La crisi delle storiche rappresentanze politiche non è solo un problema del vecchio Continente, ma riguarda l’intero mondo occidentale Stati Uniti compresi. Dopo le recenti elezioni in Austria, in cui è stato eletto un presidente ambientalista da parte di una grande ammucchiata di tutti i partiti contro la destra, non c’è da tirare un sospiro di sollievo visto che lo scarto di voti è stato minimo. Vediamo che cosa succederà alle elezioni spagnole e con il referendum in Inghilterra, ma prima di questo sarà interessante vedere in Italia il risultato delle amministrative in città importanti come Roma, Milano, Napoli e Torino. In Europa sono andati in crisi gli storici filoni culturali, quello cristiano e quello socialista e socialdemocratico e di conseguenza sono crollati i bipolarismi e i bipartitismi. Quello che preoccupa nel vecchio Continente è il venir meno della pace sociale e la Francia, in questi giorni, è completamente paralizzata per la protesta contro la riforma del mercato del lavoro. Se Bruxelles piange Washington non ride viste le profonde spaccature, sia dei repubblicani che dei democratici, con la sconfitta dei loro apparati e delle rispettive classi dirigenti. È di pochi giorni fa la notizia che la Clinton è stata superata nei sondaggi da Trump, ma il dato più grave è che 6 americani su 10 danno un giudizio negativo su entrambi i probabili candidati delle elezioni alla Casa Bianca del prossimo novembre. È la crisi dell’Occidente e delle sue rappresentanze politiche. Sta accadendo qualcosa di profondo anche in quelle società che apparentemente vanno bene dal punto di vista della crescita economica. Nella stessa Germania, i voti del partito della estrema destra, in tre diversi Parlamenti regionali, hanno superato in media il 17% e in due Lander il partito della signora Merkel ha perso. La crisi in Europa si manifesta, oltre che sulle questioni di economia, di immigrazione e terrorismo, nella crisi profonda proprio di quei partiti che hanno contribuito a fondare l’Unione Europea. Anche in America sta accadendo qualcosa di più profondo, visto che, come abbiamo detto, il 60% degli americani non si riconosce nei due probabili candidati dei due grandi partiti e questo segna la rottura tra popolo e rappresentanza politica di massa. Anche oltreoceano affiora il desiderio di individuare un capo carismatico più o meno rozzo nel linguaggio, più o meno intelligente, che quasi sempre dimostra di essere capace di manipolare paure ancestrali, voglia di ribellione, contro una certa politica. I Clinton rappresentano una coppia sopravvissuta, ma percepita, in particolare dalle nuove generazioni, come i veri candidati di Wall Street. Non solo le nuove generazioni sono ormai in rivolta, ma parte dei ceti medi, puniti dalla crisi economica e dalla globalizzazione. Parte di questi non si sentono più rappresentati dalle elite tradizionali e sono alla ricerca, anche loro, di una nuova rappresentanza che molto spesso è più nei toni che nei contenuti. Una nuova rappresentanza che sia in grado di tranquillizzarli e di consolarli per il futuro con un ritorno al passato. Quella che sta attraversando tutto l’Occidente, è una fase molto delicata perché il vecchio non è tramontato, con i suoi riti e slogan, mentre il nuovo, quello che dovrebbe garantire una governance globale in grado di mettere sotto controllo le cosiddette forze di mercato, tarda a venire alla luce. La finanza, lasciata fuori da ogni controllo, ha archiviato la vecchia classe politica, mentre i nuovi poteri, più o meno occulti, tardano ad avere una visione diversa che non sia solo quella dell’accumulazione e dell’ingordigia. Per questo torna di moda l’uomo solo al comando, quello che ha il diritto di governare perché il più forte. Appare, in tutta la sua evidenza, una globalizzazione ingovernata e ingovernabile, se lasciata a sé stessa e agli istinti più irrazionali. Per questo riaffiorano tutti gli schemi del passato, quelli propri delle cosiddette democrazie nazionali, nostalgiche e isolazioniste e capaci di costruire solo impossibili muri. È da qui che nascono quelli che noi chiamiamo populismi, è da qui che esplodono tutte le contraddizioni e deriva la necessità di individuare comunque un nemico da abbattere. È troppo tempo ormai che assistiamo ad una classe politica che ha sostanzialmente abdicato al suo dovere di governare. L’evoluzione del sistema mondo è lasciata ad una dottrina capace solo di affermare verità e dogmi che, in quanto tali, sono indiscutibili. Anche l’America, da cui è partita questa rivoluzione, è ora preda della stessa sindrome che ha colpito l’Europa e la rabbia degli americani assomiglia molto a quella dei cittadini europei. È un cocktail gonfio di paure e di collera che soffia dalle Alpi alle montagne rocciose e questo rende possibile il successo di personaggi impossibili come Trump, che rischia di diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. Hillary è ormai il volto dell’establishment e la vera candidata di Wall Street, mentre Trump rappresenta per molti americani il cambiamento e parte della sua forza deriva dalla debolezza della candidata democratica. A questo punto l’unico che potrebbe battere il grande palazzinaro, riportando il dibattito sui contenuti e sui programmi, è il senatore Sanders, ma ho l’impressione che ormai sia troppo tardi. Comunque la convention in casa democratica non sarà molto tranquilla perché il senatore ha deciso di andare fino in fondo per condizionare la Clinton sul programma. Serve una governance globale, una riforma dei mercati finanziari e una visione di condivisione della ricchezza e di una più equa distribuzione fra l’economia della finanza e l’umanità dell’economia reale. Serve cominciare a dubitare sul fatto che i mercati lasciati a sé stessi non sono poi così efficienti ed equi e che non è vero che nessun governo nazionale o globale possa migliorare le cose. Secondo il pensiero dominante non servono grandi piani e investimenti per combattere il cambiamento climatico e per portare avanti un nuovo modello di sviluppo. Sanders da solo ed unico socialista in America sta lavorando su tutto questo e sa che il suo percorso va ben oltre la battaglia delle primarie e la convention democratica. Vuole spostare l’asse del partito democratico sui veri temi da portare avanti. Non rinuncia a vincere in Dakota, Montana, New Mexico e California, ma sa che comunque il suo lavoro è necessario per mobilitare le nuove generazioni e recuperare, in parte, il popolo delle astensioni, per la battaglia più lunga e complessa con cui recuperare una maggioranza nel partito democratico ma soprattutto nel Congresso degli Stati Uniti. Il vero confronto si aprirà il 25 luglio in sede di stesura del programma con cui i democratici si presenteranno alle elezioni di novembre e nel mirino ci sono e ci saranno i legami della Clinton e di suo marito con Wall Street, quei legami che hanno indotto il mondo della finanza a non giocare la carta Bloomberg e a puntare tutto su Hillary per le prossime presidenziali. Insomma la partita è solo all’inizio e i socialisti europei farebbero bene a svegliarsi prima che sia troppo tardi.”
La crisi delle storiche rappresentanze politiche in occidente
E’ una fase molto delicata perché il vecchio non è tramontato, con i suoi riti e slogan, mentre il nuovo, quello che dovrebbe garantire una governance globale tarda a venire alla luce.

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