Che forza il dialetto! Dice tre cosa in una parola. In Toscana dove il cosiddetto dialetto è il meglio italiano, in Campania con i suoi suoni “uè”, in Puglia con i suoi colori “maadoo”, in Brianza dove schisceta è un mondo, in Friuli dove è lingua ufficiale Furlan e in Liguria dove la cadenza fa musica, “eh belìn”. Per dire!
E ci sono i dialetti che derivano da secoli di costumi, dominazioni e contaminazioni come quello mantovano che conosco per un fatto di nascita e per allevamento giovanile. La meraviglia, per esempio, dell’espressione “Ma cat”. Insomma, così così, non saprei. Ma la somma delle espressioni italiane non fa l’effetto del scarica dialettale.

Ma cat! È proprio diverso da insomma. Il parente edulcorato. Cutghin, è già più vicino a cotechino e ti fa venire la stessa acquolina in bocca. Cà t’ha fat è più sentenza, contiene una constatazione e al contempo una valutazione anche personale, talora di famiglia. Il problema della parola è generale in lingua e diventa ancor più particolare ed evocativo in dialetto. O nelle lingue specifiche di zone di mare e di valli, di aree interne ed esterne con consolidate tradizioni di lingua locale diffusa e parlata. Quella volta in cui lessi e poi recitai per la prima volta la bella e sonante poesia dialettale di Renato Bonaglia La fadiga da stà al mond, La fatica di stare al mondo, mi sembrò di allineare parole e suoni, musica e versi come mai prima. Un (bel) po’ di dialetto non ci fa male nelle nostre relazioni linguistiche. Inter nos e pure extra moenia. Tra noi e fuori mura.
Un tempo non mi ponevo facilmente il problema di chiedermi se una mia frase e una mia parola fossero esattamente accolte e interpretate come le avevo intese trasmettere. Chissà perché?! Inconsapevole io, altri tempi fuori, si pensava di capirci a priori. Adesso con tutto questo cataclisma di piattaforme e canali di comunicazione, con tutte queste chat e siti parlanti e scriventi, invece di essere sicuri che ci capiamo per quel che ci diciamo, siamo più insicuri di quel che diciamo e quasi certi che alla fine non ci capiamo. Vamolà!
Che mondo questo mondo riempito di comunicazione mondiale! “Ci sono espressioni mantovane che valgono un mondo. Ad esempio, Fabrizio, hai mai pensato alla parola “cat”. Cat. Tre lettere. E almeno quattro traduzioni. Cat uguale a: che altro? Cat: che ci posso fare? Cat: che possiamo dire? Cat: ovviamente!! Un ammissione a denti stretti. E poi c’è il massimo dei massimi “ma cat” : che è fraseologico, tipo così così. Insomma! Ma cat. Un mondo in tre lettere. Ad esempio quel tuo collega della Gazzetta Mario Cattafesta che si firmava Ma Cat lo trovavo geniale. Ad avere una firma così”. A parlare non è un vecchio poetino del Fogolèr, amante del vernacolo, ma era -già nel 2009- un giovane mantovano di Suzzara, Francesco Piccinini, allora men che trentenne, che armato di laurea in scienze diplomatiche e internazionali con magistrale indirizzo in cooperazione allo sviluppo sta per lasciare Ferrara per andare in Albania. Normale che due mantovani si mettano a tavola a Ferarra e dopo un piatto di passatelli non male, davanti ad una saporita salama da sugol, pensando alla Russia passata e alla Albania che arriva, ci sia uno spazio per una ventata di nostalgia dialettale.
Che diventa stimolo di ricordi dei nonni dei bisnonni tra Villa Saviola e Torricella, in quelle fette pesanti di terra padana che stanno tra il Po e lo Zara, che nemmeno Guareschi affronterebbe a cuor leggero per la loro complessità antropologica e sociale. Dove anche una parola vale un mondo. E dove un termine può fare la differenza. “Già al liceo – dice Francesco- ci divertivamo con i miei amici a fare una specie di vocabolario dialetto mantovano – italiano forbito dei termini più strani e caratteristici. Quelli che valgono una etichetta. Che diventano dei soprannomi, di “scurmai”. Dai Francesco spara. Beh possiamo vedere come si traducono Tacàda, Grèban, Tunàna, Pìafoc e Cat , Ma cat l’bbiamo già detto. Via. “ Tacàda: curiosa presa di posizione”. Eh ci stata tutta. Quante volte ci siamo detti: ad garè mia d le tacade. Na bela tacàda. Insomma proprio una singolare presa di posizione. Grèban: di salute cagionevole. Ma nel grèban c’è tutta una definizione intrinseca di debole, cadente, oddio mamma sta per svenire, anche nell’onomatopea della parola che sembra degradare verso l’inconsistente. Tunàna: di scarsa intraprendenza. Ecco quello è un tùnàna, non c’è immagine migliore di chi ondeggia tra una necessità di fare a tutti i costi una cosa e la volontà che manca, una specie di momento basculante tra il vorrei ma non posso, potrei ma non voglio. Pìafoc: luce diafana. E se ci pensi luce diafana è qualcosa che ti lascia anche inerme, quasi distratto assonnato, invece se lo interpreti come pìafoc è una fonte di luce debole ma decisa nel contempo, limitata ma certamente esistente. Ve dam c’al pìafoc le. Certo il dialetto mantovano ha un cuore con una capacità di sintesi pungente e struggente che la lingua italiana se lo sogna. Per la quale lingua italiana dovremmo recuperare, dicevamo l’altro giorno con l’amico Gian Carlo Malacarne una rinnovata forma di rispetto. Giancarlo Malacarne ha scritto in privato, a proposito delle parole che usiamo, dopo aver letto il mio “Luoghi Comuni. Il potere della parola” Minerva Edizioni 2021. Credo che le “sue” parole vibranti siano illuminanti sull’emergenza linguistica che stiamo vivendo. Con la sua autorizzazione vi propongo un divertente e istruttivo passaggio. Grazie Giancarlo.
“Caro Fabrizio, è stato molto piacevole e istruttivo – leggere il tuo libro, nonostante mi sia imbattuto in luoghi comuni da me frequentati inconsapevolmente, tipo il Ma andiamo con ordine che ho scoperto aver scritto un paio di volte nel mio ultimo lavoro. Ma, come tu affermi, il buio vero è quello dentro di noi.
Ho riletto più volte il ficcante passaggio di Angelo Varni sui giganti e sui nani e, modificando e forse forzando un poco gli equilibri che reggono l’assioma, mi sono guardato allo specchio dicendomi: quando mi imbatto, quasi quotidianamente, in beceri nani, come faccio a non sentirmi un gigante? Chissà se ci azzecca la mia presunzione con l’immagine del Varni?
Caro amico, con il tuo parole e definizioni non me la dai a bere. Non posso pensare che veramente il tuo lavoro sia indirizzato soltanto ai giornalisti, anche perché leggere quelle pagine è un po’ fare come i Tafazzi di Aldo, Giovanni e Giacomo. Ci si trova improvvisamente coinvolti nella presa di coscienza di molti errori; così scopriamo di aver fallito in un contesto di comunicazione che parimenti penalizza la nostra bella lingua come la nostra intelligenza.
Probabilmente esagero, ma non più di una dozzina di tuoi colleghi credo avrà letto il libro (forse sono quelli che lo tengono sul comodino). Chi, infatti, può essere disposto a riconoscere di lavorare con il culo e avvalersi di stereotipi frusti, di quelli che consentono di chiudere il pezzo in fretta ma lasciano l’amaro in bocca al lettore per la stucchevole banalità? Dopo le prime pagine avranno accantonato il tutto con uno sbadiglio e pensato che meglio era guardare Insinna in TV, logorroico, sconcertante parolaio, verboso e insopportabile. Usare un fiume di parole non significa comunicare con più efficacia.
Mamma mia. Chissà perché dico queste cose? E pensare che anch’io mi nutro di parole: le scrivo, le racconto, le mangio, le penso, le …
Caro Fabrizio, io ti sono assolutissimamente amico nella misura in cui tu accogli quella che è la mia opinione; d’altro canto non saprei, pecora nera quale sono, meglio interpretare il rebus del tuo libro, che mi induce a brancolare nel buio più fitto e a desiderare di voltare pagina.
No dai, non scherziamo. Il tuo libro non è solo per giornalisti; il tuo libro è per i ragazzi delle medie, per quelli che si stanno preparando ad affrontare la vita fuori dagli stereotipi e dalle manipolazioni. Il tuo libro è per gli adolescenti che, incominciando a penetrare il mondo, debbono farlo senza usare le parole, i concetti le idee e i modi di dire degli altri. Il tuo libro è per chi ha in mente di crescere fuori dai condizionamenti intellettuali striscianti e non. Insomma, il tuo libro non è il Vangelo, ma certo è uno strumento che invita a pensare che c’è un linguaggio al di sopra delle convenzioni e adesione a un modello precotto che non sa né di te né di me”
Le parole non vanno dette un tanto al chilo. Anche un grammo di parola giusta o sbagliata fa la differenza.
Fabrizio Binacchi

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