
Direttore Gilles Gressani, le manifestazioni per la morte del 17enne Nahel, ucciso da un poliziotto a Nanterre, sembrano attenuarsi, con il numero delle persone fermate che cala nettamente. Possiamo definire la Francia di Macron post-moderna in cerca di voti per il 2024?
La coalizione della sinistra è in difficoltà di fronte a un movimento sociale che – contrariamente ai Gilets jaunes o alle manifestazioni contro la riforma delle pensioni – non ha nessun sostegno nella società e che sembra soprattutto un’espressione una collera senza fini politici definiti. Va notato in questo senso che la distruzione e la violenza spettacolare delle rivolte non ha prodotto nessuno slogan o parola d’ordine, limitandosi a una distruzione nichilista, impolitica, o a un saccheggio disordinato.
Di fronte a questa instabilità anarchica la destra è sempre più al centro dello spazio politico, e la richiesta di ordine, di repressione si diffonde fino a diventare maggioritaria anche nelle sue forme più dure. Con due varianti: quella di Zemmour iscritta nell’orizzonte di una guerra civile che è anche una guerra di civiltà e quella di Marine Le Pen in parte tecnosovranista.
C’è un rapporto tra questa ondata di protesta e la riforma delle pensioni?
Sono abbastanza convinto che quello delle scorse settimane sia stato un movimento da contestualizzare in una sequenza ancora più lunga il cui modello, la scena primitiva è la crisi dei Gilets jaunes. Dal 2018 la Francia attraversa delle crisi sociali che hanno delle geografie molto diverse, ma che si completano in modo sistematico. Gli spazi periurbani e le piccole, medie città con i Gilets jaunes ; i centri e gli spazi della politicizzazione sindacale nelle manifestazioni contro la riforma delle pensioni; adesso le banlieue e gli spazi commerciali.
Prendendo un po’ di distanza dagli avvenimenti dobbiamo chiederci se questo ennesimo embrasement – questo nuovo incendio della società – non ponga una questione fondamentale al modello politico e istituzionale francese. La Francia si è trovata confrontata a una nuova esplosione sociale senza che sia apparso all’orizzonte altra soluzione politica alla repressione della polizia. In una spirale di rabbia e di scontento che ha una causa bidimensionale: il declassamento simbolico e materiale di grandi parti della società francese.

Perché il malcontento prende una forma così violenta in Francia, mentre negli altri paesi europei non si contano manifestazioni di questa ampiezza e frequenza?
Malgrado una traiettoria economica per certi versi simile, la Francia sta attraversando un periodo di crisi molto più caldo dell’Italia, questo è determinato da molti fattori, ma molto è legato al sistema politico, molto centralizzato, con una figura come quella del presidente Macron che ha voluto incarnare, rappresentare una sovranità senza intermediazioni – il fatto politico principale dell’era Macron è proprio il suo essere a due riprese eletto presidente di una delle forme più verticali e compatte dell’Occidente senza avere un partito strutturato sul territorio – e che si trova per questo a essere una sorta di parafulmine nell’elettricità estrema del ventennio della rabbia.
La Francia è un Paese che ama le manifestazioni ma detesta il cambiamento, soprattutto in un momento di paura dovuta alla mondializzazione e al cambiamento climatico al covid e alla guerra in corso in Ucraina?
Sul Grand Continent abbiamo dimostrato che la Francia ha conosciuto un crollo della spesa domestica negli scorsi mesi. Il consumo alimentare francese ha subito un calo senza precedenti del 17% dal 2021, con un aumento dei prezzi dei prodotti alimentari in Francia del 22%. Un calo drammatico assolutamente unico nella storia recente francese (il grafico si trova a questo link). La guerra di Putin in Ucraina provoca un ciclo economico estremamente instabile per molte famiglie in Europa: da Bakhmout a Nanterre, si sta aprendo una spaccatura. La guerra si diffonde: sbaglieremmo a ignorarla.
È il tema che affronta nella sua Martini Lecture, appena pubblicata da Bompiani
(L’Europa e la sua ombra).
Una parentesi si sta chiudendo in Europa. La strana pace che abbiamo conosciuto è interrotta. La guerra contamina tutto. Visto dall’Europa occidentale, il mondo sembrava fatto di consumatori, flussi e orizzontalità. Al posto dei consumatori ci sono oggi dei cittadini impauriti da armare contro un nemico. Dove c’erano dei flussi bisogna pensare a degli stoccaggi da riempire in vista di penurie radicali. Invece di tendere verso una convergenza planetaria, il mondo diventa ogni giorno più pericoloso e frammentato. La brutalità del nemico e l’intensità della morte stanno inghiottendo il cuore tecnico delle nostre amministrazioni e istituzioni. Le nostre società, i nostri dibattiti pubblici e la nostra immaginazione sono colpiti da un volto inquietante… In modo sempre più evidente di fronte a noi l’alternativa fondamentale diviene quella tra l’accelerazione o il rallentamento del caos. L’Europa può giocare un ruolo “catecontico”, diventando una potenza che trattiene. Per questo è necessario che sia più cosciente del suo ruolo – sempre meno centrale, sempre più periferico, nella grande convergenza mondiale.
La Francia continuerà a lottare con il suo cavallo di battaglia pronunciando eguaglianza, fratellanza e libertà?
La dialettica tra ordine e rivoluzione è la dinamica della storia francese dalla modernità a oggi. La Repubblica è fin dall’inizio scissa tra quella sociale espressa della Commune e quella dell’ordine borghese della repressione di Versailles.
Abbiamo appena festeggiato il 14 luglio, la festa nazionale: forse va ricordato che questa commemora la distruzione di una prigione – la Bastiglia – simbolo della violenza della polizia del regime monarchico che vede l’uccisione del governatore reale De Launay picchiato, massacrato con una sciabola e decapitato con un coltello dall’aiuto cuoco Desnot…
Più fondamentalmente, una parte del progetto della modernità sembra rompersi. Le scienze sociali, la storia, la filosofia cercano di definire in vari modi questo periodo di trasformazioni radicali e confuse, in cui la rivalità geopolitica produce una guerra estesa, la pandemia frammenta il ritmo della globalizzazione, la crisi climatica fa saltare il tavolo e l’economia sembra buttarci contro un muro. Nell’era della policrisi, della fine dell’abbondanza, nell’interregno l’ipotesi della modernità politica si sta sgretolando.
In Italia la risposta dall’ondata di scioperi del 1969 è stato il «Chi non lavora non fa l’amore» di Adriano Celentano, in Francia Henry Salvador già cantava «Il lavoro è la salute. Non far niente è conservarla?».
Saggezza delle canzonette: in francese « lavoro » si dice travail – dal latino « tripallium », uno strumento di tortura… siamo in estate e le vacanze ce lo ricordano. Attenzione però al crollo del contratto sociale: quando una parte sempre più grande degli italiani non si possono più permettere di andare in vacanza in Italia, il rischio di un autunno caldo aumenta.
Giuseppe Basilico
(Da “Avanti Online”)

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