Ti compare una foto dinanzi agli occhi e rimani folgorata. E’ una percezione immediata, una gioia che inonda e riporta a qualcosa che viene da lontano, ognuno dal proprio passato. La foto in questione é stata scattata da una dei due autori, Roberta Melchiorre, del libro scritto a quattro mani con Fabio Bertino, Destinazione Russia. Una nave ed un gatto nella tundra ed altri incontri stra-ordinari, edizioni goWare. Gli autori raccontano che questa è un’immagine a cui sono particolarmente affezionati, perchè trovano meravigliosa l’espressione di gioia e stupore della piccola Nenets, uno dei popoli siberiani, protagonisti del racconto “Alla fiera dell’est”. Probabilmente la bimba vedeva un palloncino per la prima volta nella sua vita. La mamma glielo aveva appena comprato, e correva da tutti a farlo vedere. E cosi prosegue il loro libro tra altri racconti fantastici, in cui Fabio e Roberta conducono attraverso i loro occhi, tra i tanti personaggi incontrati, in un mondo straordinario, con uno sguardo che manifesta tutto l’amore per una terra sterminata e sconfinata come la Russia, capace di superare i limiti geografici e di arrivare a toccare l’anima.
La loro foto comunque mi rapisce, travalica ogni stato d’animo. E’ una tavolozza di colori, ma è la gioia che perfora della piccola bimba Nenets a non lasciarmi indifferente. E’ una gioia, oserei dire, rivoluzionaria. E’ inarrestabile e non conosce diniego. Mi ha portato alla memoria uno dei più bei racconti scritti da Dino Buzzati, L’uovo, che racconta la vicenda di una donna di servizio che fa partecipare la sua piccolina furtivamente, senza invito, ad una caccia al tesoro di uova di tanti i tipi e qualità, nella villa comunale tra le tante bimbe ricche ed opulente, accompagnate dalle altrettante ricche mamme. Le bimbe potevano trattenere ciò che avevano trovato durante la pesca, ma malauguratamente la nostra piccolina non era riuscita a trovare nulla ed una bimba, che ne era invece stracolma, tanto da non poterle tenere, le cede un uovo di cartone, quello che meno le piaceva. Grande gioia per la piccolina, che, però, vien interrotta violentemente da una mamma che vedendola non ben vestita e povera, crede che l’abbia rubato alla sua bimba e glielo sottrae. Divampa, dopo una serie di frasi cattive, pregiudizi e sospetti, la furia cieca della mamma della piccola, contro cui nulla può, nessuno, dalle Forze Armate presenti al dispiego successivo di Organismi internazionali, fino alla capitolazione finale di fronte all’invincibilità della donna. La bimba, a cui verrà concesso poi tutto ciò che lei potesse desiderare, chiederà di avere semplicemente un uovo simile a quello che le era stato sottratto.
Un racconto, piccolo capolavoro, che, come in tutte le opere di Buzzati, fa ricorso all’irrealtà, non solo come mezzo per divertire ma anche modo originale per far riflettere sui grandi problemi dell’esistenza. Qui, però, non ci troviamo di fronte al tema della paura di vivere, motivo di fondo del suo romanzo Il Deserto dei Tartari, al tema delle vane attese e delle speranze deluse che compaiono in tutta l’opera di Buzzati.
E’ un racconto di riscatto sociale nella forma più pura ed alta in cui possa essere raccontato: una madre, vittima dell’uomo che l’ha abbandonata e di una società che la emargina, si ribella e tira fuori tutte le forze che possiede, tanto da divenire invincibile, per tutelare la gioia e l’incanto che aveva letto negli occhi della figlia nel possedere quel piccolo e semplice uovo. E’ soprattutto un racconto, quindi, sulla maternità nel senso più forte del termine ma anche sulla semplicità ed inalienabilità delle richieste delle fasce meno fortunate, e sulla non trattabilità delle piccole grandi gioie dell’infanzia.
Tra la bimba della popolazione nomade Nenets e la bimba di Buzzati c’è, e potrebbe esserci ognuno di noi. Chi non ricorda l’atmosfera di un giorno qualsiasi della nostra infanzia, in preda ad una profonda emozione, da far spalancare la bocca? La gioia enorme consegnataci da un giocattolo ricevuto o dal primo giro in bici senza rotelle? Di essi rammentiamo ogni più piccolo particolare e, mai il valore economico. E per essi e per quell’entusiasmo faremmo, ancora oggi, ognuno di noi, anche i più pavidi, la nostra piccola grande rivoluzione. Oltraggiare quella gioia, ovunque esso avvenga, e per quanto possa essere pur piccolo piccolo il desiderio esaudito, è atto sacrilego.
Sabrina Maio

Cara Sabrina,
Hai scritto un articolo staordinario, bellissimo.
Senza cercare di mantenere la tua semplicità voglio spiegare cos’ha di straordinario in modo un po’ barboso, ma tale da diventare evidente a chiunque.
Viviamo la più profonda crisi dell’umanità perchè la scienza ci permette di vedere l’effetto finale di ogni nostra azione e a causa dell’entropia, possiamo constatare facilmente, come ogni nostra azione ha inevitabilmente dei contro effetti che sempre la rendono negativa, come una medicina che ha più controindicazioni che potere curante.
Così anche in politica da Trump a May a Renzi la mente umana, con l’aiuto della scienza e dei modelli informatici, ne riscontra facilmente la profonda negatività.
Tuttavia tutti vediamo anche, che la vita va avanti e forse anche migliora, ma la vita oltre che incomprensibile alla biologia lo è anche alla mente umana, così banalmente è facilissimo in borsa puntare sul titolo che crollerà, ma quasi impossibile riconoscere quello che avrà immenso successo e lo stesso vale per i bambini, le nazioni, i cavalli ed ogni altra cosa percepibile.
In sostanza siamo ancora all’anno sottozero della scienza della vita, anche se siamo al 2016 della conoscenza del bene e del male.
Articoli come il tuo però fanno capire che qualcosa si sta muovendo, ci danno la speranza di credere che un domani l’amico Nicola invece di dover confutare qualche negatività come sempre, ci dirà che in S. Maria Novella o nella periferia di Firenze o in Africa, un nuovo Da Vinci ha iniziato a comprendere e spegare le leggi della vita.
Grazie Luigi, in verità credo sia proprio nella semplicità la possibilità di dare una risposta alla negatività di cui tu parli. Le emozioni ed i sentimenti di cui parlavo nel mio articolo, sono tra le risposte antropologicamente più semplici ed immediate verso la conferma del senso della vita di ciascuno di noi. Porsi altre domande è sano e doveroso ma in questa entropia di cui parli, io partirei sempre da queste “risposte”!!!!