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La flotta delle zanzare

Serve anche la “flotta delle zanzare”, servono la miriade di associazioni e organizzazioni di volontariato presenti nelle nostre comunita’, perche’ piu’ vicine alle persone da salvare.

di Daniela Piesco | 13 Aprile 2020

“Sir, I have, myself, full confidence that if all do their duty, if nothing is neglected, and if the best arrangements are made, as they are being made, we shall prove ourselves once more able to defend our island home, to ride out the storm of war, and to outlive the menace of tyranny, if necessary for years, if necessary alone. At any rate, that is what we are going to try to do”. 

«Ho, io stesso, piena fiducia che se tutti faranno il loro dovere, se nulla verrà trascurato, e se saranno prese le decisioni migliori – come sono prese – ci dimostreremo ancora una volta in grado di difendere la nostra isola, di cavalcare tempesta della guerra e di sopravvivere alla minaccia della tirannia, se necessario per anni, se necessario da soli. Ad ogni modo, questo è ciò che tenteremo di fare”.

Era la fine del maggio del 1943. A Dunkerque, nel nord ovest della Francia,le truppe corazzate tedesche avanzavano inesorabilmente e chiusero in una sacca senza via di uscita le divisioni britanniche e francesi. L’unica via di scampo era il mare. Churchill mobilito’ il meglio della Marina reale britannica, ma lanciò anche un drammatico appello alla nazione affinché tutti i civili dotati di un’imbarcazione (mercantili, barche da pesca o da turismo, ecc) si mettessero in mare per raggiungere il porto di Dover. 

Migliaia di inglesi raccolsero l’appello e si portarono verso le spiagge di Dunkerque. Il rischio che le truppe anglo – francesi venissero completamente decimate era altissimo, anche perche’ i cacciatorpedinieri della Marina militare inglese non riuscivano ad attraccare al porto di Dunkerque, ormai distrutto dai bombardamenti dell’aviazione tedesca.

 Cosi’, per portare in salvo i soldati, approfittando dell’oscurita’ della notte, la miriade di imbarcazioni civili, piu’ agili e veloci, si avvicinarono alle spiagge di Dunkerque, caricando i soldati ormai allo stremo e li trasferirono sulle grandi imbarcazioni della Marina Reale.

Churchill, ad operazione conclusa, lodo’ l’opera dei suoi ammiragli, ma ringrazio ‘ in particolare la “flotta-zanzara”, senza la quale il numero delle vittime sarebbe stato enormemente piu’ elevato. 

Cosi’ in questa nostra “strana guerra”, Luigi Bobba già Presidente delle Acli ed ex sottosegretario al Welfare ,in una recente intervista, riutilizza questa metafora che vuole fortemente testimoniare il fatto che : per salvare tante vite e curare le ferite di molti, sono fondamentali le istituzioni dello stato (la sanita’,  la protezione civile, l’esercito) ma non bastano. 

Serve anche la “flotta delle zanzare”, servono la miriade di associazioni e organizzazioni di volontariato presenti nelle nostre comunita’, perche’ piu’ vicine alle persone da salvare e piu’ veloci nell’arrivare in tempo per evitare troppe sofferenze e troppo dolore.  

 Ognuno di noi ha visto operare con forza e coraggio la prima linea in questa battaglia che è quella formata dai medici e infermieri. Ebbene  ,non solo loro ,ma anche la grande rete del volontariato e delle Ong deve essere presente.

Tutti devono fare la propria parte.

Se tutti fanno il loro dovere..
If all do their duty..

Accade così che in Palestina  nello spazio che corre tra i vicoli dei campi e Betlemme, che viene   creata la prima squadra di volontari: 300 persone, tra medici, psicologi, terapeuti, attiviste e attivisti di lungo corso, impegnati per sostenere la popolazione dal basso con forme di organizzazione che ricordano i tempi e i modi dei Comitati di Resistenza popolare della Prima Intifada.


Fu a quell’epoca che gli stessi villaggi nei pressi di Betlemme, come Beit Jala e Beit Sahour, furono a lungo isolati e assediati, la popolazione costretta a una quarantena preventiva. 

Non per evitare il contagio di un virus sconosciuto, ma perché le strade erano infiammate dalla Prima Intifada, e l’assedio imposto dalle autorità militari israeliane era il modo di fiaccare una popolazione resistente.

Le cose non andarono esattamente così: fu in quegli assedi che la popolazione palestinese sviluppò le forme più creative di resistenza e mutualismo, sopravvivendo per mesi nelle proprie case, usando i balconi come oggi noi li
usiamo: per parlare e per suonare, per riconoscersi e confortarsi, lanciarsi messaggi di speranza e possibilità. 

Fu in quelle quarantene imposte dalla potenza occupante che nacquero i Comitati di Resistenza popolare, gli orti comuni, le scuole autogestite nei fienili, gli ospedali popolari, forme di home economy ante litteram per boicottare l’economia dell’occupante. 

Sono i figli di questa storia che oggi si trovano chiusi nelle proprie case per fronteggiare il rischio del contagio, abituati a un’esistenza che ha fatto della capacità di resistere a condizioni inumane la sua stessa essenza. 

Sono quei figli che oggi stanno tornando a praticare e riscoprire quei modelli di solidarietà e mutualismo.

Perché se in Palestina lo Stato non esiste, esistono però le persone che si sanno aiutare.

Se non esiste lo Stato, se non ci sono le strutture, ci sono però le possibilità della solidarietà.

 Perché se è contagioso il virus, è contagiosa pure la speranza.

Accade cosi che Napoli e poi in molte altre città come ad es Milano, venga istituito il “Panaro solidale” perché per comprare ciò che è necessario all’anima, non occorre denaro.

Accade così che a Verona una folla silenziosa  si reca negli ospedali per non far mancare una terapia salvavita: il sangue.

Accade così quell’intuizione   profonda e suggestiva di Xavier De Maistre  in “viaggio intorno alla mia camera “.

Se  riuscissimo a vivere il nostro ambiente quotidiano con lo spirito del viaggiatore, potremmo scoprire che esso non è affatto meno interessante degli alti passi montani e delle giungle popolate di farfalle del Sudamerica. […] 

A casa le nostre aspettative si atrofizzano. Siamo certi di aver scoperto tutto quello che c’era da scoprire.

 L’abitudine ci ha resi ciechi. 

Quel che De Maistre tentò di fare fu scuoterci da tanta passività. 

Quando Nietzsche venne a Torino e lesse il libro di De Maistre, commentò che l’umanità si divide tra quelli come Xavier – una minoranza che sa fare molto con poco – e una maggioranza che sa fare poco con molto. 

Dal Viaggio intorno alla mia camera traggo un’ultima lezione. 

Il mondo non si ferma alle quattro mura della nostra casa. Non innamoriamoci di questa stretta prigione. 

Come nel finale di The Wall dei Pink Floyd, il protagonista è condannato ad abbattere il muro dietro cui si era rifugiato e a ricongiungersi con il mondo sotto un aperto cielo.

Ma soprattutto per partecipare ad una politica non dominata dalla volonta’ di potenza che si impone con la violenza e con i muri.

Il resto e’ tutto da compiere, tutto ancora da vivere e costruire.

Daniela Piesco

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, battaglia, francia, intervista, mare, medici, milano, mondo, napoli, nazione, organizzazioni, persone, soldati, speranza

Info Daniela Piesco

Avvocato, giornalista pubblicista, direttore responsabile del quotidiano online “L’Eco del Sannio” di Benevento, condirettore del giornale internazionale on line “Radici”. Appassionata di cultura, politica e attualità scrive su “L’Eco di Milano e Provincia”, sul “Corriere Nazionale”, sul “Corriere di Puglia e Lucania” e su “Stampa Parlamento”.
“Sono fermamente convinta, prendendo a prestito le parole di Moravia, che quando le informazioni mancano, le voci crescono.”

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