A 150 anni di distanza il ricordo della breccia di Porta Pia che sancì la riunione di Roma all’Italia è affidato soprattutto all’iconografia risorgimentale: dipinti e stampe che offrono una visione suggestiva e romantica di questo ultimo episodio dell’epopea risorgimentale ma si trattò di una vicenda complessa nella quale interagirono fattori politici, diplomatici e militari.

Questi vari aspetti sono esaminati in modo approfondito dal recente saggio di Hubert Heyriès La Breccia di Porta Pia.20 settembre 1870 (Il Mulino 2020 ).
Hubert HeyrièsStorico militare, insegna Storia contemporanea nell’Università di Montpellier III. Studioso di Garibaldi e del garibaldinismo, Tra i suoi vari saggi ha pubblicato anche «Les travailleurs militaires italiens en France pendant la Grande Guerre» (2014). «Italia 1866. Storia di una guerra perduta e vinta» (2016, premio Acqui Storia).
Questo libro analizza come si arrivò alla presa di Roma che siglò simbolicamente l’unificazione del paese e mostra che un intreccio di passioni e cautele, di delicate tattiche diplomatiche e di congiunture favorevoli diede il via alla fulminea campagna che dal 12 al 20 settembre portò alla conquista del Lazio e dell’urbe.
Heyriès percorre a uno a uno questi piani, mettendo però al centro una dettagliata cronaca del fatto militare, della sua preparazione, del suo procedere città dopo città: fino alla famosa breccia aperta a cannonate nelle mura di fianco a Porta Pia e all’ingresso, alle 10 del mattino del 20, dei primi fanti e bersaglieri nella città eterna, mentre sulle mura e sulla cupola di San Pietro veniva issata bandiera bianca.
Ma viene effettuato un focus anche sulle origini della questione romana. Interessanti anche i risvolti della Convenzione di settembre con l’evacuazione dei francesi da Roma mentre l’esercito italiano costituiva un corpo di osservazione che avrebbe dovuto servire a bloccare eventuali tentativi rivoluzionari ma che avrebbe potuto trasformarsi facilmente in un corpo di spedizione.
Quindi viene analizzato lo scenario che si delineò quando, a seguito della sconfitta francese a Sédan e alla fine del Secondo impero si presentò l’occasione per annettere Roma e il Lazio al Regno d’Italia.
Heyriès mostra la cautela con cui agì il governo italiano. Un giro d’orizzonte nelle cancellerie europee rivelò che non c’erano sostanzialmente riserve a questa soluzione della questione romana. Così, fallito ogni residuo tentativo di accordo con il papa fu deciso l’intervento militare ma anche questo con particolari cautele per non provocare un bagno di sangue e per non avere ripercussioni negative nell’opinione pubblica internazionale.
E poiché le grandi potenze pretendevano garanzie sulla sicurezza del papa Heyriès sottolinea che “ciò impose un’azione prudente e una politica di piccoli passi, poiché l’Italia continuava a essere esposta alle conseguenze di eventuali ripensamenti del «concerto» internazionale a favore del papa”.
Tra l’altro, inaspettatamente, le maggiori remore vennero da Bismarck che non voleva inimicarsi la cattolica Baviera mentre la reazione dell’Austria-Ungheria fu abbastanza modesta.
Il governo italiano – scrive Heyriès –esaltò il compimento di una missione iscritta nella storia, ovvero il raggiungimento dell’unificazione della patria, la liberazione di Roma dall’oscurantismo religioso e dai mercenari stranieri, incarnati dagli zuavi pontifici . Mostrò volontà di conciliazione e di apertura per rassicurare la comunità internazionale, ma inutilmente perché da parte pontificia si cercò di trasformare l’inevitabile disfatta militare in una vittoria politica.
Il papa e il comando pontificio- si legge nel libro- senza dimenticare gli zuavi che ardevano dal desiderio di battersi per ragioni ideali fortemente radicalizzate, consideravano la città eterna come l’ultima roccaforte da difendere, la nuova Gerusalemme da proteggere con una nona crociata.
Il libro ha, inoltre, alcuni capitoli dedicati alla costruzione di un luogo della memoria negli ultimi decenni del XIX secolo; poi alla lenta caduta nell’oblio, dopo la prima guerra mondiale.
Gabriele Parenti

Lascia un commento