Nessuno dei nostri politici, di destra, di centro e di sinistra, vuole neanche provare a capire che il problema oggi sta nello Stato in sé, come sintesi di uno strabordante intervento pubblico, a vari livelli, nelle vite di ogni cittadino.

Nessuno dei nostri politici, di destra, di centro e di sinistra, vuole neanche provare a capire che il problema oggi sta nello Stato in sé, come sintesi di uno strabordante intervento pubblico, a vari livelli, nelle vite di ogni cittadino, stritolate nella loro libertà di inventiva e di creazione da una sorta di Moloch che mangia ineluttabilmente tutti i suoi figli. E ciò, se apparentemente avviene in nome di un interesse generale o di esigenze di solidarietà sociale, in realtà è fondato su un’infernale macchina del consenso, che a livello centrale e locale, prosciuga tutte le risorse del Paese, economiche certamente, ma anche culturali e direi umane.
Abbiamo bisogno di ripensare letteralmente al sistema della c.d. Governance in tutto il tessuto nazionale.
Ma, la domanda è: possiamo veramente continuare ad accontentarci di una continua, ed in fondo sterile, lamentela avverso ogni nostro politico? Possiamo limitarci a dire quanto il sindaco della nostra città sbagli o il governatore della nostra regione non veda correttamente i problemi del territorio o il presidente di turno del consiglio dei ministri non abbia un progetto concreto per l’intero Paese?
Io credo di no!
Si dirà che ognuno di noi è inserito in una macchina infernale che gira da sé senza che il singolo possa fare molto per cambiarne i congegni. Ma ciò significa acquietarsi alla terribile immagine Kafkiana, secondo la quale l’apparato ha una forza intrinseca che trascende ogni scelta dell’individuo o degli individui. Ciò significa, portando l’argomento alle sue estreme conseguenze, che neppure ricoprendo la più alta carica dello Stato in realtà nessuno di noi potrebbe cambiare il corso ineluttabile delle cose. Ciò significa abdicare ad un principio etico fondamentale che dobbiamo sempre far nostro, se vogliamo definirci uomini liberi e consapevoli: il principio per cui ogni singola persona deve operare come se fosse responsabile di tutto!
Ed, allora, il nostro “che fare?” non è in fondo difficile da individuare, quantomeno nella sua formulazione, se non nella sua attuazione. Si tratta di cominciare a dire la verità su ogni piccola o grande cosa, nel nostro privato e nel nostro sociale, che tutti vivono, anche se in dimensioni diverse. Sui luoghi di lavoro, nelle relazioni umane, persino a fronte di noi stessi quel coraggio del vero è difficile da accettare e da vivere, perché esso può mettere in crisi il nostro agire omologato e quindi tranquillizzante nelle nostre vite.
Ma, allora, la vera crisi è nell’umano, prima che nella società. La nostra crisi è parte di ognuno di noi e dobbiamo cominciare a riconoscerla come tale se vogliamo avere una speranza di affrontarla. La nostra crisi sta nell’incapacità di metterci in discussione per paura di perdere ciò che abbiamo. Proteggendo ciò che abbiamo non ci rendiamo conto che stiamo perdendo noi stessi e probabilmente, presto, anche ciò che pensiamo di conservare.
Qui non si tratta di prospettare scenari escatologici di epiche dimensioni. Qui si tratta di affrontare, direi con un po’ di eroismo, il quotidiano che ci annichilisce, che ottunde le nostre menti e prima ancora il nostro cuore.
Solo incamminandoci su un simile sentiero avremo qualche possibilità di riemergere. Lentamente, certo, ma almeno con un ritrovato senso del nostro vivere, sia come singoli sia come comunità.

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