
Non vogliono gli ebrei nelle pizzerie. Non li vogliono in una libreria che espone un cartello dove si dice che gli ebrei (i sionisti) non possono entrare, come nel ‘38. Non li vogliono se osano frequentare la toilette di un autogrill avendo l’impudenza di indossare, padre e figlio minorenne, una provocatoria kippah. Non li vogliono nelle manifestazioni sportive (e neanche sanno, ma tanto non sanno niente, che nel Maccabi giocano tantissimi arabi israeliani, misteriosamente sfuggiti all’apartheid). Non li vogliono nelle manifestazioni canore europee. Non vogliono che attrici e attori di Israele mettano piede al Festival cinematografico di Venezia. Non li vogliono nelle Università. Con il consenso dei rettori, che sono come i professori che giurarono in massa fedeltà al fascismo, non vogliono che con gli ebrei (i sionisti) si applichino i criteri di libertà della ricerca, di collaborazione scientifica, di scambio culturale che invece, giustamente, sono applicati con il resto del genere umano. Non li vogliono alle presentazioni dei libri. E chi non vuole tutte queste cose per gli ebrei (i sionisti) è considerato un interlocutore accettabile, un combattente per i diritti umani, addirittura. Ecco perché fanno finta di non vederli. Perché sono troppo vicini, perché risuona qualcosa che ci appartiene. Perché, dopo il 7 ottobre, non sono più gli alieni. Ecco perché il Giorno della memoria è diventato una triste farsa.
Gregorio Samsa

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