La Festa nazionale appena celebrata del 17 marzo ha confermato che l’Italia è a due piani. Una specie di Nazionale a castello. Sopra, al piano due, la faccia dell’Italia migliore e coesa, fatta di cerimonie sentite e di partecipazione popolare. Perché il 17 marzo inventato solo due mesi fa e con una vigilia travagliata, è stato un vero successo di chi l’ha strenuamente voluto e promosso, in primo luogo il presidente Napolitano. Sotto, al piano terra, le solite manifestazioni terra a terra, da combriccola politica , da calcolo di parte, da tornaconto momentaneo ed effimero. Hanno ragione molti osservatori politici, a cominciare dal bravo e perspicace Massimo Franco del Corriere, a dire che questa Festa del 17 marzo è stata quasi un piccolo miracolo in cui, grazie a Napolitano, si possono mettere in ordine i grandi problemi del Paese in uno spirito unitario. E persino la fronda della Lega dal basso, in una qualche maniera, è stata recuperata nella logica di una articolazione della manifestazione. Il 17 marzo è riuscito a celebrare l’Unità nazionale in piena corsa al federalismo municipale e nel bel mezzo di uno scontro tra Regioni e Stato sui poteri, le competenze, i bilanci. Un vero piccolo grande miracolo. Così come la gente dei mille comuni sparsi per l’Italia cosiddetta minore ha fatto l’altro miracolo dal basso: non c’era comune piccolo e medio in cui tra bandiere e stendardi, tra coccarde e sindaci in fascia tricolore, non si facesse una cerimonia sentita, partecipata, popolare, insomma Risorgimentale. Ci volevano ancora Mazzini, Cavour, Garibaldi, D’Azeglio e don Tazzoli a far scoprire che tutti i problemi, dalla giustizia alle tasse, dai fondi per la cultura alle pale eoliche, con un rinnovato spirito unitario si possono anche affrontare e risolvere. Ma non deve prevalere il rancore dell’Italia del primo piano. Sembra quasi che questa classe politica abbia accumulato più rancori in questi ultimi 17 anni di cosiddetta seconda Repubblica, cioè dopo Tangentopoli, che nei precedenti 50, cioè dal secondo dopoguerra. Basterebbe rileggere qualche passo di Mazzini e Abba per scoprire che lì ci possono essere delle ricette culturali e sociali prima ancora che politiche per affrontare un nuovo risorgimento del terzo millennio. Torino e Firenze, Roma e Napoli, ma anche Racalmuto e Vipiteno hanno respirato in queste ore un’aria nuova. Speriamo non vada dispersa nei meandri a volte maleodoranti del dibattito su intercettazioni o rimpasto, del nucleare e dell’eolico, dell’accoglienza o dei respingimenti della sanità e dei listini bloccati. E quest’aria del 17 marzo ci ha segnalato anche in Europa, e non è la prima volta come scriveva Massimo D’Azeglio nelle “Questioni urgenti”: Se lo stato delle menti fosse oggi qual era nel 1849, il pericolo d’Italia potrebbe essere reale. Ma la fortuna nostra volle che i due grandi movimenti del 1848 e del 1859 non fossero tanto vicini tra loro da non darci tempo a soffrire degli errori commessi (che è la più utile fra le esperienze), e neppur fossero tanto lontani da rendere inutile per gli uomini del 1859 la lezione pratica ricevuta dal 1848. Così i cervelli si sono corretti. Lo spirito pubblico si è rassodato, e l’Europa ha dovuto stupire del senno pratico degl’Italiani, più che non s’era stupita in altre occasioni delle loro pazzie.” Appunto i cervelli si sono corretti. Speriamo succeda anche 150 anni dopo.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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