Dalla
grande crisi finanziaria del 2008, uno dei miei principali interessi culturali
è cercare di capire come cambiare le regole sociali affinché gli enormi
avanzamenti tecnologici e di conoscenza che l’umanità ha sviluppato negli
ultimi decenni, invece di condurci dritti verso l’estinzione (come pensano –
con ottimi argomenti – i pessimisti), possano finalmente creare un mondo
migliore dove i bisogni fondamentali siano soddisfatti per tutti gli esseri
umani come diritto imprescindibile.
Ho partecipato (e partecipo) a diverse
associazioni formali e informali di persone che si propongono gli stessi
obiettivi, occupandomi in particolare degli aspetti economici/monetari.
Mi ricordo molto bene che nel triennio 2009/2012
l’opinione più diffusa fra le poche persone che si occupavano di questi temi
era che la crisi sarebbe peggiorata sempre di più fino a portare a conseguenze
così catastrofiche da rendere i radicali cambiamenti necessari non più
procrastinabili. Io ero uno dei pochi che non aveva questa convinzione. Pensavo
che il sistema attuale avesse tutte le risorse per superare la batosta e che i
tempi per cambiamenti radicali non fossero ancora maturi. Mi ricordo bene la
frustrazione che provavo quando facevo conferenze sui temi della moneta, nel
constatare che la grande maggioranza delle persone non era culturalmente pronta
a capire la natura del denaro (per non parlare delle grandi sciocchezze che
venivano diffuse nel mondo dell’informazione cosiddetta “alternativa”… allora
andava di moda il tema del “signoraggio”).
Dopo una decina d’anni, per la prima volta,
inizio a percepire come i temi che nel 2009 apparivano come eccessivamente
estremisti, radicali, bizzarri, in poche parole “da svitati”, stiano finalmente
facendo breccia, non all’interno di circoli intellettuali che solo pochissimi
“malati” come il sottoscritto seguono, ma nel mondo delle persone che hanno, o
potrebbero aspirare ad avere nel breve futuro, le leve decisionali della
società in mano.
Ancora più importante di questo, per la prima
volta, inizio a vedere che certe tematiche (la necessità di trasformare il
capitalismo, di avere una diversa tipologia di moneta – non tanto euro o non
euro, ma un diverso euro, come un diverso dollaro, yen, ecc. – , la necessità
di gestire l’automazione derivante dall’intelligenza artificiale e della
robotica, ecc.,) stanno diventando qualcosa che entra a far parte di una
narrazione condivisa per una parte significativa di persone comuni.
Sicuramente, al momento, si tratta ancora di una
esigua minoranza della popolazione, ma 10 anni non c’era neppure questa sorta
di “infrastruttura culturale” che oggi invece percepisco in modo molto chiaro.
Voglio fare alcuni esempi di fenomeni culturali
che vanno nella direzione di cambiamenti radicali delle regole sociali, per
adattarli agli straordinari cambiamenti tecnologici che la società ha già
compiuto ed a quelli – molto più strabilianti – che ci attendono nell’immediato
futuro.
Andrew Yang
Alla corsa per le primarie del partito
democratico USA che decideranno lo sfidante di quello che io chiamo
l’ego-mostro, cioè l’attuale presidente (non ce la faccio a scriverlo con la
maiuscola) degli Stati Uniti d’America, partecipa un personaggio che sta
riscuotendo un notevole successo nei media (particolarmente su internet, ma
recentemente anche nei mass media) con una piattaforma di proposte estremamente
radicali. La proposta più scioccante è ciò che chiama il “dividendo della
libertà”, una versione radicale del concetto di “Universal Basic Income” (UBI):
dare 1.000 dollari al mese ad ogni cittadino che abbia più di 18 anni, per
sempre e senza condizioni. Questa proposta appare – a prima vista – impossibile
da realizzare e per molti anche ingiusta (“perché dare 1.000 dollari anche ai
ricchi?”). 10 anni fa non sarebbe stata neppure concepibile (eppure, chi
studiava queste cose, sapeva che una forma di UBI è l’unica opzione possibile
per evitare il
disastro sociale inevitabile nel momento in cui
l’automazione sostituirà sempre più lavori tradizionali a ritmi che oggi le
persone neppure riescono a concepire).
Non desidero, in questa sede, entrare nel merito
delle proposte di Andrew Yang e non credo che abbia molte speranze di conquistare
la nomination (lo vedremo fra poco meno di un anno); ciò che trovo estremamente
interessante è notare che il contesto culturale ha reso conveniente per
qualcuno provare a giocare una candidatura su temi così radicali, non solo non
temendo di essere ridicolizzato, ma riscuotendo anche un notevole successo
(ovviamente considerato che si tratta di un completo outsider).
Quand’anche, come probabile, la campagna di
Andrew Yang non dovesse portare alla conquista della candidatura democratica,
non c’è alcun dubbio che tutto il dibattito politico che si svilupperà nel
prossimo anno contribuirà enormemente a diffondere queste idee, che oggi
appaiono radicali solo perché culturalmente non sono diffuse.
Se non sarà a questo “giro”, dopo altri 4 anni
l’idea che l’automazione sia il vero problema (non certo l’immigrazione) sarà
così diffusa fra la popolazione che il tema non sarà più se servirà un UBI, ma
quale tipo di UBI dobbiamo fare.
Le proposte di Andrew Yang sono molto innovative
e radicali non solo sulla sua proposta portabandiera. Si comprende benissimo
che è figlio di un pensiero radicalmente nuovo che si è consolidato in questo
decennio. L’idea, ad esempio, di concentrare l’attenzione su indicatori
complementari al GDP, cioè il Prodotto Interno Lordo, è un segno evidente di
quanto detto. Chiunque senta parlare questo personaggio ed abbia letto, in
questi anni, gli autori di riferimento di questo movimento culturale non può
non sentire che – al di là delle specifiche proposte – siamo davanti all’emersione
di un nuovo modo di pensare.
Ray Dalio
Anche nel mondo della finanza si è ormai
consolidato un pensiero radicalmente innovativo il quale ha compreso che ciò
che è accaduto nel 2008 è un fatto che va sistemato in modo strutturale, non
con qualche “ritocco” che non cambia le basi del sistema.
La persona che – a mio avviso – sta fornendo i
contributi più interessanti a questo pensiero è Ray Dalio, una personaggio che
per tutta la vita ha impersonato la figura del “cattivo” per antonomasia nel
mondo della finanza: il gestore del più importante Hedge Fund del mondo.
L’approccio culturale di Ray Dalio è basato sul
concetto che ogni fatto che si presenta è solo una riproposizione in forma
diversa di qualcosa che si è già presentato in passato.
In questa visione, è particolarmente importante
scrivere i principi che stanno alla base delle decisioni perché in futuro
potranno tornare utili e si potranno affinare sempre di più in base ai
risultati.
Ray Dalio in questi decenni è stato a stretto
contatto – ed in parte ha influenzato – tutte le più importanti figure che
hanno avuto in mano importanti leve decisionali come Mario Draghi, per citare
forse la persona più conosciuta ai lettori. Ray Dalio è conosciuto e stimato da
persone del calibro di Lerry Summers (https://it.wikipedia.org/wiki/Lawrence_Summers),
Henry Paulson (https://it.wikipedia.org/wiki/Henry_Paulson) o
Timothy Geithner (https://it.wikipedia.org/wiki/Timothy_Geithner).
Non parliamo di pensatori “originali” fuori dal coro. Parliamo delle persone
che – di fatto – hanno gestito la Grande Crisi Finanziaria del 2008.
Tutte queste persone hanno mostrato pubblico
apprezzamento per il pensiero originale di Ray Dalio su come dovremmo gestire
la prossima grande crisi del debito che inevitabilmente si presenterà.
Purtroppo i suoi contributi tecnici non sono stati tradotti in italiano, non
posso far altro che riportare dei link in inglese. Qui (https://www.principles.com/big-debt-crises/) si
può scariare gratuitamente il suo libro l’analisi storica sulle grandi crisi
del debito e qui (https://www.linkedin.com/pulse/why-how-capitalism-needs-reformed-parts-1-2-ray-dalio/) ci
sono i suoi contributi sul peché il capitalismo deve essere radicalmente
modificato e non sta di fatto più funzionando neppure negli Stati Uniti.
Ripeto, non voglio soffermarmi tanto nel merito
degli argomenti. Quello che desidero far notare è come idee così profondamente
radicali siano pubblicamente supportate da personaggi che sono pienamente
inseriti nell’establishment.
Leggendo le dichiarazioni pubbliche delle
Christine Lagarde (prossima presidente della Banca Centrale Europea) sulle monete
digitali delle banche centrali (https://www.imf.org/en/News/Articles/2018/11/13/sp111418-winds-of-change-the-case-for-new-digital-currency)
non si può non leggere l’influenza del pensiero di Ray Dalio – anche perché
sappiamo bene che i due si parlano da tempo – ma anche non volendo essere così
diretti, non si può non leggere lo stesso humus culturale.
Bertrand Badrè
L’ultimo personaggio che voglio citare è meno
conosciuto, al grande pubblico, ma ha fatto pienamente parte dell’establishment
finanziario. Il ruolo più prestigioso che ha ricoperto è quello di CFO e
Managing Director della Banca Mondiale, mi riferisco a Bertrand Badré.
In Italiano è stato da poco pubblicato il libro
dal titolo provocatorio: “E se la finanza salvasse il mondo?”. Si potrebbe
pensare, erroneamente, che il libro intenda essere una difesa d’ufficio del
sistema finanziario da parte di una delle persone che ne è stato beneficiato.
Si tratta dell’opposto. Badré non nasconde
affatto le distorsioni del sistema finanziario attuale e propone riforme
assolutamente radicali partendo dai principi fondanti.
La finanza, il denaro in generale, è un pessimo
padrone, ma è un eccellente servo.
Quello che dobbiamo fare è ripensare
completamente le regole che stanno alla base del modo di produrre denaro e del
sistema finanziario affinché sia al servizio dello sviluppo e non della
crescita. Crescita e sviluppo sono due concetti molti diversi. La crescita è la
metodologia delle cellule tumorali, lo sviluppo è l’approccio delle cellule
staminali ed embrionali. La differenza è il progetto sottostante.
Questi sono solo alcuni dei molti concetti
proposti nel libro di Badré che consiglio di leggere.
Fra i personaggi che propongono un cambiamento
radicale nel mondo della finanza non si può non citare Paolo Sironi con la sua
Teoria nella Trasparenza dei Mercati Finanziaria di cui abbiamo già parlato qui
(https://www.aduc.it/editoriale/consapevolezza+comportamentale+olistica+concetto_28865.php).
Anche Paolo Sironi (http://www.thepsironi.com/),
come tutti gli altri personaggi che di cui ho parlato in questo articolo, non è
affatto una pensatore “alternativo”. Ha un ruolo importante in IBM nel settore
dell’intelligenza artificiale applicata al settore della Finanza.
Conclusioni
I grandi cambiamenti strutturali avvengono
sempre in funzione di nuove idee che emergono e piano piano entrano nella
consapevolezza delle persone. Molti pensano che siano principalmente gli
interessi a determinare il cambiamento delle cose, ma questo è vero solo
superficialmente.
Con la sua meravigliosa prosa, il grandissimo
economista che J. M. Keynes lo dice molto chiaramente nel suo principale capolavoro
«The General Theory of Employment, Interest end Money», London 1936 (trad. it.
A. Campolongo, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta,
UTET, Torino, 1971, pagg. 526-527): “È speranza visionaria l’avverarsi di
queste idee? Sono gli interessi che esse colpiscono più forti e più ovvi di
quelli che esse promuovono? Non tento di rispondere in questo luogo […]. Ma
se le idee sono corrette […] predico che sarebbe un errore contestare la loro
potenza nel corso di un certo periodo di tempo […]. Le idee degli economisti
e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più
potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da
poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono
affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di
qualche economista defunto […]. Sono sicuro
che il potere degli interessi costituiti si esagera di molto, in confronto con
l’affermazione progressiva delle idee […]. Presto o tardi sono le idee, non
gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male”.
Molti dei problemi che oggi ci troviamo ad
affrontare, come umanità, derivano dal fatto che l’evoluzione tecnologica e
delle nostre conoscenze si è sviluppata ad un ritmo enormemente più grande
rispetto all’evoluzione sociale. In questo squilibrio, la finanza ha giocato un
ruolo determinante nel peggiorare la situazione. La finanza, però, non è né
buona né cattiva. E’ solo uno strumento. Lo stiamo utilizzando nel peggiore dei
modi, ma questo solo perché culturalmente non abbiamo ancora maturato la
necessaria consapevola.
Per la prima volta, dopo circa un decennio, sto
percependo molto chiaramente che sta emergendo in modo più strutturato una
nuova consapevolezza, nuove idee radicali che si stanno facendo largo. Questo
mi fa ben sperare perché sono fortemente convinto che Keynes aveva ragione,
alla lunga sono le idee che vincono non i poteri forti.
Oggi abbiamo un grande numero di ottime idee che
aspettano solo di essere sufficientemente diffuse per scaturire tutto il loro
benefico potenziale.
Alessandro Pedone, responsabile Aduc Tutela del
Risparmio

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