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Dove e’ finita la cultura laica?

La riproposizione dell’opera di Orwell fatta da Pierluigi Battista può essere letta come un invito a riprendere in mano i classici del pensiero della sinistra laica per verificarne la validità in un’epoca che sembra avere un gran bisogno di punti di riferimento non effimeri.

di Redazione Pensalibero.it | 3 Febbraio 2021

Pierluigi Battista ha curato per l’editore Garzanti la pubblicazione in un solo volume – con il significativo titolo di “Trilogia della libertà” – delle tre opere maggiori di George Orwell:” Omaggio alla Catalogna”, “La fattoria degli animali” e “1984”.
C’è da augurare a questa iniziativa, che non è solo un’operazione editoriale ma che ha un chiaro significato culturale e politico, il più ampio successo. Se così sarà vorrà dire che i fili che dovrebbero legare il passato al presente non sono del tutto recisi e che anche in un’età confusa e superficiale come quella in cui ci è dato di vivere certi riferimenti non sono del tutto perduti.
Dell’operazione proposta da Pierluigi Battista si possono dare due letture diverse anche se non contraddittorie. La prima è quella su cui insiste il curatore nella “Prefazione”: riproporre oggi – mentre quasi tutta la cultura italiana appare impegnata a celebrare, ricordandone il centenario della nascita, i fasti del PCI – ciò che nel momento di maggiore affermazione dello stalinismo scriveva Orwell significa non accodarsi al generale conformismo che, oggi come ieri, vuol chiudere gli occhi di fronte a ciò che veramente è stata la realtà del comunismo e pretende di imporre una lettura di comodo che è la prova della corruzione intellettuale che caratterizza tanti uomini di cultura, oggi come ieri.
Battista è esplicito e tagliente, nella sua prefazione, a proposito dell’interpretazione da dare oggi della “Fattoria degli animali” e, in particolare, di “1984” rifiutando quella che ne vorrebbe fare una delle tante distopie scientiste o la profezia di una tecnologia invadente. Di fronte a queste interpretazioni di comodo Battista rivendica il pieno carattere politico dell’opera di Orwell, scritta in un tempo dominato a sinistra dall’egemonia stalinista; a riprova di questo ricorda le vicissitudini dell’opera orwelliana, prima e dopo la pubblicazione, l’accanito boicottaggio messo in atto nei suoi confronti in tutto il mondo comunista e anche in Italia dove il linciaggio dello scrittore inglese vide protagonisti, oltre ai soliti noti, anche personaggi oggi insospettabili come Italo Calvino.

Abbiamo detto che c’è anche una seconda possibile lettura dell’iniziativa di Pierluigi Battista, non contraddittoria rispetto alla prima. Va ricordato che, nonostante il boicottaggio, la diffamazione, le campagne d’odio scatenate contro di essa, l’opera di Orwell sopravvisse a tutto ciò e mise radici in tutta la cultura europea, e anche in quella italiana, e non certo in quella di destra, come i solerti funzionari del PCI volevano insinuare. I frutti più fecondi dell’opera di Orwell si ebbero in Italia a sinistra, in una sinistra laica e liberale che il PCI vedeva come il fumo negli occhi e che trovava espressione – oltre che in qualche partito minoritario – soprattutto in alcune riviste che tra gli anni ’50 e ’60 costituirono l’alternativa più efficace per cercare di liberarsi dalla morsa congiunta del doppio conformismo comunista e clericale. Battista non cita esplicitamente queste riviste ma fa il nome di coloro che ne furono gli animatori, da Geno Pampaloni a Nicola Chiaromonte e Ignazio Silone, e ad essi aggiunge giustamente quello di Gaetano Salvemini. Se ne potrebbero citare altri come quello di Francesco Compagna, ma quello che conta non è fare una sorta di appello nominale quanto quello di ricordare che per circa tre decenni l’egemonia culturale comunista in Italia, pur fortissima, non fu del tutto incontrastata: un’alternativa laica e liberale rimase in piedi e l’opera di Orwell fu uno dei principali punti di riferimento di questa cultura.

Resta da chiedersi dove sia finita quella cultura, dopo che il crollo del comunismo sembrerebbe averne sancita la validità. Come nelle vicende della politica politicienne c’è la tentazione di porre la cesura negli anni che videro il crollo dell’URSS e, in Italia, il cambiamento di nome del PCI. Ma se guardiamo più da vicino in realtà quella cultura laica e liberale entrò in crisi proprio quando altri eventi, che prepararono la svolta del 1989/91, si erano manifestati. Fu proprio ad opera del rinnovamento della cultura provocato dal ’68 che la cultura laica e liberale apparve non più adeguata: lo smascheramento del comunismo realizzato e dei suoi inganni avvenne attraverso altre vie che avevano in comune un accentuato ideologismo e che perciò, passato il momento, lasciarono dietro di sé solo macerie. Il guaio fu che quelle macerie coprirono anche la cultura laica e liberale, che da allora non è più riuscita ad esprimere una proposta pari a quella che aveva segnato gli anni precedenti il ’68. La riproposizione dell’opera di Orwell fatta da Pierluigi Battista può essere letta anche sotto questo profilo, un invito a riprendere in mano i classici del pensiero della sinistra laica per verificarne la validità in un’epoca che sembra avere un gran bisogno di punti di riferimento non effimeri.

Valentino Baldacci   (www.vocerepubblicana.it)

Pubblicato in : SituazioneTag: anni, centenario, comunismo, crisi, espressione, gaetano salvemini, italia, mondo, personaggi

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