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LA CHIMERA

Sulla pace in Ucraina c’è un fattore chiave che va considerato per cercare una risposta che si avvicini alla verità: l’economia. Oggi a Istanbul dovrebbero aprirsi i negoziati diretti tra Mosca e Kiev ma il livello dei partecipanti, e quindi le possibilità che si facciano consistenti passi in avanti verso una tregua, dipendono essenzialmente dalle intenzioni di Vladimir Putin che finora sembra irremovibile.
Se Volodymyr Zelensky ha fatto sapere di voler parlare solo con il leader russo, Mosca ha fatto trapelare l’intenzione di schierare il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e il consigliere del Cremlino per gli affari internazionali, Yuri Ushakov, a guida della delegazione.

di Salvatore Rondello | 15 Maggio 2025

Sembra una chimera la pace in ucraina
Sulla pace in Ucraina c’è un fattore chiave che va considerato per cercare una risposta che si avvicini alla verità: l’economia. Oggi a Istanbul dovrebbero aprirsi i negoziati diretti tra Mosca e Kiev ma il livello dei partecipanti, e quindi le possibilità che si facciano consistenti passi in avanti verso una tregua, dipendono essenzialmente dalle intenzioni di Vladimir Putin che finora sembra irremovibile.
Se Volodymyr Zelensky ha fatto sapere di voler parlare solo con il leader russo, Mosca ha fatto trapelare l’intenzione di schierare il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov, e il consigliere del Cremlino per gli affari internazionali, Yuri Ushakov, a guida della delegazione. Sul piano militare, è chiara l’intenzione di Putin di far pesare il più possibile le conquiste territoriali e la formula che sta usando la propaganda russa, “non può dettare condizioni chi ha perso”, si lega al rifiuto di ultimatum e al rigetto della minaccia europea di nuove sanzioni.
Proprio il tema sanzioni riporta in primo piano il fattore economia. Ogni volta che si prova a quantificarne il reale impatto si arriva a fare i conti con le condizioni del tessuto produttivo e lo stato di salute dei conti di Mosca. Un terreno su cui i numeri ufficiali scontano la propaganda e le analisi, anche quelle più autorevoli e indipendenti, sono influenzate da un margine di approssimazione ampio. La domanda che ricorre è: come sta realmente l’economia russa? A cui se ne lega un’altra: cessare la guerra, a quali condizioni conviene a Putin?
La crescita rallenta, anche se il crollo del Pil più volte ipotizzato non si è verificato nelle proporzioni attese, le importazioni sono in calo, le esportazioni dipendono il larga parte dal petrolio con il prezzo che sta scendendo, e l’economia di guerra sta pesando sui consumi, in costante calo. Anche queste considerazioni scontano però la poca trasparenza, perché diversi report segnalano un consistente aumento delle spese militari fuori bilancio. Vuol dire che la guerra sta costando molto di più di quello che dicono le statistiche ufficiali.
C’è però anche un altro aspetto da non sottovalutare. Tre anni di guerra hanno modificato a tal punto la struttura dell’economia russa che immaginare una riconversione di un’economia totalmente sostenuta dalla guerra a un’economia di pace è particolarmente complicato. Nonostante le condizioni del Paese stiano strutturalmente peggiorando, Putin per evitare una crisi certa nei prossimi anni potrebbe puntare a prolungare il più possibile l’impegno bellico, in Ucraina se le condizioni lo consentiranno, o anche altrove, come temono i paesi dell’Europa orientale.
In sintesi, un’analisi oggettiva dello stato di salute dell’economia russa dovrebbe suggerire di archiviare la guerra il prima possibile per non compromettere definitivamente le possibilità di ripresa. Ma i calcoli di un regime, come quello di Putin, potrebbero portare a ribaltare il ragionamento, continuando a scommettere sulla guerra per difendere il proprio potere.
Da Mosca, il vicepresidente della Camera alta, Kostantin Kosachev, dichiara: “Ammesso e non concesso che ci saranno dei negoziati, l’iniziativa spetta a noi, perché a quel che mi risulta, non è chi sta perdendo che deve porre le condizioni preliminari“. Potrebbe bastare questo a far capire le reali intenzioni del Cremlino su un incontro diretto tra Putin e Zelensky giovedì 15 maggio a Istanbul.
Negli scorsi giorni i presidenti di Russia e Ucraina sembravano pronti all’incontro diretto in Turchia. Zelensky, sotto la spinta del presidente americano Donald Trump, ha accettato l’incontro pur senza ottenere la tregua di 30 giorni proposta dai volenterosi (“Non accettiamo ultimatum”, ha ribattuto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov), Putin ha aperto all’incontro diretto “senza precondizioni“.
In realtà un incontro tra i due leader è l’ipotesi più remota tra quelle sul tavolo. Persino l’apertura ai negoziati è diventata una dimostrazione di forza tra Putin e Zelensky che, ricorda lo stesso Kosachev, “si detestano dal profondo del cuore”.
Intanto, Donald Trump prova un altro coup de théâtre: “Potrei andare anche io a Istanbul per l’incontro di giovedì“, dice il presidente americano consapevole che, al momento, l’obiettivo concreto dei due leader è compiacere gli Stati Uniti d’America, o almeno non far perdere la pazienza al tycoon.
Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha invitato entrambe le parti a sedersi al tavolo negoziale “il prima possibile” e a dichiarare un cessate il fuoco, esprimendo fiducia che “nei prossimi giorni le parti si siederanno al tavolo per trovare una soluzione”. La sua speranza non trova conferma nelle dichiarazioni degli analisti.
Tatiana Stanovaya, politologa russa di opposizione, sintetizza un sentimento diffuso tra gli esperti: “La realtà è che né Mosca né Kiev sono pronte ad accettare una pace continuativa perché le loro posizioni sono fondamentalmente inconciliabili”. Poi aggiunge: “Obiettivamente è impossibile raggiungere un prolungato cessate il fuoco“. Non fosse altro che per Putin l’unico modo di raggiungere la pace è che l’Ucraina consegni alla Russia quattro regioni  (Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia) che l’esercito russo neppure controlla completamente.
Questi territori sono stati annessi da Putin nel settembre 2022 con ratifica da parte della Duma e del Consiglio della Federazione russa dopo dei referendum considerati illegittimi dalla comunità internazionale. Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha ribadito l’“imperativo” di riconoscere come russi questi territori insieme alla Crimea e Sebastopoli per una risoluzione del conflitto. Da allora, la posizione del Cremlino è rimasta sostanzialmente identica.
Pur partendo da una posizione apparentemente più pragmatica, anche Oleg Karpovich, vicerettore dell’Accademia diplomatica degli Affari esteri russi, conferma la difficoltà di un armistizio stabile: “L’armistizio sarà possibile solo se Kiev accetta un dialogo serio, disponibile a tenere conto delle richieste russe. Per ora non vediamo mosse di questo genere“.
Il primo incontro tra Putin e Zelensky sembra rimandato anche per motivi logistici: tra protocolli di sicurezza e controlli sul posto, ci vogliono settimane per preparare un viaggio del presidente russo all’estero. Inoltre serve tempo per preparare i dossier sui quali discutere, come ha sottolineato lo stesso Kosachev. Eppure, Donald Trump prova ad agitare le acque facendo leva sul populismo e non sulla forza della ragione.
Lunedì 12 maggio, il presidente degli Stati Uniti ha aperto alla possibilità di partecipare personalmente ai colloqui di pace tra Russia e Ucraina previsti (a parole) per giovedì 15 maggio.
“Sto pensando di andare a Istanbul. Non so dove sarò giovedì. C’è una possibilità”, ha dichiarato Trump ai giornalisti prima di partire per l’Arabia Saudita, usando la solita retorica ambigua, ormai ben nota in tutto il mondo.
Il leader americano ha successivamente precisato: “Ho insistito affinché questo incontro abbia luogo. Non so dove sarò in quel preciso momento, sarò da qualche parte in Medio Oriente, ma volerei lì se pensassi che sarebbe utile. Trump ha anche espresso ottimismo sull’esito dei colloqui, affermando di avere “la sensazione” che Zelensky e Putin “faranno un accordo” e invitando a “non sottovalutare” l’incontro di Istanbul che “ha il potenziale di un buon risultato”.
L’apertura di Trump è arrivata dopo che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha confermato la sua presenza ai colloqui in Turchia, esprimendo la speranza che anche la controparte russa non si sottragga all’incontro. “Ho sostenuto il presidente Trump nell’idea di colloqui diretti con Putin. Ho espresso apertamente la mia disponibilità a incontrarlo. Io sarò in Turchia. Spero che i russi non si sottraggano all’incontro. E naturalmente, tutti noi in Ucraina apprezzeremmo se il presidente Trump potesse essere presente a questo incontro in Turchia. È l’idea giusta”, ha scritto Zelensky sul suo canale di Telegram.
Zelensky ha inoltre avuto una conversazione telefonica con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per discutere i “dettagli chiave” dei negoziati che “potrebbero contribuire a porre fine alla guerra“.
Dal Cremlino non sono ancora arrivate indicazioni definitive sulla presenza di Putin a Istanbul. Il portavoce russo Dmitri Peskov si è limitato a definire “inaccettabile per la Russia il linguaggio degli ultimatum” degli europei, che avevano chiesto un cessate il fuoco immediato entro la fine della giornata di lunedì, minacciando nuove sanzioni.
La proposta di negoziati diretti era arrivata dallo stesso Putin, che aveva suggerito di riprendere i colloqui interrotti alla fine del 2022, “senza precondizioni” e di iniziarli “senza indugio giovedì prossimo, 15 maggio, a Istanbul”. Questa mossa era giunta dopo che i leader della coalizione dei volenterosi, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Donald Tusk, in visita a Kyiv avevano inviato un ultimatum a Putin, concordato con Trump: o accettava un cessate il fuoco incondizionato entro lunedì, o avrebbe subito nuove sanzioni coordinate dall’Ue con gli Stati Uniti.
In risposta, Putin aveva convocato una conferenza stampa improvvisa nella notte tra sabato e domenica per rigettare il cessate il fuoco e proporre invece i negoziati diretti in Turchia. Trump aveva quindi chiesto a Zelensky di accettare immediatamente, cosa che il presidente ucraino ha fatto, annunciando il suo viaggio a Istanbul per aspettare “personalmente” Putin. Ma tutto, come abbiamo visto, sembra essere l’oggetto stesso della strategia, non la via per giungere a un vero incontro.
Nel frattempo, l’Unione europea sta finalizzando un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia, a cui i 27 potrebbero dare un primo via libera a livello di ambasciatori già da oggi 14 maggio. L’Ue ha inoltre deciso di attendere il 15 maggio prima di discutere ulteriori misure restrittive.
Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha sottolineato che “l’Europa dovrà essere comunque coinvolta nelle trattative per la pace in Ucraina perché avendo inflitto sanzioni alla Federazione Russa dovrà partecipare al round finale, per levare le sanzioni qualora si arrivi alla pace”. Tajani ha aggiunto: “se la Russia non vuole procedere verso la pace, saremo costretti a infliggere altre sanzioni“.
Nel frattempo, l’Italia si trova fuori dal gruppo dei volenterosi e rischia di non avere nessun ruolo incisivo sulle scelte future che dovrà fare l’Ue per raggiungere la pace in Ucraina o sul coinvolgimento in uno scenario di guerra sempre più preoccupante. Le incognite sono numerose e non si intravede nessun reale cambiamento di volontà per un accordo che possa portare reciproci vantaggi in uno scenario geopolitico dove l’umanità sta pagando i prezzi più alti.

Salvatore Rondello

Pubblicato in : Editoriale, EsteriTag: anni, comunità internazionale, considerazioni, conti, crisi, dichiarato, lega, misure, mondo, opposizione, putin, regime, speranza, stati uniti

Info Salvatore Rondello

Salvatore Rondello è nato a Trapani il 11 luglio 1954. Dal 1982 vive e lavora a Roma.
Dopo aver conseguito la maturità con il massimo dei voti, ha proseguito gli studi in economia e commercio presso l’Università degli Studi di Venezia “Ca’ Foscari”.
Studioso di problematiche sociali, economiche e politiche con particolare attenzione alle tematiche del credito, del welfare e del mercato del lavoro, ha organizzato diversi convegni ai quali sono intervenuti importanti personalità del mondo accademico, politico e sindacale.
Opinionista, consulente artistico e poeta, ha coordinato diversi dibattiti culturali tra i quali sono annoverati diverse presentazioni di nuove pubblicazioni librarie.
Alcuni suoi scritti sono stati pubblicati in diverse riviste e quotidiani. Da settembre 2016 collabora con la Redazione del quotidiano “Avanti on line”.
Nel febbraio 2015 pubblica per Aletti Editore la raccolta di poesie “Vagazioni” classificata finalista nella II edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”.
Si è sempre battuto socialmente per la tutela del patrimonio artistico e naturale, per la diffusione della cultura, per la difesa Resistenza dei diritti umani e dei valori della Costituzione della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza.

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