Democrito di Abdera (460 a.C. – 370 a.C. circa) è considerato il fondatore dell’atomismo. Il concetto fondamentale del pensiero del filosofo e fisico ellenista (quando allora non vigeva ancora la distinzione tra filosofia e scienze) è l’idea che esista un’unità “minima”, “naturale”, comune a tutte le cose, che egli chiama “atomo”. Nel linguaggio dell’ontologia democritea: gli “atomi” sostituiscono l’“essere” “di” Parmenide, il “vuoto” il “non essere” “di” Parmenide.
Per Democrito, l’atomo rappresenta una realtà fisica intellegibile, la cui essenza – pur se intrinseca alla cosa stessa – sarebbe tuttavia (rac-)colta solo mediante l’intelletto a uso dell’uomo. Qualcosa ancora di diverso rispetto all’idea di Platone, secondo il quale la “sostanza” identitaria e originariamente distintiva delle cose (cavallinità) poteva essere colta solo mediante l’intelletto in sé e per sé, ovvero una capacità potremmo dire “innata” dell’uomo, che prescindesse dalla relazione con le cose.
E’ evidente che, rispetto alle posizioni di Platone e dello stesso Democrito, la posizione di Parmenide si manifesta, per così dire, neutra e in definitiva si caratterizza per un’assenza o mancanza di “arbitrio”.
Infatti, in tutti gli altri casi, quello che ne scaturisce è un procedimento logico o linguistico di reductio ad unum, all’intelletto, a un dio, al caso, anche se inevitabilmente a un fato, ovvero come già appuntato: ciò che è detto o la parola detta, e tuttavia, da chi? Dal caso o natura, divinità, uomo, etc. Cosa che, tuttavia, deve accadere necessariamente in un luogo, ovvero il luogo (della determinazione) dei fati. Così, come: “Gibil, l’eccelso eroe che Ea rese adorno di terribile splendore (= melammu), che crebbe nel puro apsu, che in Eridu, il luogo (della determinazione) dei fati, viene infallibilmente preparato, la cui luce pura giunge fino al cielo – balena come folgore la sua lingua fulgida. La luce di Gibil divampa come il giorno” (tratta da de Santillana, Il mulino di Amleto).
Questi luoghi, li abbiamo già incontrati. Che cos’è, dunque, l’apsu; che cosa Eridu?
Eridu è la sede del dio babilonese Ea=Signore dell’Universo, anche Signore di “tutte le norme e le misure”; ed è in questa sede, che è collocata “nel più alto cielo” o anche “alla confluenza dei fiumi”, che Gibil viene istruito affinché si faccia portatore della “luce” agli uomini.
Cos’é la luce di Gibil; chi è Gibil?
Egli, è il più antico Prometeo-Kronos, che sarà anche dei greci e che è stato è e sarà in cielo, terra e ogni luogo di coloro che, alle più diverse latitudini e longitudini, ne narrano il de-stino (cfr. de Santillana, op. cit.), secondo l’ordine del tempo.
Quanto all’apsu, “è la personificazione delle acque sotterranee nella mitologia mesopotamica, sposo di Tiamat e progenitore degli dei. Tutte le fonti di acqua dolce (sorgenti, fiumi, laghi e pozzi) erano ritenute provenire da un unico oceano abissale sotterraneo, di cui Apsû era la figura divina, dio dell’oceano sotterraneo o delle acque sotterranee. Altro non si conosce di lui”. E’ in pratica, ancora una volta, lo “specchio d’acqua” di Lucy (la babilonese Tiamat=la dea primordiale degli oceani e delle acque salate) o il “caos delle origini” (spazio-aperto), ambivalente, che prende infatti in sposa Tiamat. “Questi ‘genitori uniti’ – chiamati impietosamente ‘caos’ da Macrobio – furono disturbati dal clamore dei propri figli, i cui modi furono sgradevoli ed essi furono prepotenti” (de Santillana, op. cit.).
Ritorna il concetto di hybris e con esso il “fuoco” o la “dote” del Cacciatore Celeste, il “mattone” che serve per la costruzione della “dimora” da abitare o lo stesso “mattone” che è la “casa” stessa che l’“uomo” e l’intera “natura” dimorano e, in prospettiva, assolutamente possibile quand’anche fosse improbabile, la “natura” che potremmo definire “artificiale”, e quindi sostitutiva, creata dall’uomo. Infatti, che almeno la modifica della “struttura” dell’uomo sia un fatto possibile, è cosa indubitabile.
Ma, per questo, ora ri-corre la genomica. Nell’ipotesi di una completa e quindi esatta mappatura dei genoma di ogni essere vivente (quello umano conterrebbe circa 26.000 geni), “spostando all’indietro le frontiere di ciò che valeva come dato, che era ancora fuori della portata della nostra capacità strumentale, la genomica ha fatto della natura umana, se non un oggetto da modellare, almeno un oggetto modellabile” (Hunyadi 2004 in C. Calama, Prometeo genetista).
Non sappiamo se esattamente ri-producibile, ma comunque “aumentato” (super-uomo o post-uomo, nuovo titano, nuovo dio o super-dio). Un nuovo sistema completo. E, in quest’ipotesi, un sistema non più di derivazione (natura o dio) all’uomo ma di auto-comprensione dell’uomo. La realizzazione di un “programma” alla Hilbert o la scoperta di una “teoria del tutto (umano)”. Lasciando tuttavia da parte, evidentemente, ancora il resto. Che costituirebbe pur sempre quel ricettacolo così sgradito a Platone. E che, nel prosieguo dell’ultimo capitolo, dis-velerà il proprio nome, che è esattamente: Necessità.
Angelo Giubileo
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