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LA CRISI NORDADFRICANA RIDIMENSIONA LE BANALITA’ DELLA POLITICA ITALIANA

Purtroppo, specie nel caso delle vicende libiche, ma anche per la Tunisia, l’esperienza attuale conferma che l’Europa è largamente impreparata a giocare un ruolo che sia diverso dalla politica di potenza. Di Silla Cellino

di Silla Cellino | 12 Aprile 2011

Sarebbe cinico accogliere con soddisfazione la crisi nordafricana per affermare che abbiamo ritrovato il gusto della politica internazionale. Oltretutto sarebbe anche inesatto, perché più propriamente la politica internazionale c’è cascata addosso proprio quando altre poco nobili questioni agitavano i rapporti tra le forze politiche. Però è vero che gli animi più coscienti – non dico i migliori – possono guardare con distacco alle vicende nostrane per indagare invece quale sarà il futuro che la storia ci riserva nel concerto euro-mediterraneo sempre più decisivo nell’agone mondiale. Ma più che altro per capire se di questo futuro l’Italia potrà contribuire in qualche modo a scrivere qualche pagina, magari non più nell’ottica di potenza, come si conveniva in altre epoche, ma nell’intento di fare del Mediterraneo un laboratorio di rapporti e di incontro tra due mondi che per troppo tempo sono stati lontani e non si sono compresi a vicenda.

Purtroppo, specie nel caso delle vicende libiche, ma anche per la Tunisia, l’esperienza attuale conferma che l’Europa è largamente impreparata a giocare un ruolo che sia diverso dalla politica di potenza. E nemmeno si può parlare di Europa come potenza, almeno si tratterebbe di qualcosa di nuovo: restano invece le piccole aspirazioni che, diciamolo francamente, finiscono per sembrare un po’ ridicole e se in Italia ci siamo abituati ad alcuni governanti un po’ macchiette, che succeda anche in Europa esteriormente ci può anche confortare, ma intimamente ci deprime e nemmeno poco.

Ma questo è solo un segno di quanto ancora restiamo confinati nelle piccole trame di una politica internazionale che in Europa crediamo di risolvere per conto nostro, mentre il mondo e le sue logiche, non solo d’interesse economico e di potenza ma anche sociali e in parte ideologiche camminano in un’altra direzione. Perciò più importante, quando saremo usciti dall’emotività e dallo strazio per le inutili morti di questi giorni, sarà fare un bilancio di come la nostra civiltà, la nostra storia, la nostra cultura si pongono di fronte alle grandi disuguaglianze planetarie, proprio ora, nel tempo in cui di queste disuguaglianze possiamo avere in ogni momento la percezione in tempo reale.

E allora c’è una doppia fase per l’impegno. La prima, immediata, è di come rispondere all’emergenza e su come dare aiuto ed accoglienza a chi fugge per rifarsi una vita altrove o per ricongiungersi ai propri cari, sia che cerchi un’integrazione, sia nell’attesa di tornare in condizioni migliori al proprio paese d’origine. E su questo punto stiamo misurando – per limitarci all’Italia ma analoghe considerazioni potremmo fare per i nostri vicini europei – una frattura di pensiero e di comportamenti che spesso annulla le vecchie distinzioni tra destra e sinistra, però ha il merito di identificare le posizioni xenofobe e magari di accorgerci che non sono né marginali né collocate in un solo versante, sociale o politico che sia.

Ma la seconda fase dovrà essere necessariamente creativa. E non solo perché arriverà un giorno in cui non sarà più possibile inventare politiche da nazione a nazione su come accogliere oppure integrare coloro che scappano alla ricerca di un destino migliore, ma perché dovremo riconoscere – e non per nostra comodità – che ognuno ha diritto di vivere e migliorare la propria vita nel proprio paese, con il suo ambiente, le sue abitudini, la sua cultura, la sua famiglia. Ma anche perché sarà interesse di una nazione come l’Italia o di un’espressione socio-politica maggiore come l’Europa stabilire rapporti di collaborazione costruttiva che portino ad un progresso comune e non ad uno scontro. Poiché si tratta di un ribaltamento culturale, l’elaborazione nei nuovi modelli sarà in primo luogo compito dei nostri intellettuali e dei nostri tecnici e non è detto che si tratti di un processo né scontato né breve, ma poi sarà necessaria l’azione dei nostri politici, quelli veri. Che al momento non ci sono, oppure si nascondono molto bene.

Silla Cellino

Pubblicato in : Primo piano

Info Silla Cellino

Silla Cellino. Ha smesso di occuparsi di politica attiva dai primi anni 80 e da allora si è dedicato principalmente alla sua professione di consulente del lavoro. Prima però, fin da giovanissimo, si era impegnato molto, come vicesegretario nazionale dei giovani socialisti e poi come membro del comitato centrale del psi. Acqua passata, ma resta la curiosità per interessarsene quanto basta. E’ in rete anche su http://ionis56.blogspot.com

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Silla Cellino

    14 Aprile 2011 alle 23:47

    Forse qualcosina nel nostro piccolo abbiamo capito, ma visto che andiamo per eoni temo ci manchi il tempo, almeno a me, di farlo capire anche agli altri

    Rispondi
  2. Trevigiano

    14 Aprile 2011 alle 18:02

    Caro Silla,
    Gli intellettuali Europei, come leggi sui giornali, hanno ben chiara la situazione:
    Aumento della popolazione in Africa e diminuzione in Europa, mancanza di lavoro ovunque ma con ben diverso livello economico etc. poi strabuzzano gli occhi, cominciano a sbavare, cadono a terra semi stecchiti, non troveranno certo alcuna soluzione, salvo di aumentare le spese mediche…
    La mia strada è diversa, viene dal cuore, vediti l’Europa dall’Africa:
    Uno stivale che incute rispetto, a difendere una specie di feto umano…
    Questo stivale richiede rispetto perché è palesemente fatto per volare, non per camminare.
    Noi non siamo più troppo giovani, ma spero ugualmente che faremo in tempo a capire…

    Rispondi

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