Non sono soltanto due differenti proposte sul futuro del nuovo Senato. Sono due visioni diverse. Quella di Matteo punta al momento decisorio e tradisce insofferenza per tutto ciò che lo ostacola. Quella di Vannino Chiti non ammette scorciatoie.

Vannino Chiti è l’opposto del politico ciarliero, che sforna una e più dichiarazioni al giorno, di casa nei salotti televisivi, tutto battute e niente sostanza, che ci siamo abituati a conoscere negli ultimi venti anni. Gli anni nei quali i media hanno preso il posto dei partiti.
Non lo dico perché lo conosco dal 1970, quando ci trovammo a sedere sui banchi del consiglio comunale di Pistoia, lui nel PCI, io nel PSDI. E’ la sua vita e la sua storia politica che ne danno una immagine totalmente diversa. Ha attraversato con lo stesso stile sobrio esperienze diverse, secondo un cursus honorum classico nel vecchio PCI: sindaco di Pistoia negli anni ’70; segretario regionale del partito negli anni ’80; Presidente della Regione Toscana negli anni ’90; sottosegretario alla Presidenza del consiglio, ministro e vice-presidente del Senato nel primo decennio del terzo millennio.
Nelle diverse stagioni e nei differenti ruoli, Chiti ha dimostrato concretezza di amministratore e volontà di approfondire tematiche “pesanti”: il destino della sinistra, il ruolo dei laici e dei cattolici, il rapporto tra politica e religione. Ci ha scritto sopra anche numerosi libri. Anche al tema delle regole, dalla Costituzione alla vita dei partiti, ha dedicato una costante e scrupolosa attenzione. Renzi lo sa benissimo. Nel 2009, in occasione delle primarie per designare il candidato sindaco di Firenze, si scatenò una grande bagarre nel PD fiorentino proprio sulle regole da adottare. E se Matteo non fu “fatto fuori” ancora prima di poter iniziare la corsa, lo si deve proprio a Chiti. Inviato da Roma a dirimere la rissa in corso, dimostrò guanto di velluto e pugno di ferro.
Cinque anni prima, mentre il PD stava trattando con il numero uno di Forza Italia in Toscana la legge elettorale regionale anticipatrice del “porcellum” nazionale, Vannino mi confidò il suo disagio ed il suo dissenso. Pazienza per le soglie di sbarramento ed il premio di maggioranza. Ma le liste bloccate e l’abolizione delle preferenze proprio non gli andavano giù. Se il problema era veramente quello delle preferenze “fonte di corruzione” – diceva giustamente Chiti – si facessero i collegi uninominali. Ma impedire agli elettori di scegliere i consiglieri, quello no. Andò come tutti sappiamo. Il comitato regionale del PD, a maggioranza bulgara, se non di più, approvò il “pre-porcellum” di marca toscana, destinato a fare proseliti, pochi mesi dopo, a livello nazionale.
Oggi, con la sua proposta di riforma costituzionale, ancora una volta Vannino non si limita a dire no. Prospetta una soluzione, piaccia o non piaccia, che risponde a tutte le domande in sospeso. C’è bisogno di risparmiare? Chiti propone di ridurre non solo i membri del Senato, ma anche quelli della Camera. Le decisioni più rapide? Ecco una netta differenza di compiti tra le due Camere, la prima che legifera e vota la fiducia al governo, l’altra che esercita compiti di garanzia e controllo.
Non sono soltanto due differenti proposte sul futuro del nuovo Senato. Sono due visioni diverse. Quella di Matteo punta al momento decisorio e tradisce insofferenza per tutto ciò che lo ostacola. Quella di Vannino Chiti non ammette scorciatoie che mettano in discussione la coerenza dell’impianto costituzionale. Del resto quello delle “regole” era un mantra della sinistra comunista in tempi nei quali essere minoranza sembrava un destino ineluttabile. Naturalmente la coerenza delle regole fatalmente dovrebbe estendersi anche al sistema elettorale e rimettere in discussione l’ “Italicum”. Renzi lo sa benissimo, e questo spiega la sua sprezzante reazione di chiusura.

Però sul giudizio ristretto a ogni singolo atto del politico, aggiungo che questo va bene per il politico amministratore. Ma per chi ha fatto irruzione in politica strombazzando il nuovo a destra e a manca, il giudizio su ogni singolo atto significa chiudere un occhio, e se con certi individui si comincia a chiudere un occhio poi si finisce per chiuderli tutti e due.
Caro Nicola, indubbiamente per la prassi politica hai ragione. Io pecco sempre di ” superficiale profondità ” e sempre m’illudo d’essere alle porte coi sassi di qualcosa, poi m’accorgo che o ci sono le porte o ci sono i sassi. Ora mi sembra ci siano solo sassi e il bersaglio è talmente facile e risibile da far quasi tenerezza e rischiare di maramaldeggiare.
Caro Marzio,
Il giudizio lo do ad ogni singolo atto del politico. Non una volta per sempre. E’ un po’ faticoso, lo so… (non mi riferisco a te, ma a un costume diffuso).
Beh, rispettare la persona è cosa giusta, ma occorre anche giudicarla. E chi si butta in politica deve essere giudicato a trecentosessanta gradi in un arco più vasto delle sue proposte, e deve essere giudicata la persona per prima se deraglia nei comportamenti. Esiste una proposta che riportata al suo incipit nella persona non ne riveli la natura? Non credo, e ciò vale a maggior ragione per chi si vanta d’essere un innovatore radicale. Renzi non propone, Renzi impone, quindi è giusto risalire alla sua persona. Per il resto siamo certamente tutti ” buoni selvaggi “, per elezione divina o naturale, ma la politica si fa nella polis dove alla fine è sempre presentato un conto non salato ma salatissimo.
Caro Valentino,
Pensalibero non è un partito e non è antinessuno. Magari può trovarsi per o contro qualcosa. Per esempio contro l’oscena legge elettorale Berlusconi-Renzi. Su altre cose a paternità Renzi siamo stati d’accordo. Scegliere le persone piuttosto che le proposte non ci è mai riuscito. Le persone ci limitiamo a rispettarle tutte.
Solo mille miglia politicamente distante da Vannino Chiti, ma sarebbe tempo di soppesare la persona prima che il politico, e si fa un torto a Chiti confrontandolo col Renzi.
Vedo che l’atteggiamento antirenziano di Pensalibero continua e si rafforza. Questioni di gusti e – soprattutto – di posizione politica. Se non si capisce che Matteo Renzi ha il grande merito di aver posto la parola fine alla storia del PCI – che è continuata, nonostante i cambiamenti di nome, fino a pochi mesi fa – inevitabilente ci si ritrova accanto a chi non si rassegna al fatto che quella storia – distruttiva per la sinistra italiana – sia finalmente finita. E così si finisce per ritrovarsi accanto ai D’Alema, ai Bersani, ai Chiti.
Con tutto il rispetto, Vannino ha avuto 20 anni per portare avanti una proposta coerente (riflettiamo sul NO alla riforma costituzionale del centrodestra: un’occasione persa?). Oggi la casa brucia e quando arrivano i pompieri spengono l’incendio ma non badano all’ordine. Primo salvar la casa.