È una eventualità che non prendi in considerazione. Varie le ragioni. Primo: per una come me, che lavora fuori e rientra il fine settimana, raramente si affacciano impegni professionali in città. Quindi, raramente si trova nella condizione di dover correre dentro un vestito formale (da lavoro, dico). Secondo: esiste la macchina. Terzo: esistono i taxi. Indi, ci sarebbe da stare tranquille. Molto. Tranquille. Ma si sa, la vita offre sempre un motivo per rendersi complicata e arriva quel (raro) giorno in cui indossi il tubino da lavoro nella tua città ed esci per zompare sulla tua quattro ruote dimenticando che il carro sta dal meccanico (cambio gomme). Però sei ancora in sicurezza e chiami un taxi! Ma la manifestazione fiorentina di turno li rende irreperibili come evasori fiscali. Ecco che allora calcoli (ed escludi) il lentissimo bus. Abbandoni l’idea di un cambio veloce (pantaloni neri e scarpe comode) per una marcia forzata perché troppo lunga (il tempo è tiranno).
Così, lei, la grande (immensa) spietata, si affaccia in tutta la sua terribile utilità.
Mi sono ricordata di quel giorno ridendo di un simpatico post (Giovanna Prati: “uscire in bicicletta con il tubino nero equivale a fare beneficenza”). Sì perché (quel giorno) ho fatto anche io beneficenza per una dozzina di minuti. Soprattutto ai semafori (traditori, sempre rossi) e nei pressi delle impalcature (era orario di lavoro per numerosi muratori).
Eppure sono rimasta fredda. In questi casi (sappiatelo) mantengo la calma e accenno un lieve sorriso. Un sorriso mai eccessivo (per non dare la stura a qualche commento di troppo) ma neanche imbarazzato (per non dare la stura a qualche altro genere di commento di troppo). Insomma, una nobile espressione serena e consapevole, benevola ma aristocraticamente distratta (praticamente la Gioconda). Mantengo anche una postura compatta: ginocchia strette ma senza esagerare (no a movimenti impacciati). Metto in conto che i fortunati a “ore 12” possano trovarsi in una condizione favorevole per le loro osservazioni. Anche io ho avuto simili occasioni: una volta mi sono trovata “dietro le quinte” di una sfilata di moda maschile e ne ho tratto una piacevole sensazione… e (devo dire) qualche volta ci ripenso.
Ecco perché quel giorno mi sono rassegnata. In quei frangenti (alla fine) si gode di quegli esili attimi di felice, futile, frivola esistenza che s’elargisce ad ogni pedalata. Soprattutto ai semafori, dove le ripartenze ti costringono ad allargare i movimenti.
Comunque, sono arrivata puntuale (quella mattina). Era una cerimonia a Palazzo Vecchio. Ho fatto la mia figura e, al ritorno, ho chiesto di essere accompagnata in macchina. La bici l’ho ripresa il sabato successivo (tuta da ginnastica e pinza a tenere i capelli).
In generale, ho sempre ritenuto che la funzione sociale di noi donne si manifestasse attraverso un ampio spettro di ruoli. Da quelli nobili: mogli, procreatrici, lavoratrici, scienziate, madri ed altro (mai massaie!). A quelli goderecci: libere giocatrici d’amore (non a pagamento); fruitrici di negozi; istigatrici di chiacchiere e pettegolezzi; lettrici di storie d’amore; consumatrici di creme; consigliere d’amiche ed anche, molto importante, dispensatrici di sogni (anche selvaggi). Ed ecco che una gonna corta, un paio di caviglie sopra dei sandali estivi per una cena estiva o una maglietta leggera (senza reggiseno), acquistano una funzione squisitamente sociale. La libertà femminile (anche nei costumi) contribuisce a rendere l’ambiente più lieto ed ispirato. Gli uomini più elettrici, sorridenti e profumati. La guerra più lontana e l’amore più vicino (olè).
E con questo rispondo a chi era già pronto a dire che tratto frivolezze aizzando mignottescamente i desideri maschili urtando la suscettibilità dei benpensanti. Invece no. Per nulla. Non faccio dell’ironia sulle debolezze degli uomini (come sparare sulla Croce Rossa) e neppure intendo de-nobilitare la figura femminile. Tratteggio (casomai a vanvera) dei comportamenti sociali.
Detto ciò, andrò a nanna (e domani a farmi un giretto in bici)
Florenza Carsi

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