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La Festa del Primo Maggio

di Sergio Casprini | 1 Maggio 2026

Il lavoro non come condanna, ma come realizzazione personale.

“Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra…  Primo Levi, La chiave a stella, 1978”

Il 1° maggio del 1886, una grande manifestazione operaia che si svolgeva a Chicago fu repressa nel sangue. Nel luglio di tre anni dopo, il Congresso della Seconda Internazionale decise che ogni anno in quella data si sarebbero tenute in tutto il mondo delle manifestazioni per chiedere la riduzione per legge della giornata lavorativa a otto ore e condizioni di lavoro più dignitose. Nasce così la Festa del Lavoro, come festa internazionale, con manifestazioni e spettacoli in tutte le città e paesi del mondo.

Oggi celebriamo di nuovo la Festa del Lavoro, ma di quale lavoro si tratta? Certo non più quello dei tempi della Seconda Internazionale e neppure quello del secolo scorso. È il lavoro del nuovo secolo, della globalizzazione e delle profonde modifiche nei mercati internazionali e anche dei rapporti fra imprenditori e dipendenti.

La Seconda Internazionale, fondata nel 1889 a Parigi dai partiti socialisti europei, aveva deciso l’indipendenza dei sindacati rispetto ai partiti e di battersi per la conquista di vantaggi economici per i lavoratori senza partecipare attivamente al processo rivoluzionario per la dittatura del proletariato, teorizzato e messo poi in opera da Lenin e dai bolscevichi.

Resta comunque importante per la Seconda Internazionale la centralità della classe operaia come soggetto del conflitto sociale, sia pure declinato in forme gradualiste e riformiste, sempre in vista, però, delle “magnifiche sorti e progressive dell’umana gente”, plasticamente rappresentate dalle bandiere rosse e dai pugni chiusi nei cortei del Primo Maggio.

Nel corso del XX secolo viene sempre meno il peso politico e sociale degli operai in Italia: la fabbrica di massa fordista progressivamente tende a sparire per la delocalizzazione di diversi reparti produttivi e per la robotizzazione di quelli più logoranti e nocivi, con un miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro; ciò non toglie che resti fondamentale la tutela dei sindacati in merito alle retribuzioni, alla sicurezza e all’assistenza in caso di perdita del lavoro. Soprattutto a partire dagli anni 70 il peso numerico degli operai diminuisce rispetto alla popolazione attiva, come si evince da una recente ricerca della Fondazione Feltrinelli:

A partire daglianni ’70 del Novecento la struttura sociale italiana ha subito cambiamenti profondi. In piena fase industriale, la classe operaia costituiva il 52,3% della popolazione attiva, mentre le classi medie rappresentavano il 45,4%, trainate da una crescente piccola borghesia impiegatizia. L’occupazione agricola, intanto, era in forte ritirata. 

Durante gli anni ’90, con il passaggio all’economia post-industriale, prende avvio un processo di terziarizzazione: la classe operaia scende al 35,8%, mentre le classi medie salgono al 54,3%. Nei primi anni 2000, il trend si consolida: la classe media arriva al 62,3%, mentre la classe operaia si riduce al 26,1%, accompagnata da un’espansione dell’impiego nei servizi pubblici e un calo dell’industria e del commercio. 

Nel 2023, la società appare più frammentata: la classe operaia rappresenta poco meno di un quarto della popolazione attiva e si divide tra garantiti e precari; la classe media, seppur maggioritaria, è segnata da forti disuguaglianze interne, soprattutto nella fascia medio-bassa

Con il proseguire della globalizzazione e della rivoluzione digitale il lavoro è ancora cambiato e non solo quello operaio: si stanno sempre più diffondendo il telelavoro e lo smart working e i settori più comuni nei quali si può lavorare fuori dalla fabbrica o dall’ufficio sono il servizio clienti e il telemarketing, i call center, la programmazione, la formazione, l’insegnamento a distanza, il marketing e già è in corso una sempre più massiccia diffusione dell’Intelligenza artificiale

Milioni di persone hanno abbandonato i costosi centri urbani per trasferirsi in provincia o addirittura in altri paesi. La città non è più così caratterizzata dal flusso periferia-centro-periferia in momenti precisi della giornata. Non sono più i tempi dei tram che all’alba scaricavano gli operai davanti alla Fiat Mirafiori, dove negli anni ’70 erano arrivati a circa 60.000 unità, una fiumana di lavoratori pronti a diventare l’operaio massa idealizzato da Potere Operaio.

Oggi lo stabilimento Fiat di Mirafiori, gestito da Stellantis, attraversa una fase di profonda trasformazione tra crisi produttiva, cassa integrazione e riconversione verso l’elettrico, con la produzione della 500 elettrica e contemporaneamente una riduzione drastica dei lavoratori rispetto al passato, con ampie aree in dismissione e un futuro incerto.

Attualmente il numero di lavoratori da remoto in Italia si è stabilizzato su livelli elevati (quasi quattro milioni). Con il vantaggio di risparmiare tempo e denaro per viaggio da casa al luogo di lavoro, insieme però allo svantaggio dell’isolamento sociale, cioè della rottura dell’equilibrio tra lavoro e vita privata. In ogni caso, anche con questo nuovo tipo di organizzazione del lavoro (orari e retribuzioni) non può mancare la tutela sindacale.

Tutto ciò senza negare problemi, contraddizioni, limiti. Non ci sono da sbandierare nuove “magnifiche sorti e progressive”, occorre invece accompagnare questa trasformazione del mercato del lavoro mettendo al centro l’uomo, come ha scritto Primo Levi nel romanzo La chiave a Stella, in cui lo scrittore e chimico vede il lavoro come una sfida intellettuale e manuale che permette all’individuo di misurarsi con il mondo, ma anche come gratificazione e soddisfazione per un compito svolto egregiamente.

Nel 1978, quando Primo Levi scrisse questo libro, pensava che la visione positiva del lavoro fosse privilegio per pochi, oggi con il lavoro che cambia, potrebbe esserlo per molti di più.

Buon Primo Maggio a tutti.

Sergio Casprini

Pubblicato in : Editoriale

Info Sergio Casprini

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ vicepresidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.

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