
L’amministrazione di Washington si trova nuovamente a fare i conti con un cortocircuito comunicativo e strategico che rischia di incendiare l’intero scacchiere mediorientale. Le recenti dichiarazioni rilasciate dal presidente statunitense Donald Trump all’inviato speciale di Fox News, Trey Yingst, tracciano il perimetro di una dottrina estera dominata da una pericolosa ingenuità geopolitica e da una retorica muscolare da vecchio West: «La mia domanda è: se e quando farò saltare in aria l’intera nazione? È meglio che si comportino bene».
Con queste parole, la presidenza americana liquida la millenaria complessità della Persia – la terra di Ciro il Grande, culla di una civiltà fiorita secoli prima della stesura della Costituzione di Filadelfia – a un semplice bersaglio da esercitazione bellica su una mappa del Pentagono. È la manifestazione macroscopica di un’analfabetizzazione storica cronica che affligge una parte della leadership d’oltreoceano. Si ragiona ancora secondo la logica elementare del duello cinematografico di Hollywood, convinti che la Storia sia un film in bianco e nero dove lo sceriffo elimina il cattivo di turno e risolve ogni questione al prezzo di un proiettile.
Ma la realtà del Medio Oriente risponde a dinamiche differenti, nutrite da secoli di conflitti e da una memoria patologica. La teocrazia degli ayatollah che guida Teheran rappresenta indiscutibilmente un cancro liberticida, un regime oscurantista che calpesta i diritti civili, opprime le donne e promuove un fascismo islamico che l’Occidente ha troppo a lungo finto di non vedere, nascondendosi dietro i comodi paraventi del politicamente corretto. Tuttavia, l’illusione di poter eradicare un’ideologia radicale e pervasiva minacciando l’annientamento di ottanta milioni di persone costituisce un errore di calcolo madornale.
L’impiego della forza militare indiscriminata e la minaccia di cancellare intere infrastrutture civili sortiscono l’effetto opposto a quello sperato. Lungi dall’indebolire i vertici del potere teocratico, i proclami distruttivi di Washington offrono alla leadership iraniana l’unico carburante politico in grado di garantirne la sopravvivenza: il consolidamento del consenso interno attorno alla retorica del “Grande Satana” aggressore. Le bombe non colpiscono soltanto le basi dei pasdaran, ma riducono in macerie una nazione e compattano una popolazione stremata attorno ai suoi stessi tiranni in turbante.
La pretesa di imporre a una potenza regionale di “comportarsi bene” manifesta una condiscendenza scolastica del tutto inadeguata. Le minacce di annichilimento perdono efficacia quando vengono rivolte a un nucleo dirigente guidato dal fanatismo teocratico e dal culto del martirio, dinamiche per le quali il sacrificio estremo rappresenta la massima gratificazione metafisica e politica. Non si può dissuadere con lo spettro della morte chi ha trasformato la fine biologica nel pilastro ideologico della propria azione.
Mentre la Casa Bianca oscilla pericolosamente tra dichiarazioni apocalittiche e aperture formali a un possibile negoziato con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, emerge l’assenza di una visione strategica coerente a lungo termine. La diplomazia internazionale viene ridotta a una partita di poker giocata sulla pelle della stabilità globale.
L’Occidente contemporaneo, indebolito da decenni di viltà intellettuale e sonnolenza morale, non può ritrovare il proprio baricentro agitando la clava del giorno del giudizio. La difesa della libertà e dei valori democratici richiede la fermezza della ragione e l’intransigenza dei principi, non il bullismo geopolitico. La crisi attuale costringe le democrazie liberali a una scelta drammatica: assistere inerti allo scontro fatale tra il delirio teocratico d’Oriente e il pragmatismo cinico e muscolare dei miliardari d’Occidente. Una dicotomia in cui la complessità del mondo viene azzerata, certificando la sconfitta culturale e politica di entrambe le sponde.
Giuseppe Basilico

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