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La crisi di valori e di cultura della scuola in Italia

di Sergio Casprini | 1 Dicembre 2013

E’ una gigantesca macchina fatta di circa un milione di dipendenti, di migliaia di edifici frequentati da milioni di studenti. Una macchina burocratica. Ma senz’anima: che non sa perché esiste né a che cosa serva.

scuolaIl 21 e 22 febbraio si è tenuto a Firenze un  interessante convegno di studi sugli anni di Firenze Capitale d’Italia, Capitale europea della cultura e della ricerca scientifica, in cui approfondite e puntuali relazioni di docenti universitari hanno dato un quadro ricco della situazione sociale e culturale della Firenze ottocentesca.

E’ stato un bagno ristoratore nella storia del Risorgimento in Toscana per i numerosi partecipanti, disertato però dai giovani, dagli studenti delle scuole superiori e soprattutto dagli studenti universitari, che hanno perso un’occasione importante di aggiornamento culturale.

Questo episodio, e se ne potrebbero citare altri, conferma che è in atto da tempo un cortocircuito generazionale, tra i più anziani che riflettono ancora sui chiaroscuri della memoria storica e i più giovani che restano appiattiti invece su un indifferenziato presente. Per capirne le ragioni occorre interrogarsi sui processi che formano la coscienza e l’identità di un popolo e quindi sulla scuola italiana.

Da molti anni essa è una gigantesca macchina fatta di circa un milione di dipendenti, di migliaia di edifici frequentati da milioni di studenti, sempre pronta ad allestire iniziative le più varie, a sfornare  circolari, lettere, verbali e registri. Una macchina burocratica, appunto. Ma senz’anima: che non sa perché esiste né a che cosa serva, e che proprio perciò è in crisi da decenni . Una crisi la cui gravità non è testimoniata tanto dai pessimi risultati ottenuti dagli studenti della nostra scuola nei confronti internazionali, ma da qualcosa di più profondo e di più vero.

La scuola italiana non riesce più a conferire alcuna autorevolezza a nessun fatto, pensiero, personaggio o luogo di cui si parli nelle sue aule. Non riesce più a creare o ad alimentare in chi la frequenta alcun amore o alcun rispetto, alcuna gerarchia culturale. E perciò non serve a legittimare né il Paese o il suo passato, la sua tradizione, e tanto meno lo Stato, la Costituzione, il sistema politico.

Si possono tranquillamente frequentare le sue aule e non accorgersi che l’azione del conte di Cavour o l’impresa dei Mille o il Dialogo sopra i massimi sistemi o una terzina del Paradiso  o la Cappella Sistina di Michelangelo rappresentano momenti alti di verità e di vita, posti davanti a noi come termini di confronto ideali, ma anche concreti. La scuola pubblica non è solo un sistema per impartire nozioni. Nessuna scuola autentica del resto lo è mai stata: deve impartire nozioni, come è ovvio, ma può riuscirvi solo se insieme è anche qualcos’altro, e cioè se al suo centro vi è un’idea, una visione generale del mondo. La scuola pubblica in Europa è nata intorno al compito di testimoniare un’idea del proprio Paese, i caratteri e le vicende della collettività che lo abita, sentendosi chiamata a custodire l’immagine di sé e gli scopi di una tale collettività.

Anche il sistema d’istruzione pubblico italiano  non può che afferire al suo contesto nazionale. Questo è il punto, da qui bisogna ripartire: nel marasma culturale e politico di questi anni  è necessario pertanto ritrovare un’idea forte dell’Italia, che ritorni a pensare se stessa come nazione e cominci a progettare il suo futuro, non dimenticando intanto il suo passato.

Riappropriarsi del passato e della tradizione per ritrovarsi: questo è il compito urgente che sta davanti alla scuola italiana perchè possa riavere un senso e una funzione e tornare ad essere vitale. E quando si parla di tradizione non si pensa solo a quella umanistica o a quella scientifica, ma anche a quella artistica e manuale delle molteplici botteghe ed officine che hanno dato lustro alla storia del nostro Paese. Ridare vita ai licei, alle scuole d’arte, alle scuole professionali, salvaguardando i relativi e specifici contenuti disciplinari è una concreta e possibile riforma scolastica. E solo in questa prospettiva ha senso parlare di nuovi ordinamenti, di aumento di organici, di efficaci valutazioni del sistema scolastico e soprattutto pretendere più risorse economiche.

La rinascita di un canone valoriale e culturale della scuola italiana infine permetterebbe di nuovo un confronto tra le generazioni, un dialogo anche aspro tra anziani e giovani sulle questioni cruciali della cultura, della politica e dell’economia italiane, appannaggio solo di una classe dirigente, da anni screditata e chiusa nella sua autoreferenzialità. E’ l’unica possibilità che i convegni culturali, le assemblee di partito e di quartiere, le manifestazioni istituzionali e di piazza siano un momento alto di partecipazione democratica senza più barriere di età, di censo, di visioni ideologiche nell’ottica di una rigenerazione effettiva del nostro Paese.

Pubblicato in : Primo piano

Info Sergio Casprini

Fiorentino, è laureato in architettura. Militante nei gruppi della sinistra rivoluzionaria (Potere Operaio), nei primi anni 70 inizia l’attività di insegnamento, prima nelle scuole medie e successivamente, abilitatosi in Storia dell’Arte, nelle scuole di indirizzo artistico. Con l’insegnamento prende progressivamente coscienza del suo ruolo professionale fuori da ogni logica ideologica, per cui si allontana dalle posizioni estremistiche di sinistra degli anni giovanili e si avvicina sempre di più a posizioni liberal-democratiche. E’ tra i fondatori, negli anni 80, della Gilda degli Insegnanti, associazione che cerca di tutelare la valenza professionale dei docenti e, nel dicembre 2005, del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità. E’ vicepresidente del Comitato Fiorentino per il Risorgimento, del cui sito è direttore.

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