Ci sono circostanze in cui il bisogno di scrivere per manifestare il proprio sdegno è pari all’impotenza che rischia di paralizzarci quando prendiamo atto di realtà sconcertanti. Questa è la sensazione che abbiamo provato oggi nel leggere le motivazioni della sentenza con cui il Presidente della Corte d’Assise di Roma, Angelo Gargani – un nome da segnare in evidenza nel libro nero delle disgrazie di questo paese – ha riconosciuto le attenuanti generiche al romeno che ha assassinato lo scorso anno Giovanna Reggiani, evitandogli una condanna all’ergastolo. Giovanna Reggiani, lo ricordiamo, fu aggredita, stuprata, derubata ed uccisa a Tor di Quinto mentre, appena scesa dall’autobus, stava tornando a casa nel pomeriggio di un giorno qualunque che per lei doveva essere l’ultimo. Il suo assassino, un giovane romeno, la lasciò a terra agonizzante e scappò dopo averla derubata dei suoi pochi averi. La sentenza del giudice Gargani recita così: “La Corte, pur valutando la scelleratezza e l’odiosità del fatto commesso in danno di una donna inerme, e da un certo momento in poi esanime, con violenza inaudita, non può non rilevare che sia l’omicidio che la violenza sessuale, limitata alla parziale spoliazione della vittima ed ai connessi toccamenti, sono scaturiti del tutto occasionalmente dalla combinazione di due fattori contingenti: lo stato di completa ubriachezza e di ira per un violento litigio sostenuto dall’imputato e la fiera resistenza della vittima. In assenza degli stessi, l’episodio criminoso, con tutta probabilità, avrebbe avuto conseguenze assai meno gravi”. Dunque, facciamoci forza e decifriamo quanto scritto da questo illuminato magistrato che combina una profonda conoscenza della psicologia umana con doti di veggente, perché è persino in grado di ipotizzare cosa sarebbe accaduto in circostanze diverse. Il povero ragazzo romeno era: a) ubriaco fradicio; b) furioso per un litigio con l’amico; c) incazzato con l’universo mondo per le sue degradate condizioni di vita. Ergo, ampliamente autorizzato a sfogare il suo stato di frustrazione contro la prima malcapitata che gli passasse a tiro. L’imputata – sissignori, non la vittima ma l’imputata Giovanna Reggiani – si è resa colpevole di mancata comprensione delle circostanze, ed ha commesso il grave errore – pagato, a dire il vero, con la vita – di volersi difendere dal proprio aggressore, quando sarebbe bastato lasciarlo sfogare e – parola del giudice Gargani – tutto si sarebbe risolto con un amichevole stupro seguito da un banalissimo scippo. Ma via, cose da ragazzi. Non è facile leggere una sentenza del genere e non soccombere al desiderio di una giustizia sommaria ma quantomeno efficace perché dettata da una primitiva legge del taglione: l’abbiamo ripudiata ritenendola incivile, ma di fronte a certe sentenze viene da pensare che sia ora di rivalutarla per la propria immediatezza esemplare. Quello che francamente ci sconvolge è che un giudice possa veramente pensare quello che poi ha scritto, che possa considerare un delitto atroce ed efferato, reso ancora più bestiale dalla sua assoluta gratuità, alla luce di una teoria pseudo-sociologica che farebbe inorridire anche un dilettante della materia. Come si può pensare di rendere giustizia in questo modo? Come si può accettare che una donna possa essere stuprata, derubata ed assassinata, e poi di nuovo vilipesa in un tribunale che invece di riconoscerla vittima le ascrive la colpa di non aver soggiaciuto al proprio aggressore? Perché le motivazioni del giudice contengono, a nostro avviso, qualcosa di ancora più grave della giustificazione del reato, la premessa di una casualità accidentale che poteva essere evitata con un briciolo di attenzione: sei finita sotto l’autobus? Bè, se stavi attenta non ti accadeva. La giustizia italiana esce da questa sentenza come una sorta di lettura della sfera di cristallo, un coacervo di probabilità, un festival della casualità, per cui d’ora in poi più che ai tribunali converrà rivolgersi ai cartomanti: hanno tempi più rapidi e di certo costano meno al cittadino. Piuttosto che scannarsi per la questione morale in politica, per la corruzione che dilaga nei partiti e nelle istituzioni, proviamo a chiederci se esiste una questione morale tout court che ci investe tutti, a tutti i livelli, e di fronte alla quale non possiamo per alcun motivo chiamarci fuori. Una magistratura siffatta non è corrotta né asservita al potere: è imbelle, superficiale, completamente ignara del proprio ruolo e del tutto incapace di assicurare al cittadino la certezza del diritto prima ancora che della pena. Una magistratura che produce sentenze del genere non è inutile, in realtà è dannosa perché avalla il gesto criminale fornendogli lo status di casualità. E se accettiamo questa sentenza senza fiatare, ci rendiamo colpevoli della stessa ignavia, della stessa ignoranza, della stessa incapacità di giudizio di Giovanna Reggiani, morta per non aver capito, nel momento in cui veniva aggredita, le motivazioni socio-psicologiche del suo assassino. E così sia.
Chi.Bo.

Tranquilli un piccolo problema prontamente risolto dal nostro mago Claudio. Grazie della partecipazione. Chiara.
E allora mi chiedo se su Pensalibero siamo diventati una banda di ectoplasmi senza nome, o se la colpa è del mio computer. Marzio Siracusa
Certo ,il problema è un altro . Si tratta di onnipotenza delle corporazioni ,che portano di fatto anche ad “interpretare ” le leggi ;cosa che dovrebbe poter fare solo il Parlamento . Ed allora ?
Non credo esistano uomini così abietti da chiudere un occhio su un delitto feroce solo perché la vittima è una donna. Il problema è altro. M.S.
Concordo al cento per cento. E aggiungo: la sentenza è questa perché l’ha emessa un uomo. Una donna l’avrebbe condannato all’ergastolo. E’ tristissimo, ma è così. Speriamo che in futuro ci siano più donne a giudicare uomini che si macchiano di tali delitti, asupicandoci fortemente che cose simili non accadano più.
Il tema gia di per se orrendo, va completato con l’opportunistico pensiero di non farsi nemico un violento (forse dal pensiero unico: mai nemici a sinistra!).
Cosa già praticata durante gli anni di piombo dove oltre il 90% degli atti violenti non è mai stato indagato (anche quelli di mafia seguono lo stesso percorso, a parte quelli eclatanti), o non è stato indagato a dovere.
Purtroppo si potrebbe dire a giustificazione, che P.M. che hanno avuto coraggio di approfondire le indagini o giudici che hanno deciso sentenze esemplari, sono stati assassinati, ma ciò non può assolvere funzionari dello Stato di Diritto che non fanno scientemente il loro dovere perché sanno che non saranno né valutati, né puniti. Ciò dico anche con cognizione di causa!
Cosa si aspetta pertanto ad emanare una norma di Legge che vieta l’Associazionismo dei Magistrati: Giudici o P.M. che siano, in quanto per essi gia esiste il CSM, organo deputato alla loro tutela ed alla loro funzione disciplinare.
E’ ridicolo assistere poi a sigle quali: “Magistratura Indipendente” “Magistratura Democratica” ecc. (sic), che difendono questo Ordine Costituzionale da chi? Che rendono soprattutto il giudice non soggetto “solo” alla Legge, ma soggetto “solo” alla propria sigla sindacale, che lo tutela e lo difende nonostante l’incompetenza, l’insolvenza, la disonestà, la protervia (e chi più né ha più né metta), acclarate coram populi!
Chiara,
il presidente Gargani e il novanta per cento dei magistrati furono vittime da studenti del mito della comprensione ruminata dal cattolicesimo conciliare e assisiate, di fronte a cui Francesco si strapperebbe la tonaca a suon di bestemmie. Poi metti i filmacci del filone carcerario che hanno cucinato l’esperienza etica e emotiva di più generazioni, metti Beccaria, ad arte travisato in un secondino piagnucoloso, metti i giudici di pena e sorveglianza creduloni nel recupero del reo, in realtà maestro del “living”, e metti soprattutto le esigenze del mercato che vuole la revoca planetaria della pena di morte per non turbare la grande vacanza occidentale, e vedrai che tutto si spiega. Il male assoluto non deve esistere, il male è sempre emendabile e risanabile, basta diluirlo come nella sentenza del presidente Gargani, un po’ come fanno le cellule tumorali quando all’inizio lavorano volenterose e in silenzio alla metastasi. E infatti non siamo dentro una prospera metastasi? Ma non perdiamo fiducia, la battaglia sul cancro dentro di noi sarà vinta, se riusciremo a confinarlo intorno a noi, come la sentenza dimostra. M.S.