“diritto sì, diritto no” (progetti, proposte, indicazioni e commenti non solo per la Classe) da una idea e coordinato dall’avv. Carmela Panariello Franchini – con il commento di Elisabetta Malantrucco a una lettera di Annamaria Minunno, cugina di Anna , uccisa l’11 luglio 2009
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La casa di Jessica e l’applauso
Ho conosciuto Jessica: “la casa di Jessica non si tocca”.
È stato ad un convegno tenuto nell’auditorium del Tribunale di Napoli.
Il tema: ambiente, dissesto idrogeologico, edilizia, reati ambientali, condoni, utilizzo dei beni sequestrati alle mafie.
Ricco della presenza annunciata di personalità amministrative locali e statali, gli interventi del ministro dell’ambiente, del sindaco di Napoli, del governatore della regione che non ci sono stati perché, evidentemente, giustificati dalla concomitanza con altri impegni istituzionali.
Ho seguito le diaspore tra due amministratori che sembravano aver trasferito in Tribunale una seduta consiliare.
Di particolare interesse, l’intervento del dott. De Chiara, titolare, per molti anni, della sezione per reati ambientali e ora Procuratore Generale a Salerno, il quale ha evidenziato la necessità di operare utilizzando risorse umane e logistiche già esistenti sul territorio (nello specifico il genio militare) senza attendere leggi con coperture finanziarie improbabili e inesistenti, stante i deficit che si registrano nelle casse.
Ho sentito un vociare; poi ho visto una signora, con il marito e Jessica. Jessica, una fanciulla disabile.
Chiede di intervenire per porre una domanda, sulla vicenda di demolizione della casa abitata da Jessica, al magistrato presente al convegno, che ne aveva firmato l’ordinanza; demolizione eseguita con 600 unità tra polizia e addetti.
Dopo un momentaneo disorientamento, il moderatore del convegno si è affrettato a sottolineare la modalità della richiesta, la sua irritualità, e a censurare, finanche, l’utilizzo di minori per tale pubblica sortita; fino all’allontanamento gentile, fermo, quasi premuroso, da parte della polizia.
Tra il momento della protesta e quello dell’intervento è trascorso un interminabile tempo, quasi teatrale, e durante il quale si è consumato ogni dovere: quello di una risposta, forse, ma, soprattutto, il dovere di un applauso di solidarietà per la vicenda umana.
Un tempo perso e non più giustificabile; una pausa troppo lunga, imbarazzata: unica reazione della platea. Ho avvertito un grande disagio e turbamento.
Pausa.
Alla ripresa dei lavori il procuratore dott. Donato Ceglie, con garbo e signorilità, ha espresso la sua solidarietà alla vicenda umana della famiglia e di Jessica.
La fantasia ci può portare a porre altri punti di domanda ai partecipanti di quella tavola rotonda; alle istituzioni e a quanti, tanti, troppi, che non dovrebbero permettere che intere città sprofondino nel fango, che interi boschi brucino, che scuole crollino, che strade vengano costruite con rifiuti tossici, che ci siano discariche nei centri abitati o in prossimità di essi, se non in terreni agricoli, o che venga attentata costantemente la salute pubblica.
Che si possa far passare nella indifferenza generale la totale assenza di un piano di risanamento del già esistente, che ci crolla addosso, progettando, al contrario, costruzioni selvagge, ponti, o sventrando montagne .
No! Scrivo soltanto per quell’applauso mancato; per quell’atto umano, doveroso e gentile.
Scrivo per Jessica, una ragazza che sembra voler afferrare il mondo impossibile con un movimento che si arresta solo nello sforzo di voler concedere un sorriso; sorriso che accende occhi immensi e trasparenti.
avv. carmela panariello franchini
sul web:
La Casa di Jessica “non si tocca” | Facebook
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Quando un uomo fa violenza ad una donna
una lettera di Annamaria Minunno, cugina di Anna, uccisa l’11 luglio 2009 (dal blog e con il commento di Elisabetta Malantrucco)
Mia cugina Anna è stata sorpresa di notte. E’ stata prima picchiata (sulle braccia e sulle mani c’erano degli ematomi e anche sul volto vicino alle labbra), poi è stata colpita alla testa con una statuetta, subito dopo strangolata ed infine annegata.
Una fine orribile in ogni caso.
Una fine che nessuno si augurerebbe per sé o per un suo conoscente, un suo familiare. Una fine ancora più orribile se si pensa che tra il tentativo di strangolamento e l’annegamento mia cugina Anna era ancora viva, respirava a fatica perché il tentativo di strangolamento le aveva ostruito le vie respiratorie ed era un soggetto allergico ed asmatico, ma era viva.
Forse in stato di incoscienza, ma viva.
O forse cosciente di quanto le accadeva attorno.
Viva.
E’ stata uccisa nella notte tra il 10 e l’11 luglio 2009. Nella sua casa. In quello che doveva essere un rifugio e che invece per lei si è rivelata una trappola. Quella mortale. Quella che non ti da scampo. Quella che non ti aspetti.
E’ stata uccisa di notte in quella porzione di ore in cui tutto è fermo, in cui dici a te stessa che sei pronta per concludere una giornata e per iniziarne un’altra con la stessa forza di volontà del giorno precedente.
Per lei quella giornata non è mai iniziata.
E non è successo perché una persona, già condannata a 30 anni in primo grado, ha deciso che doveva punirla perché lei voleva interrompere la loro relazione, perché lui pensava che avesse una nuova relazione, perché secondo quanto da lei scritto nelle motivazioni della sentenza di secondo grado Anna era per Alessandro Angelillo il suo sostegno psicologico, la persona a cui chiedere aiuto nel momento del bisogno.
Solo che quando ha avuto bisogno mia cugina di un aiuto da parte di Angelillo, che avrebbe potuto ravvedersi dal suo intento omicida, questo non è avvenuto.
Anzi.
Ha infierito sul suo corpo e sulla sua moralità senza alcun freno. E questo “solo” perché mia cugina avrebbe voluto interrompere una relazione malata che non è mai stata esclusiva, con una persona che per anni ha avuto una storia parallela e che in questa situazione viveva benissimo visto il suo egoismo ed il suo egocentrismo. Una persona che ha negato per tre anni di averla uccisa, che si è inventato di tutto e che la mattina del ritrovamento faceva la vittima ed il fidanzato disperato. E la recitava benissimo quella parte addirittura facendo finta di non riconoscere gente che lo ha avuto intorno per anni. E quando uso “intorno” lo faccio con tutto il fastidio possibile.
I 30 anni sono diventati 16 in secondo grado, perché il suo atteggiamento la notte dell’omicidio è stato considerato NON crudele.
Io non sono un tecnico, desidererei che voi giudici mi spiegaste come si misura la crudeltà perché Alessandro ha ucciso Anna fisicamente ed ha cercato di farlo anche moralmente mettendo su la messinscena di un’orgia non consumata.
Cos’altro doveva fare per risultare crudele? Lo chiedo a me e lo chiedo a voi che rappresentate la giustizia di uno Stato in cui é difficile credere ancora.
Leggo che Alessandro poteva non essersi reso conto che Anna fosse viva tra lo strangolamento e l’annegamento, e così l’annegamento e l’aver tenuto schiacciata la sua testa nell’acqua poteva solo far parte della messinscena e poteva non costituire un ulteriore “patimento” per la vittima forse già morta.
Ma mia cugina non era morta, ancora, e aveva difficoltà a respirare. Ci pensate? A tutto il tempo che l’ha tenuta sott’acqua e alla sua difficoltà a respirare la stessa acqua che le avrebbe permesso di morire più velocemente? E’ una morte atroce no?
Leggo inoltre che anche se lui si fosse reso conto che era ancora viva, spingerle la testa nell’acqua e tenerla lì, ferma, secondo quanto scritto nelle motivazioni non costituirebbe crudeltà perché lui aveva deciso di ucciderla così.
Una giustificazione dietro l’altra per ogni comportamento tenuto da Angelillo. Finanche per la ricostruzione dell’orgia, per la sistemazione dei preservativi sul letto (uno aperto e due chiusi), per averla svestita e fatta trovare così a chi preoccupato è andato a cercarla a casa.
Mi chiedo e vi chiedo: ma se io sono una persona onesta e non ho la freddezza che può portarmi ad immaginare sofferenze simili per una persona, se mi capitasse di ucciderne una in un raptus verrei presa dal panico, non saprei che fare, non avrei la lucidità di riempire la vasca da bagno (fissando un disco d’acciaio – che non era un tappo perché mia cugina preferiva fare la doccia – con del nastro adesivo), non avrei la lucidità di portare via il computer con il quale ero stata su Facebook (sul profilo di Anna) per diffamarla, non avrei la lucidità di sistemare la scena della camera da letto, di metterla in posizione e poi di ricordarmi di sollevare la porta di casa per fare in modo che nessuno mi sentisse perché la porta della casa di Anna aveva un difetto e dovevi stare ben attento a sollevarla per chiuderla senza far rumore.
E se io avessi ucciso una persona, sempre colta da un raptus, avrei dovuto mantenere la calma per pensare tutto questo in una manciata di minuti. Ma una persona onesta viene presa dal panico. Una persona onesta. Non lui.
Gridava di amarla la mattina dopo mentre faceva gli scalini a tre a tre per salire in quell’appartamento che aveva lasciato qualche ora prima, la “mia Anna” diceva. E quando usava “mia” lui lo faceva con tutto il senso di una persona ammalata di possesso. Noi familiari l’abbiamo capito subito quella mattina. Avevamo avuto qualche sospetto prima. Anna purtroppo aveva iniziato a capirlo soltanto gli ultimi tempi.
E allora, sigg.ri Magistrati, sigg.ri tecnici, vorrei che mi spiegaste come si fissa il concetto di “crudele” perché un omicidio è già di per sé crudele. Come si misura la crudeltà, in litri, in chili, in numero di coltellate, di pugni, di torture, in cosa?
Lo capirei se mi deste una giustificazione oggettiva. Ma così non lo capisco. Capisco invece che chiunque abbia compiuto un femminicidio può essere giustificato dal senso di abbandono, dalla rabbia di aver perso una persona cara (ma era più cara Anna o l’altra ragazza cui lo stesso giorno dell’omicidio aveva detto “amo solo te”?), può essere giustificato dal non essere un medico-legale e dunque dal non capire le condizioni della vittima man mano che si va avanti con i “patimenti”, si dice così no?
Io capisco soltanto di non vivere in un Paese civile. Un Paese che non garantisce le donne, un Paese che ha abolito il delitto d’onore, ma che in pratica lo mantiene ancora vivo.
Per i familiari della vittima non finisce mai nulla. Angelillo tra buona condotta e permessi vari sarà fuori tra una decina d’anni e avrà tutta la vita davanti. Quella che ha tolto ad Anna.
Per gente come Angelillo non esiste neppure la sofferenza del rimorso. Anche il suo pentimento in aula, il “pentimento tardivo” prima della Camera di Consiglio, quando ha detto che avrebbe dato la sua vita “per quella della Costanzo”, faceva parte di una recita.
Applausi.
In fede
Annamaria Minunno
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Ecco il fatto. Le mie considerazioni non saranno sulla vicenda, ma casomai sulla violenza alle donne che sembra non conoscere fine. Anzi, pare quasi che vi sia una congiuntura particolarmente sfavorevole in questi anni. Non cadrò nella tentazione di fare della sociologia da quattro soldi e manco di fare la storia dell’umanità ad uso del blog. Provo a fare a modo mio, parlando di me.
Quando ero ragazza e andavo in un liceo di una scuola pubblica, ingenuamente mi sembrava fossimo tutti uguali, ricchi e poveri maschi e femmine. Lo pensavo davvero. Forse perché – malgrado la mia adolescenza inquieta – quella era un’epoca dove tutto intorno sembrava parlare di progresso e performance. Le sfumature erano difficili anche per le anime tormentate come la mia. Forse devo anche aggiungere che un mio certo rifiuto della sessualità in adolescenza abbia contribuito a non sentire il problema. Avevo anche poche relazioni con il mio corpo che cresceva. Sono dovuta arrivare alla fine della scuola, alla mia prima giovinezza, per rendermi conto che non solo avevo un corpo, ma che questo poteva essere non tanto amato, quanto desiderato in una maniera che all’epoca mi appariva disgustosa. Ora non più. Ora non ho più orrore quando un uomo mi desidera semplicemente perché sono femmina. Ma all’epoca sì. I giovani sono assolutisti e hanno anche un senso estetico (della forma) molto molto alto. Ma mentre all’epoca avevo solo disgusto per chi mi guardava con la lingua penzolante, ora invece ho paura. All’epoca ero più sconvolta dalle differenze che andavo scoprendo: le maggiori difficoltà che avevo a farmi un posto nel mondo perché povera a differenza di altri. E non ho poi mai accettato il fatto che una donna in questo mondo fa molta più fatica a farsi riconoscere, a parità di condizioni, ruolo e capacità rispetto ad un uomo. Conosco mondi misogini e maschilisti, dove il massimo che puoi diventare è: assistente, consulente. Ma i posti di potere sono tutti occupati da uomini.
La mia opinione invece sulle relazioni uomo donna è stata a lungo diversa. Solo negli ultimi anni – dopo tante esperienze tra cui un matrimonio riuscito – ho capito che la mia sicurezza sul fatto che mai avrei avvicinato o mi sarei fatta avvicinare da uomini potenzialmente violenti era veramente una baggianata.
Sia chiaro, io mi sono innamorata rarissimamente, ma sempre di persone per bene, gentili e rispettose e amorevoli. Amanti delle donne, ma non in quanto portatrici di organi di riproduzione (magari anche), ma proprio in quanto esseri da conoscere, amare, anche proteggere (perché no?), con cui scambiare vite, progetti, idee bisogni e carezze. Ma proprio da loro ho anche imparato, col tempo, quanto – per ragioni prettamente ormonali – gli uomini siano indubitabilmente più forti e potenzialmente pericolosi. Un mio amico molto caro, di aspetto piccolo e delicato, di fronte alla esasperazione a cui lo aveva portato la moglie – un vero donnone a confronto di lui – un giorno non ci ha visto più e le ha dato una sberla. Una semplice sberla in un momento di cieca rabbia. Una sola. E lei è caduta in terra. Semplicemente così. Al che lui si è spaventato tantissimo e semplicemente se ne è andato di casa perché ha capito che era ora e si era arrivati ad un punto di non ritorno. La separazione successiva – paradossalmente – ha fatto bene ad entrambi e dopo anni riescono ad andare a fare colazione assieme ogni tanto, la domenica mattina, con un certo affetto.
Racconto questo perché vorrei che gli uomini, tutti, anche quelli che sono più buoni sani e tranquilli, si rendano conto – come ha fatto il mio amico – del potere reale e concreto che hanno nelle loro mani. Di quanto dolore fisico e morale possono fare. Per quanto noi possiamo urlare e anche strepitare o qualche volta strappare capelli (cosa che non dovremmo mai fare), le nostre reazioni non avranno mai l’effetto di una vostra semplice alzata di voce. Quando un uomo mi alza la voce – fosse anche mio fratello – per quanto mi possa atteggiare a donna forte e matura, io mi spavento a morte. Per questa ragione, per difendermi, a volte urlo anche più forte. Perché ho una atavica e (manco tanto) inconscia paura di subire violenza. Un paio di anni fa sono scappata da un luogo di vacanza perché il mio ospite mi ha urlato contro e ad un certo punto mi ha detto che meritavo di essere presa a calci in culo per le scale. Non lo dimenticherò mai. Nessuno nella vita mi aveva mai detto niente di simile. E io ho avuto una paura folle che lo facesse davvero. Sicuramente questa persona non avrebbe mai alzato un dito contro di me, ma era un uomo. E pure grosso. E io ho avuto paura. Alla mia veneranda età.
Non è stata l’unica volta in cui ho avuto simili paure. E parlo di me che sono una donna adulta, emancipata, sicura di me, vado in giro da sempre di notte. Sono una persona che si difende, molti conoscono i miei cosiddetti momenti di ‘matto’. Se qualcuno mi si avvicina troppo non esito a minacciare. Non sono una facilmente impressionabile.
Voi uomini degni di questo nome (ai mostri e agli assassini come quello della lettera che lo diciamo a fare?) vi dovete rendere conto (e le vostre madri dovrebbero spiegarvi… lo fanno?) che non siamo sullo stesso piano. Che avete un potere immenso. Che vi possiamo amare. Ma se questo non accade, o se questo non è più, non avete acquisito un diritto di possesso su di noi. Dimenticate preda e cacciatore. Qui abbiamo raccontato la storia di una violenza inaudita, di un uomo che ha ucciso una donna perché lo voleva lasciare. Un estremo limite.
Ma fate violenza ogni volta che gridate: puttana, ogni volta che dite minacciosi: tu sei mia, ogni volta non tanto che date uno schiaffo, ma che alzate un braccio a mimare il gesto, ogni volta che urlate a due centimetri dalla faccia, ogni volta che pretendete sesso chiamandolo amore rude, ogni volta che usate una prepotenza che non può essere contrastata.
Quindi la società moderna, i ruoli che non ci sono più, la parità, il sesso, la povertà, la paura, l’ignoranza.
Lasciate stare. Ogni qualvolta fate una piccola violenza ad una donna non vi giustificate. Perché ogni vostro gesto fa male mille volte di più. Per cui, semplicemente, deponete le armi. Per cui semplicemente, smettete.
Ecco. Semplicemente non lo fate. Non lo fate più.
Grazie.
Elisabetta Malantrucco
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2- Diffusione delle sentenze e degli altri provvedimenti giurisdizionali
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Ho la sensazione che viviamo in una società in cui pochi inettti decidono per molti che pur essendo più sensibili e intelligenti, nn riescono a far valere le loro qualità.
Spesso quando mi chiedo il perchè di questo, mi rispondo che tra i molti (intelligenti e sensibili) c’è poca complicità. Preferisco il termine complicità a quello di coesione perchè ha una forza d’azione effettiva . Abbiamo bisogno di uscire dalle nostre solitudini di superuomini o superdonne, e guardare alle cose con il disincanto del pragmatismo. A salvarci nn sarà l’essere stati più intelligenti e sensibili ma ad aver collaborato affinchè questi valori possano essere stati un concreto, fattivo, aiuto agli altri. Creare quindi complicità tra le forze “buone” della società oggi è diventato un imperativo nn una scelta. Le scelte sono più veloci delle indecisioni degli uomini. Purtroppo il sale che manca a un cammino per la costruzione di un mondo di giustizia reale è una organizzazione rigorosa che si basi sulla complicità.
…..è vero, Bruna ha perfettamente ragione, noi mamme abbiamo una responsabilità enorme nei confronti dei nostri figli maschi….e’ l’educazione familiare la chiave per arginare il fenomeno sulla violenza alle donne… insegniamo il rispetto per le loro ragazze e per le loro scelte, aiutiamoli a capire, che non si è “grandi” esercitando la sopraffazione, insegnamo che per amare bisogna essere in due, non si deve pensare che il corpo della donna sia un oggetto a propria disposizione……coinvolgere, nell’educazione, i loro papà è fondamentale……..ma, se è pur vero che i padri cominciano a essere più visibili spesso la loro presenza non c’è nell’educazione.
Insegniamo alle nostre figlie a dare valore a se stesse, alle proprie scelte, ai propri desideri…..e ricordiamo ai papà che non rispettare ed usare una qualsiasi forma di violenza sulla la propria moglie, porterà, molto probabilmente, il figlio maschio ad usare la stessa violenza sulla propria donna.
Sono Oriana, la mamma di Jessica, ringrazio l’Avv: Carmela Panariello Franchini per la grande sensibilità avuta nei nostri confronti quando, con enorme discrezione si è avvicinata a me e a Jessica e dispiaciuta ed imbarazzata per la situazione verificatasi in aula a causa del mio intervento fuori programma, si indignava per la mancata solidarietà della platea e dei colleghi avvocati che non chiedevano di farmi continuare a parlare o almeno di ricevere rispost:e. Ed è proprio per queste risposte negate ha voluto scrivere quest’articolo, che non entra nella problematica in questione(gli abbattimenti delle case di necessità), ma fotografa ciò che è accaduto quel giorno in aula, documentando che una mamma di un angelo ha osato interrompere un convegno per comprovare il contrario di ciò che tutti i magistrati stavano affermando e che, se pur con discrezione e gentilezza, è stata messa alla porta senza aver alcuna risposta….Jessica, dopo esser stata 3 ore ad ascoltare tante demagogie e falsi moralismi meritava una risposta, un’applauso, un momento di solidarietà? Quest’articolo è la domanda che noi tutti ci facciamo e a cui speriamo di avere risposte. Grazie
Il procuratore in questione è il Dr. Ugo Ricciardi…la presenza di Jessica in quell’aula non era strumentale come molti hanno insinuato (perchè purtroppo la casa di Jessica non c’è più).era una presenza scomoda ed imbarazzante perchè contraddiceva senza aver bisogno di parole, tutto ciò che i “paladini della legalità” affermavano con tanto impeto e convinzione: Jessica in quell’aula era l’antitesi che dimostrava che le case di necessità si abbattono…. e come si abbattono!!!! era la dimostrazione chiara ed evidente che la lo Stato è forte contro i deboli, era la prova evidente che la legge non solo non è uguale per tutti, ma spesso commette errori. Al dr Ugo Ricciardi, alias Rambo, che pubblicamente ha dichiarato di aver dovuto indossare la tuta mimetica per abbattere la casa di Jessica ho chiesto solo di guardare negli occhi la persona con cui ha voluto fare la guerra, ma lui imbarazzato non mi ha risposto ed ha abbassato lo sguardo a terra !!!!
E’ incredibile, paradossale e soprattutto INCIVILE e non degno di uno Stato di diritto, quello che è successo a Jessica e alla sua famiglia l’anno scorso a 5 giorni dal natale!!!!! un blitz notturno con 600 uomini per gettare per strada Jessica e la sua famiglia SENZA ALCUN PREAVVISO e cariche della polizia per allontanare la gente scesa in strada PACIFICAMENTE per solidarietà e trattata alla stregua dei peggiori delinquenti!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!poi scoprire anche che NON TOCCAVA alla casa di Jessica!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! Perchè nessuna risposta alla mamma di Jessica?????i procuratori non sbagliano mai??? no, in realtà non ammettono mai di aver sbagliato!!!!!!con Jessica hanno sbagliato nella scelta e nei modi e fa comodo non rispondere!!!!!!!!!!!!!!!!
Cara Elisabetta,
ho letto la storia, narrata con lucidità, dolore, amarezza e ti ho chiesto di poterla pubblicare in diritto si diritto no.
Ti ringrazio per averlo consentito.
Ma, ora, farei un distinguo.
I fatti processuali sono, ci piaccia o no, una miserabile commedia umana dove si incassano i relativi premi della giuria, un festival delle vicende umane dove succede che una piuma che cada nel fango, venga macchiata e succede anche che le attenuanti o le aggravanti siano “semplicemente” le regole di come si imbandisce il banchetto processuale.
La vittima è in una foto, non può parlare, e il suo dolore è già consumato nell’oltraggio; l’oltraggio contiene già ogni altra ipotesi, non può essere graduata da attenuanti specifiche o generiche.
E’ triste doverlo ammettere, ma non ci sarebbe una sola donna che in estrema sincerità non potrebbe testimoniare di aver subito un insulto, una vigliaccheria, uno sfregio passato per ardore, una umiliazione, un vizio perdonato, una violazione o una umiliazione fisica e, oggi, anche intellettuale.
E’ difficile gridare che viviamo nella diversità con il privilegio di saperlo.
Di sapere che viviamo di attese che da nove mesi diventano una vita; che non siamo romantiche e isteriche, ma pazienti e tenaci; che non stiamo in un quadrato televisivo, dove passa di tutto catturando l’immaginario; dove è molto facile generalizzare e pensare modelli uniformi.
La donna ha delle responsabilità gravi sulle spalle e confesso di non sapere dove andremo; mi sento smarrita in questo, anche se sono convinta che spetta a noi la responsabilità del cambiamento.
Ti abbraccio, carmela
Dici bene, Carmela, noi donne abbiamo la responsabilità del cambiamento.
E da donna mi permetto di osservare che noi siamo le mamme dei nostri figli, siamo noi che li alleviamo e che probabilemente commettiamo qualche errore se non riusciamo ad eliminare questi squilibri culturali che oltraggiano le donne