
Uno dei motivi per cui ripudio le armi – armi che, paradossalmente, hanno sempre preteso di difendere la democrazia – è che esse servono solo a satrapi e ignoranti per conquistare ciò che non avranno mai: cultura e libertà. Perché combattere un nemico disposto all’autodistruzione? Eppure oggi, osservando la classe dirigente globale, sembra che questa visione sia superata. Gli armamenti sono considerati ancora indispensabili per difendere l’indipendenza. Ma è una finzione, una grande ipocrisia: non siamo più nel Novecento. O almeno, spero che non lo siamo. Perché se i politici credono davvero di poter replicare le dinamiche del secolo scorso, allora siamo destinati a ripetere gli stessi errori. Le armi, oggi, sono solo un affare per pochi, vendute esclusivamente per difendere le economie che le producono alla faccia della giustizia sociale. Lo dimostra l’astensionismo crescente. A cosa serve combattere una democrazia che si sta già suicidando da sola, urna dopo urna? Perché distruggere ciò che si sta già sgretolando per conto proprio? Non è democrazia negare la democrazia. Puoi sciogliere un partito, ma non puoi cancellare milioni di elettori. Il vero problema dell’Europa è l’incapacità di riconoscere i propri fallimenti, sacrificando quei principi che un tempo la rendevano un faro di equità e di giustizia. Dalla Romania alla Germania, dalla Francia all’Italia, dall’Ungheria al resto del continente arrivano segnali inquietanti. Le élite politiche non contrastano più l’avversario con il confronto democratico, ma si rifugiano nei tribunali o dietro al paravento delle armi, mascherando la loro impotenza con l’ombra di una guerra. E in guerra, si sa, tutto si congela: e così gli apparati restano al loro posto. Ma siamo davvero disposti a rinunciare all’essenziale – alla dignità, ai beni primari – per salvare la carriera di pochi politicanti? Dobbiamo seguire leader spenti, l’ombra sbiadita dei loro predecessori? L’Europa non ha fallito nel mondo: ha fallito in casa. Ha esternalizzato la produzione alla Cina, delegato la difesa agli Stati Uniti, e affidato la guida a una classe dirigente autoreferenziale, molle, anacronistica. L’idea d’Europa non ispira più. I giovani se ne vanno. E intanto, l’Europa – gattopardesca – vuole cambiare tutto per non cambiare nulla. Teme il voto perché lo ritiene sbagliato: chi guarda a destra è malato, quindi va rieducato a colpi di sentenze. Ma così facendo, il dissenso cresce. E cresce proprio dove si voleva arginarlo. Qualcuno si è chiesto se stiamo sbagliando qualcosa? Ecco perché ho titolato questo pezzo La democrazia muore nelle urne. Perché il populismo non si combatte con i carri armati, ma con la consapevolezza. Se cresce, chiediamoci il perché. Altrimenti siamo come quei bambini che, perdendo la partita, se ne vanno con il pallone dicendo: “È mio!” Forse la colpa è nostra. Della nostra ipocrisia. Della nostra arroganza. Della nostra ignoranza. Ci crediamo i primi della classe, ma ormai siamo gli ultimi. E se fossimo davvero ancora i primi, perché perdiamo le elezioni? Perché la gente non va più a votare? Abbiamo tante domande, poche risposte. Ma una certezza: la democrazia sta morendo, soffocata dal benessere di pochi e dall’indifferenza dei molti. E mentre cresce la disillusione, crescono anche le destre. Dimentichiamo la retorica sul fascismo: diamo piuttosto speranza concreta, il diritto di curarsi, di studiare. Di vivere con dignità. Intanto la democrazia muore nelle urne. E noi restiamo stanchi di parole vuote, mentre il costo della vita raddoppia. Su questo dovremmo interrogarci. Altro che Trump, altro che populismo. Che democrazia è quella che considera pericoloso chi vince? Che esempio diamo ai giovani che, appena possono, fuggono altrove?
Ecco le domande su cui dovremmo riflettere, se davvero vogliamo impedire che la democrazia, lentamente, continui a morire. Proprio là dove dovrebbe rinascere: nelle urne.
Angelo Santoro

Lascia un commento