa osservazione mi fece riflettere; mi ero infatti da poco laureato in giurisprudenza ed avevo già avvertivo, e non solo, l’aria sinistrorsa che ormai aleggiava non solo nell’ambito universitario, ma in tutto il contesto sociale, anche nella classi privilegiate.

L’on. Marmugi aveva capito tutto; ponendo le basi di un cambiamento istituzionale si sarebbe, nel tempo, realizzato un contraltare politico.

Il tempo gli ha dato ragione.

Nessuno può dimenticare come il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati sia diventato carta straccia. Come la formulazione di pagelle per i componenti l’ordine giudiziario si sia trasformata nell’imperiale principio “todos caballeros”.

Anche i più trinariciuti sinistrorsi hanno compreso come tanti processi che vedevano coinvolti politici non di sinistra si concludevano con sentenze del tutto domestiche.

Tutti questi “ rumors and reflections” trovano però la strenua contrapposizione  nel sacrosanto rispetto della indipendenza della magistratura, dimenticando che questa indipendenza non significa assolutamente omettere il vincolo della giusta applicazione della legge.

E di questa disinvolta indipendenza i primi a farne le spese sono stati proprio i magistrati, quelli che erano veramente indipendenti.

Le scioccanti dichiarazioni rese da Palamara e Sallusti mi hanno fatto ripercorrere la mia ormai ultracinquantennale esperienza professionale di avvocato. Quando i primi tempi un mio cliente subiva una sentenza secondo me ingiusta, mi consolavo concludendo che il magistrato non capiva niente; oggi, con la esperienza non solo professionale, in situazioni del genere, dico che quel magistrato capisce anche troppo.

Una cosa però non riesco a capire; come mai solo adesso è scoppiato questo putiferio. Era ormai da molto tempo cosa nota che qualcosa non andava nel mondo giudiziario; tutto però si risolveva in camallici mugugni. E sono convinto che se non fosse intervenuto un elemento di scatenante influenza nel consolidato sistema, lo scandalo Palamara si sarebbe pian piano insabbiato, per poi scomparire nella labile italica memoria.

Questa volta però è scoppiata la bomba.

Non sono riuscito ad individuare razionalmente chi sia stato il demiurgo artefice di questa conflagrazione.

Mi permetto allora di formulare una ipotesi, senza nessuna pretesa di certezza, ma che comunque si fonda su un ragionamento sillogistico.

Un organismo, quale è il Consiglio Superiore della Magistratura, costituisce un sistema rivolto a regolare il sistema Giustizia distribuendo la relativa funzione in modo da tutelare il cittadino di fronte alla legge; dunque creare un equilibrio tra l’applicazione del diritto e la tutela del cittadino; salvo poi contemperare gli interessi delle varie correnti che lo compongono, per raggiungere, parimenti, un equilibrio soddisfacente per tutti. E’ a questo secondo aspetto che rivolgo la mia attenzione

Dunque la conclusione, in ogni caso del sillogismo cui voglio pervenire, è l’equilibrio.

Però come si arriva a ciò?

Il procedimento dovrebbe essere il seguente, ispirato al principio “ aliquid datum aliquid retentum”. Insomma tu vuoi una Procura Generale ed io assecondo questa tua istanza; purché la presidenza di quella Corte di Appello venga data a lui; insomma un apicale mercato di vacche che si conclude con un accordo. E questo secondo me, è la premessa minore del sillogismo.

A questo punto per completare la struttura aristotelica del ragionamento occorre individuare la premessa maggiore; l’avrei individuata nell’elemento soggettivo e nella volontà. Con ciò intendo dire che tutti i componenti del CSM avrebbero dovuto esprimere una unanime volontà rivolta ad operare nel quadro dell’instaurato perverso sistema. E’ chiaro che un simile progetto deve ispirarsi anche ad una silenziosa e tacita coralità; insomma tutti dovevano essere d’accordo anche senza parlare troppo.

Questo tale consenso non appariva difficile per i due terzi componenti il Consiglio, tutti magistrati. Qualche difficoltà poteva sorgere rispetto al residuo terzo, composto da professori universitari ed avvocati. Però fintanto che il terzo dei componenti non togati prendeva atto delle decisioni assunte a maggioranza assoluta, che scivolavano su di loro senza nessuna diretta compromissione, l’elemento soggettivo, nel contenuto di volontà collegiale, non assumeva rilievo alcuno.

Domandiamoci però cosa poteva accadere nel caso che un componente non togato del CSM fosse venuto ad assumere una rilevanza tale da non poter esser bypassato o comunque non compiutamente valutato. Secondo una mia fantastica ricostruzione dovrebbe essere successo questo. Un deputato PD, avv. David Ermini, si trova, ad un certo momento della carriera politica, a fare i conti con il suo futuro e con il gruppo di appartenenza politica. Per ragioni che non conosco, avviene che questi, abbandonato il ruolo di deputato, indossa quello di componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Sull’evento posso solo fare delle ipotesi: può darsi che l’avv. Ermini abbia preferito trasferire il suo ruolo istituzionale in un contesto apparentemente più statico, come può darsi che il suo gruppo lo abbia proposto per motivi di equilibri interni o comunque di strategie specifiche. Come può darsi, e questa è l’ipotesi che maggiormente mi intriga, che qualcuno, e non solo qualcuno, avesse visto lontano ed avesse per questo portato avanti la candidatura di un soggetto non inquadrato e dunque non compromesso.

Ma la novità è che poi  l’avv. Ermini viene nominato vice presidente, carica questa che, in sostanza, è la più importante, tenuto conto che la presidenza è costituzionalmente attribuita la Presidente della Repubblica, che, di fatto, la esercita solo in modo simbolico.

Chi è questo nuovo vice presidente? E’ un avvocato fiorentino, prima eletto nel consiglio provinciale di Firenze, poi alla Camera dei Deputati, come espressione della corrente cattolica del PD. Non offuscato da chiacchiere né da avvisi di garanzia e, tanto più, con l’armadio degli scheletri vuoto. Un tranquillo professionista che vive nella campagna fiorentina; insomma un soggetto pulito, o almeno io così lo vedo.

Ad un certo punto della sua già brillante carriera, si trova a dirigere il CSM; dunque non ne è soltanto un componente, bensì il rappresentante di tutto l’organo.

E qui, secondo me, nasce il problema: come si fa, con questo soggetto portatore di una propria volontà non amalgamata in quel tacito accordo che rappresenta la premessa minore del sillogismo, ad inserirlo nel sistema di gestione degli incarichi e della politica del CSM? A mio parere la nomina dell’avv. Ermini ha rappresentato una frattura, all’interno del CSM, dell’iter procedimentale dell’intrallazzo politico.

E probabilmente tutto questo è avvenuto senza partecipazione alcuna del vice presidente.

Ecco allora che le toghe entrano in crisi: mancando l’accordo, e cioè la premessa minore del sillogismo, viene meno l’equilibrio, e cioè la conclusione cui il sillogismo tende a perseguire.

Salta tutto, si cercano nuovi equilibri attraverso nuovi accordi, cercando di aggirare ogni coinvolgimento del soggetto che rappresenta la volontà collegiale dell’organo.

Qui deve essere successo qualcosa: Ermini non rappresenta gli interessi loggeschi dei magistrati e dunque non può partecipare ad accordi tesi a conseguire un equilibrio altrettanto loggesco; peraltro i magistrati non hanno interesse alcuno a coinvolgere nei loro traffici un soggetto estraneo ed anche non personalmente interessato, in quanto non magistrato, al traffico.

Vengono dunque tentati altri accordi, forse anche la ricerca di diversi equilibri; ce lo ha detto lo stesso Palamara quando ha parlato di convergenza della Associazione Nazionale Magistrati non più con Magistratura Democratica, di chiara tendenza sinistrorsa, ma con Magistratura Indipendente, di profilo destrorso.

Questa virata, come possibili altrettante operazioni di dubbio gusto, non hanno trovato il cardine nel vice presidente, e son entrate in corto circuito, è saltato il banco. Adesso si assiste ad una operazione di fangoterapia che non sappiamo come si concluderà.

Dunque, ricapitolando:

il sillogismo, composto dalla premessa maggiore che rappresenta la espressa o silenziosa volontà convergente dei soggetti, è venuta meno per la presenza di un corpo estraneo, quale appunto è il vice presidente David Ermini; è venuta di conseguenza meno la premessa minore, rappresentata dall’accordo che si doveva realizzare in seno al CSM.

La conclusione è che è saltato l’equilibrio: dunque il CSM è andato in corto circuito e questo trauma, invece di mettere tutti al buio, ha invece fatto luce su come funziona un organo che è sancito dalla Costituzione come rappresentante dell’indipendenza della magistratura.

Che succederà adesso?

Mi sembra che le cartucce sparate contro Ermini siano a salve; per quel poco che ho sentito, e questo mio limite va considerato, mi sembra che gli venga rimproverato di non essere un magistrato, di non essere all’altezza del ruolo, come se fosse stato nominato in una assemblea di condominio. Secondo me può stare tranquillo, ne uscirà con tutta la dignità e tutto il rispetto che merita.

Gli altri componenti non togati del CSM corrono solo il rischio di trovarsi all’Inferno con Celestino V.

Per quanto riguarda i magistrati, auguro loro che Berlusconi non vada al governo con una solida maggioranza; rischierebbero di vedersi rendere la pariglia.

Quello che invece temo è che non accadrà niente; salterà qualche testa nel rispetto del principio “ promoveatur ut amoveatur”. Il buon Palamara, già iscritto al partito radicale, diventerà deputato, oltretutto arricchito dai diritti di autore che gli procureranno le vendite del libro scritto con Sallusti.

Per gli altri magistrati varrà il principio della memoria corta degli italiani, facilmente distratti da nuovi eclatanti scandali, dalle prossime elezioni, ma soprattutto da tutti i guai in cui si trovano grazie a questa mal gestita pandemia.

Con buona pace per chi ancora crede nella democrazia.

Carlo Eugenio Casini – Avvocato in Firenze

Pubblicato in : EditorialeTag: autori, berlusconi, camera dei deputati, casini, condominio, consenso, conti, costituzione, crisi, democrazia, elezioni, espressione, fiorentina, firenze, futuro, giurisprudenza, governo, magistratura, mercato, mondo, natura, partito radicale, pd, presidente della repubblica, professori

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