Tocca abituarsi presto, un po’ tutti, agli involtini primavera. Hai voglia a dire: ma dai quello è un negozio cinese, andiamo in uno italiano. E poi vai in quello italiano e scopri che è cinese. Scene inventate? Fantasocietà o fantaeconomia? Non proprio. Sembravano notizie uscite da fonti di cospirazione quelle che hanno riguardato gli incontri tra investitori cinesi e il ministro dell’economia Tremonti sull’appetito che i fondi cinesi possono avere la nostra economia. Il tono misterioso e sorpreso delle cronache la dice lunga su un certo tipo di aggiornamento della italica classe giornalistica. Forse un po’ per gonfiare i titoli e forse un po’ perché sembrano vivere in torri, più che d’avorio, molti hanno esagerato nell’intonazione di novità. Ci sono pezzi evoluti del Paese che hanno la Cina in casa, e ci sono pezzi industriali e finanziari del Paese che sono di casa, stra casa, in Cina. La Cina è stra vicina. Anche prima che il direttore generale Grilli andasse ai primi d’agosto là a sondare e monitorare. Certo. Un conto è la partecipazione di fondi e finanziamenti cinesi ad imprese italiane e viceversa, un conto è l’investimento del fondo sovrano in strutture strategiche italiane, ma che fette importanti dell’economia facciano i conti quotidiani con il Dragone è sotto gli occhi di tutti. Qualche esempio. La Flac è una azienda bolognese che fa compressori, esporta per l’88% ed è nel sud della Cina da dieci anni. E solo per rimanere in zona emiliano romagnola, possiamo aggiungere la Ima, che addirittura da tempo sta pensando di quotarsi alla borsa di Shanghai, ma anche la Barilla, la Artoni Trasporti, la Kpmg e via elencando tra cartelloni e insegne della nostra più sviluppata emilvalley europea. Loro non si stupiscono certo che in pieno uragano finanziario ed economico l’Italia possa chiedere un aiuto al fondo sovrano o che l’Italia faccia gola a investitori cinesi attraverso società e marchi che hanno una presa in Asia senza confronti: come l’Eni, la Finmeccanica e l’Enel. Ma c’è di più. Come spiffera un collega che da anni vive e lavora a Pechino l’interesse della Cina per l’Italia passa anche attraverso la sua fortunata posizione geografica nel mediterraneo. Perché? Perché la Cina cerca porti, proprio scali marittimi in sud europa, per sviluppare forme commerciali che attualmente risultano rallentate e bloccate. Questa dei porti italiani, che potrebbero diventare una piattaforma continentale per la Cina, è un ritornello che gira da qualche anno ma che è rimasto sempre sottotraccia e che adesso, in piena crisi, torna fuori e che potrebbe diventare un buona occasione per il malmesso banco italiano. Lo diceva ancora Prodi nel 2006 che anche ultimamente ha incontrato il vicepremier del Dragone. I nostri porti possono diventare strategici, a patto che li mettiamo in rete. Sarà sempre la posizione geografica, come ci dice la storia, a salvare l’Italia. Francia, Cina o Spagna basta che se magna.
Fabrizio Binacchi www.virgola1.splinder.com

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