Noi che siamo nate quando Oriana era già tale – ovvero precisamente se stessa – e siamo cresciute leggendo i suoi libri, i suoi reportages e le sue interviste, oggi siamo chiamate non ad elogiarla, come troppe voci ipocrite hanno già cominciato a fare, ma piuttosto a ringraziarla.
Perché ci ha insegnato a pensare, a lottare, a parlare chiaramente, a chiamare le cose con il loro nome, a non essere politicamente corrette ma umanissimamente ed intellettualmente scomode – perché ci ha insegnato a leggere con la testa e con la pancia, ed a scrivere senza fingere di essere qualcun altro. Per esempio un uomo.
Molti, specie nel corso degli ultimi anni, l’hanno dipinta come una sorta di uomo mancato, oppure di caricaturale virago, “la giornalista che vuole la guerra perché le ricorda quand’era giovane e bella” – già, chissà se al coro ipocrita oggi si è già aggiunto anche Jovanotti – mentre se c’è una cosa che Oriana ha saputo fare benissimo in tutta la sua vita è stato proprio essere una donna. Certo, una donna di un genere un po’ diverso. Non conformata, non omologata né omologabile, certamente poco incline al compromesso, non esattamente portata a fare la Barbie, forte di una intelligenza, di una profondità e di un approccio diretto che l’hanno resa sempre sorprendente, anche nei suoi errori. Poche persone, come lei, hanno saputo sbagliare con tanta straordinaria evidenza, e farsene un merito: quello di non nascondersi mai dietro la genericità delle parole. Non è stata arrogante, Oriana, ma si è sempre posta con passione, una cocente e cogente passione intellettuale e civile che l’ha inevitabilmente resa scomoda: perché si può lasciarsi travolgere dalla passione altrui, oppure si può rifiutarla non volendola subire. Ma soprattutto si può averne paura: come tanti, troppi uomini in terra di Toscana, indegni portatori degli stessi cromosomi di Oriana, hanno avuto. Paura di non essere all’altezza, paura di non avere i mezzi intellettuali per confrontarsi con lei, paura di sfigurare con le loro comode vite all’ombra del partito di fronte a chi è andato sempre in prima linea, rischiando di rimetterci la pelle, pur di non accontentarsi di versioni di terza mano o, meglio, di menzognere vulgate rosse.
Chi scrive, non sempre ha condiviso le sue posizioni, specie negli ultimi tempi – ma è indubbio che quando, all’indomani dell’11 settembre, leggemmo “La rabbia e l’orgoglio”, fummo costretti a guardarci allo specchio, senza infingimenti, ed a chiederci chi eravamo diventati. Fummo costretti a confrontarci con la realtà, non con quella novella politically correct che i politici, ed i quotidiani che fanno loro da grancassa, ogni giorno ci propinano, ma con quella che ci è caduta addosso insieme alle macerie ed al massacro delle Twin Towers.
Di quello scritto, oggi che ci separiamo da Oriana ma non dalla sua lezione di vita, amiamo ricordare una frase fulminante che la racchiude come nessun’altra: “perché sono atea, grazie a Dio”. Una contraddizione solo apparente, in realtà l’espressione più fertile, provocatoria, lucida, di un dilemma che un giorno, quando avremo consumato anche l’ultima goccia di ipocrisia, dovremo pur affrontare e risolvere. Non per stabilire chi è più bravo e più buono – semplicemente per capire, finalmente, chi siamo davvero.
Chiara Boriosi

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