
Per generazioni di studenti la laurea non coincideva con la proclamazione, ma con un gesto: alzarsi davanti a una commissione e discutere il proprio lavoro. Era il momento in cui lo studio diventava parola, il sapere si esponeva al confronto e l’università mostrava il suo volto più autentico. Oggi, in molti atenei italiani, questo passaggio è scomparso dalla laurea triennale. Lo studente consegna un elaborato finale, la commissione lo valuta senza alcuna discussione pubblica e il titolo viene conferito. La proclamazione, spesso collettiva, arriva in un secondo momento e ha il sapore di una festa più che di un rito accademico. Si potrebbe considerare una semplice scelta organizzativa. Le università devono gestire un numero crescente di iscritti, procedure sempre più complesse e risorse che non aumentano allo stesso ritmo.
In questo contesto, ridurre tempi e adempimenti è una risposta comprensibile. Ma un’istituzione non vive soltanto di efficienza. Vive anche di gesti, simboli e momenti che danno forma al suo significato. La discussione della tesi era uno di questi. Non rappresentava un esame in più né una formalità destinata a modificare il voto finale. Era il momento in cui lo studente trasformava ciò che aveva imparato in un discorso pubblico, dimostrando di saper organizzare un pensiero, sostenerlo e confrontarlo con lo sguardo critico dei docenti. Nella sua storia secolare l’università non è stata soltanto il luogo della trasmissione del sapere.
È stata il luogo del dialogo. Dalle dispute medievali ai seminari contemporanei, la formazione universitaria si è costruita attraverso il confronto, la capacità di argomentare un’idea e di metterla alla prova. La conoscenza cresce nella discussione, non nel silenzio. La rinuncia alla discussione finale racconta quindi qualcosa che va oltre la sorte di una cerimonia. Riflette la trasformazione di un sistema chiamato a conciliare obiettivi sempre più ambiziosi con mezzi spesso insufficienti. Agli atenei si chiede di aumentare gli iscritti, rafforzare la ricerca, ampliare l’offerta formativa, migliorare gli indicatori internazionali e rispondere a una macchina amministrativa sempre più esigente. Intanto finanziamenti e organici faticano a tenere il passo. Quando le risorse si riducono e le richieste aumentano, l’efficienza diventa inevitabile. Ma ogni scelta organizzativa è anche una scelta culturale. Semplificare significa stabilire che cosa merita di essere conservato e che cosa può essere sacrificato. Il rischio è che, nel rendere l’università più veloce, si perdano proprio gli spazi di relazione che ne rappresentano il valore più profondo.
Lo stesso interrogativo riguarda altri grandi servizi pubblici. Anche la sanità è chiamata a fare di più con risorse limitate. In entrambi i casi la questione non è solo l’efficienza, ma la qualità dell’esperienza offerta alle persone. Un’istituzione pubblica non si misura esclusivamente dal numero delle pratiche concluse o delle prestazioni erogate. Conta anche il modo in cui accompagna i cittadini nei passaggi più significativi della loro vita. Non si tratta di rimpiangere il passato né di opporsi al cambiamento. Le università devono evolvere e trovare nuovi equilibri. La domanda è un’altra: quale idea di formazione vogliamo trasmettere alle nuove generazioni? Se l’università diventa soltanto il luogo in cui si certificano competenze, rischia di smarrire la sua funzione più alta: educare al pensiero critico, al confronto e alla responsabilità intellettuale.
La discussione della tesi ricordava proprio questo. La conoscenza non si esaurisce in un elaborato scritto: prende forma quando diventa parola, confronto, dialogo. Difendere il proprio lavoro davanti ai docenti significava mettere in pratica ciò che l’università dovrebbe insegnare: pensare con rigore, argomentare con chiarezza, accettare il valore del confronto. Una laurea è un titolo, ma è anche il riconoscimento pubblico di una maturazione culturale e umana. Se rinunciamo ai luoghi in cui il sapere si confronta con altre idee, non perdiamo soltanto un rito accademico. Rischiamo di dimenticare che la conoscenza vive proprio nel dialogo che la mette alla prova.
Angelo Santoro

grazie per questo articolo. Non lo sapevo né lo immaginavo.