Oggi non è in atto una stagnazione, ma un arretramento, e sappiamo che l’impoverimento è una condizione assai più dolorosa da accettare che non la povertà con una speranza di riscatto.
Da fonti ufficiali si apprende che il debito pubblico italiano ha raggiunto la cifra (monstre) di 2085 miliardi di euro (quattro milioni di miliardi delle vecchie lire). Il che vuol dire pagare qualcosa come 85/90 miliardi di interessi ogni anno, che escono direttamente dalle nostre tasche. La cosa che forse colpisce di più è che alla fine della scorso anno il debito era di 1995 miliardi; e cioè che in un anno è cresciuto di circa 90 miliardi. La domanda che viene spontanea è: se il deficit del 2013 è di 3 punti di Pil, ovvero 45/48 miliardi, come mai il debito è aumentato del doppio? La risposta ovvia è che in un caso (il deficit) si tratta di conto economico, mentre nell’altro (il debito) si tratta di cassa. E’ noto che i due conti non coincidono e la cassa di regola sta peggio del conto economico. Sfortunatamente, gli interessi li paghiamo sul passivo di cassa e non sul deficit.
Saccomanni dice che è in atto la ripresa e che nei prossimi anni le cose andranno meglio. Chi segue un poco l’economia sa che le previsioni dei responsabili del Tesoro sono sempre state ottimiste: quante volte la crescita è stata data di una certa dimensione e poi rivista al ribasso? La situazione però non è mai stata così drammatica come oggi. Da una parte dovrebbe essere evidente che il deficit dei prossimi anni non deve aumentare, proprio in ragione degli interessi pagati; dall’altra il disagio sociale è altissimo. Da ogni parte giungono al Governo, anche da persone responsabili, richieste, a volte disperate, di maggiore spesa. Che, per via dei limiti al deficit, non possono venire soddisfatte. Chi ha vissuto gli anni del dopoguerra sa che allora l’Italia, specie nelle campagne, era poverissima (e chi lavorava la terra era più del 50 per cento della popolazione, incluse le donne e i ragazzi). Ma c’era la speranza di un futuro migliore. Oggi non è in atto una stagnazione, ma un arretramento, e sappiamo che l’impoverimento è una condizione assai più dolorosa da accettare che non la povertà con una speranza di riscatto.
L’impoverimento di una parte crescente della popolazione, la tassazione che porta via più della metà della ricchezza prodotta, la crescita dei populismi, la rabbia contro la politica e i politici; ultimamente le manifestazioni di piazza disorganizzate ma persistenti, pacifiche e non, di cui non si capisce lo scopo ma di cui si capiscono benissimo le ragioni; tutti questi fenomeni dovrebbero preoccupare fortemente il Governo. Va detto che l’Italia nel suo insieme non è povera. Sappiamo che la ricchezza immobiliare è pari a 5000 miliardi di euro, escluse le proprietà dello Stato; sappiamo che la ricchezza liquida privata è di circa 3500 miliardi di euro. Questa ricchezza è però molto concentrata nelle mani di pochi: come è ormai noto (dati Banca d’Italia), circa la metà di essa si trova in possesso del 10% delle famiglie. Insomma, la disuguaglianza, che è ancora cresciuta negli ultimi anni, è al massimo.
Le vie di uscita non sono tante. Una è però evidente: bisogna tassare di più i ricchi e di meno i poveri. Bisogna restituire ai lavoratori parte del cuneo fiscale. D’accordo, c’è un mare di difficoltà. I ricchi sono i più attrezzati a difendersi dal fisco, e dispongono di formidabili lobbies. I poveri spesso non sono tali, perché sono evasori. C’è una classe privilegiata che si trova ai vertici della burocrazia: è molto ben pagata, è poco responsabile, ed è all’origine dell’inefficienza dello Stato; ma è anche quella più capace di mettere i bastoni fra le ruote. Insomma, il compito è immane. Ma l’obbiettivo, comunque si voglia e si possa raggiungere, dovrebbe essere quello della ridistribuzione per aumentare l’equità, per ridurre la disuguaglianza. E’ in gioco la pace sociale: chi ha di più, dia di più.


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