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La Dottrina ‘Donroe’ e il ritorno alle sfere d’influenza

Dal Venezuela alla Groenlandia, passando per il sequestro di petroliere russe, la Dottrina ‘Donroe’ segna uno spartiacque per l’ordine internazionale e pone l’Europa davanti a un dilemma: adattarsi all’egemonia americana o prepararsi a contrastarla. La rielaborazione in chiave MAGA della Dottrina ottocentesca presenta l’emisfero occidentale come una sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti, che dev’essere però resa impermeabile alle potenze rivali. La sintesi più brutale di questa visione l’ha offerta Stephen Miller, vice capo dello staff della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna, considerato l’eminenza grigia della seconda amministrazione Trump: “Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere”, ha detto Miller in un’intervista alla CNN.

di Alessia De Luca | 9 Gennaio 2026

Dalle minacce alla Groenlandia al blitz militare in Venezuela, passando per il sequestro delle petroliere nel Nord Atlantico e nei Caraibi, Donald Trump è passato rapidamente dalle parole ai fatti. A poche ore dall’operazione militare che ha portato al cambio di regime a Caracas, il presidente degli Stati Uniti, parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, ha indicato i prossimi obiettivi: Colombia, Cuba, Messico. Tutti potenzialmente destinati, nelle sue parole, a essere “ribaltati” in nome della Dottrina ‘Donroe‘ – un richiamo esplicito e personalizzato alla Dottrina Monroe – che attribuirebbe a Washington un controllo incontestabile sulle Americhe, che – ha detto – “non sarà mai più messo in discussione”. Nelle ultime ore, il sequestro di una petroliera battente bandiera russa da parte della Guardia Costiera Usa nell’Atlantico settentrionale ha offerto un primo assaggio di come si concretizza l’applicazione del corollario Trump alla politica estera americana: il cargo, che in passato ha trasportato greggio venezuelano e navigava sotto bandiera russa, è sospettato di aver violato sanzioni e trasportato petrolio iraniano. Mosca ha definito l’azione “un atto di pirateria”. Durante l’operazione, mezzi navali russi – incluso un sottomarino – operavano nelle vicinanze, rendendo l’episodio uno degli scontri più diretti tra Stati Uniti e forze russe degli ultimi anni.

Un approccio sistemico?

La rielaborazione in chiave MAGA della Dottrina ottocentesca presenta l’emisfero occidentale come una sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti, che dev’essere però resa impermeabile alle potenze rivali. La sintesi più brutale di questa visione l’ha offerta Stephen Miller, vice capo dello staff della Casa Bianca e consigliere per la sicurezza interna, considerato l’eminenza grigia della seconda amministrazione Trump: “Puoi parlare quanto vuoi di sottigliezze internazionali e di tutto il resto, ma viviamo in un mondo, il mondo reale, che è governato dalla forza, che è governato dal potere”, ha detto Miller in un’intervista alla CNN. “Queste sono le ferree leggi del mondo fin dall’inizio dei tempi”, ha aggiunto. Una postura aggressiva che non si limita agli avversari dichiarati, ma che – come dimostra il dossier Groenlandia – coinvolge anche partner e alleati. Lunedì, il Segretario di Stato Marco Rubio ha detto ai legislatori che Trump intende acquistare la Groenlandia piuttosto che invaderla, pur precisando che l’uso della forza non è escluso. Poco dopo, lo stesso presidente ha giustificato l’interesse americano con argomentazioni di sicurezza nazionale: “La Groenlandia è piena di navi russe e cinesi. Ne abbiamo bisogno”. Il filo rosso che lega Venezuela, Atlantico e Artico è dunque la stessa logica alla base della nuova bussola strategica Usa: prevenire l’ingresso di potenze rivali nelle aree considerate vitali per la sicurezza e l’influenza americana, anche a costo di forzare norme, alleanze e consuetudini.

Cina e Russia prendono nota?

Tenendo insieme i principali dossier dell’agenda globale – dall’Ucraina alla Groenlandia, passando per il Venezuela – quello che emerge è un approccio sistemico. Nel suo secondo mandato, la politica estera di Trump assume sempre più i contorni di un progetto apertamente imperialistico, volto a sfruttare territori e risorse di paesi più deboli a vantaggio esclusivo degli Stati Uniti. È una visione che non viene disdegnata né dalla Russia di Vladimir Putin, impegnato a ricostruire una sfera di influenza post-sovietica, né dalla Cina, che in Asia coltiva la propria nostalgia imperiale. Per Pechino, la situazione è particolarmente rilevante: il Pacifico è l’epicentro dell’economia globale e un’area in cui gli interessi americani restano cruciali. E anche se, da un lato, pensare che l’intervento statunitense in Venezuela – giuridicamente controverso – possa legittimare automaticamente la Cina a occupare Taiwan è un’illusione, il nuovo contesto offre a Pechino enormi vantaggi. Primo fra tutti quello di erodere dall’interno il modello occidentale. Quando anche gli Stati Uniti agiscono in spregio alle regole, rivendicandolo in modo palese, il margine di azione per comportamenti analoghi si amplia. Con il rischio che quando anche Pechino si sentirà pronta, difficilmente esiterà a seguire l’esempio. Nel tentativo di blindare il “vicinato americano”, Trump sta quindi accelerando una competizione tra grandi potenze destinata a estendersi ben oltre l’emisfero occidentale.

Il dilemma europeo?

Per l’Europa, che ha assistito con sgomento all’intervento americano in Venezuela, il corollario Trump comporta grandi cambiamenti. Se la preoccupazione più immediata riguarda l’Artico e la Groenlandia, il sostegno all’Ucraina e la sicurezza del continente vengono subito dopo. I 27 si trovano di fronte a un bivio: assecondare o resistere alle ambizioni di Washington. Entrambe le strade hanno un costo. Trovare un accomodamento può preservare l’armonia transatlantica nel breve periodo, ma significherebbe legittimare lo smantellamento dell’ordine basato su regole, mostrando inoltre che la pressione sull’Europa funziona. Resistere, al contrario, avrebbe costi politici e strategici elevati e richiederebbe una coesione interna tutt’altro che scontata. Ma non farlo rischia di favorire nuove ingerenze e ulteriori divisioni. In questo senso non è eccessivo definire la cattura di Maduro un vero e proprio spartiacque. Segnala la volatilità della politica estera di Trump, la sua dimestichezza con l’uso della forza e l’apertura a un ordine internazionale fondato su sfere di influenza piuttosto che su regole condivise. Il messaggio al resto del mondo è chiaro: le regole non sono universali, ma contingenti. E dipendono in buona parte da chi ha il potere di infrangerle. Esattamente il messaggio che Mosca e Pechino aspettavano. Con una differenza inquietante: non serve più che lo dicano loro, dato che a dimostrarlo ora è il campione dell’Occidente.

Il commento

Di Mario Del Pero, ISPI e Sciences Po

“Lo aveva annunciato già nel suo discorso d’insediamento del gennaio scorso, Donald Trump. Quando aveva presentato ‘l’espansione territoriale’ come legittimo obiettivo di politica estera e riaffermato l’idea che gli Usa debbano ripristinare la loro indiscussa egemonia nelle Americhe. Idee poi gradualmente messe in atto, fino all’escalation recente con l’intervento in Venezuela e la nuova offensiva sulla Groenlandia. Sono schemi ostentatamente neoimperiali, questi; che hanno una funzione tanto analitica, di lettura delle relazioni internazionali contemporanee, quanto prescrittiva, come indicazione di condotta. A cui si aggiunge una dimensione patrimonialista, espressa nell’intenzione che alcuni specifici interessi privati, vicini all’amministrazione se non nell’orbita della stessa famiglia Trump, possano essere i primi beneficiari di questa politica estera”.

Alessia De Luca

Pubblicato in : Editoriale, Esteri

Info Alessia De Luca

Journalist, Advisor for Online Publications, Responsabile ISPI Daily Focus
Relazioni Translatantiche. Alessia de Luca is a professional Journalist and an expert of US politics, in charge of the daily newsletter ISPI Daily Focus and of the Focus USA2024. She has served as Middle East and Northern Africa correspondent from 2005 to 2009. Previously at Skytg24, she also contributed for RAI and Radio Vaticana. Her works were published among others by La Stampa, Lifegate, Nigrizia, Avvenire and EastWest.

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