
Da Parigi a Marsiglia le notti prima della presa della Bastiglia sono rischiarate ancora dai roghi. Oggi come tre secoli e mezzo fa. La Francia ce l’ha un po’ questa vocazione barricadera. E pare priva degli strumenti per gestirla. 835 fermati, divieto di vendita di strumenti pirotecnici, acidi e materiale infiammabile. Metropolitane chiuse. Posti di blocco e blindati in strada. Non siamo alle barricate, ma poco ci manca.
Macron ha lasciato il vertice europeo a cui stava partecipando per tornare a Parigi. Come la storia insegna, la lontananza del Governo dalla capitale è un pessimo segno. La Comune di Parigi del 1848 iniziò esattamente così: con la sconfitta militare di Napoleone III e i soldati lontani dalla Senna.
Il Presidente Francese ha quindi deciso di tornare in fretta e furia per gestire una situazione che appare ingestibile. Iniziata come una protesta di massa per la morte di un 17enne di nome Nahel ad opera di un poliziotto, il governo non ha perso tempo a dare in pasto alla folla l’agente. Atto inutilmente vile, verrebbe da dire. La Francia ha ripreso fuoco, come e peggio del tempo dei gilet gialli. Come e peggio della rivolta contro l’aumento delle pensioni.
Macron ha invitato le famiglie a tenere i figli a casa. Dimostrando che questo retaggio patriarcale che è la famiglia in alcune occasioni diventa preziosa. Eppure appellarsi al senso materno non pare riscuoterà grossi successi. Sono in preparazione leggi speciali e stretta ulteriore sui diritti civili. E la memoria torna alle ultime ore della Comune, quando il sangue del Vescovo di Parigi fu lavato con quello dei ribelli al cimitero di Pére Lachaise.
Ma cosa sta succedendo in Francia? Nulla che non si sia già visto ai tempi della rivolta delle banlieux: una massa giovane, arrabbiata, di origine mussulmana presa di mira dalla polizia di uno stato laicista, anziano e intollerante degli estremismi decide di dare sfogo alla propria rabbia. Per fortuna, finora, senza un capo in grado di incanalare la furia. La fortuna, in questi argomenti, però tende a finire nei momenti meno opportuni.
Un’altra rogna nel lungo rosario di dolore delle democrazie liberali, piegate dalle altissime aspettative che riposano sulle loro fragili spalle. Il pronostico, ovviamente, è sempre contro i giovani teppisti. Ma, lo voglio ricordare, ogni rivolta ha il pronostico contrario finché non lo ribalta e diventa una rivoluzione. Finché l’ultimo fuoco non si sarà spento e l’ultimo casseur non sarà stato arrestato il rischio di un nuovo 14 luglio sarà sempre all’orizzonte.
E, se siamo onesti, è la cosa che un po’ ci elettrizza. Il finale aperto, Davide contro Golia, i giovani che rovesciano l’ordine costituito. Sono tutte cose emozionanti, finché l’auto che brucia non è la nostra almeno. A quel punto è molto umano passare da fan di Guccini a nostalgici di Bava Beccaris.
Luca Rampazzo

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